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Rimpatri, ecco il nuovo modello italiano di Cie

di Marco Ludovico

(LaPresse)

3' di lettura

La permanenza nel centro dovrà essere breve: quella minima indispensabile all’identificazione del migrante. A procedura ultimata, scatta il rimpatrio. Il modello dei nuovi Cie, gli attuali centri di identificazione ed espulsione, si sta delineando. È uno dei cardini della politica sull’immigrazione del governo guidato da Paolo Gentiloni. Si integra con altri indirizzi già tracciati, come la firma giovedì scorso del memorandum d’intesa a palazzo Chigi con il presidente del consiglio presidenziale libico, Fayez Mustafaā al-Sarraj, presenti i ministri Marco Minniti (Interno) e Roberta Pinotti (Difesa). Vanno dati segnali per scoraggiare le partenze. Mercoledì prossimo il titolare del Viminale presenterà alle commissioni riunite Affari costituzionali di Camera e Senato le linee programmatiche. Come la sua visione dei Cie: intanto, non si chiameranno più così ma Cpr, centri per il rimpatrio. La nuova definizione rappresenta l’orientamento impresso da Minniti.

Il ministro dell’Interno, infatti, deve fare i conti con le critiche anche aspre sollevatesi dalla sinistra e dalle Regioni, non tutte favorevoli. Nelle intenzioni del Viminale il modello rinnovato deve apparire il meno vessatorio possibile. Anche se rimane una struttura con limitazioni della libertà personale: non si può uscire. Ma nello schema definito dall’Interno diventano centri finalizzati ai rimpatri e non più carceri di tipo amministrativo per punire i clandestini. Come molte volte è avvenuto in passato. Il decreto legge sull’immigrazione in preparazione al Viminale prevede, poi, la vigilanza sui centri per il rimpatrio dell’ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, oggi guidato da Mauro Palma. Il Garante già svolge un lavoro di ricognizione sui Cie ma inserirlo in una norma primaria rafforza e legittima in pieno la sua azione.

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L’attuale permanenza degli stranieri nei Cie fino a 90 giorni non dovrebbe subire modifiche e viene considerata sufficiente dagli addetti ai lavori. Nel Cpr gli agenti portano gli immigranti cosiddetti economici, privi di documenti validi. Provengono soprattutto dagli hotspot dove sono stati fatti i «fotosegnalamenti» e i rilievi delle impronte digitali: gli unici dati certi. Le generalità, invece, sono presunte, giungono dalle dichiarazioni dello straniero. E non sempre sono veritiere, gli esempi non mancano al dipartimento di Ps guidato da Franco Gabrielli. Africani provenienti da stati non riconosciuti ai fini del diritto di asilo provano a dichiararsi cittadini di nazioni confinanti dove c’è una dittatura. Ma oltre ai casi controversi, gli immigrati senza titolo per l’istanza di protezione internazionale dovrebbero essere destinati tutti ai Cpr. Lì il ministero dell’Interno contatta il console della nazione di presunta appartenenza del migrante e partono le procedure di identificazione. Soltanto quando arriva il lasciapassare dello Stato di origine l’immigrato può essere messo su un volo di rimpatrio. Oltre a quello di Ps, al capitolo Cpr-ex Cie sta lavorando anche il dipartimento Libertà civili dove a metà mese la guida passerà a Gerarda Pantalone; l’attuale numero uno, Mario Morcone, diventa capo di gabinetto al posto di Luciana Lamorgese, a sua volta alla guida della prefettura di Milano.

Gli stranieri rintracciati in posizione irregolare l’anno scorso sono stati 41.473. I non rimpatriati sono stati 22.809. Di quelli allontanati dal territorio nazionale, 10.218 sono stati respinti alle frontiere, 2.629 riammessi nei Paesi di provenienza mentre 5.817 sono stati rimpatriati. Fare un Cpr in ogni regione, come ha in programma Minniti, significa aumentare la possibilità di fare rimpatri. È un segnale di dissuasione. Non intende e non potrebbe mai eliminare tutta la migrazione economica e i viaggi della disperazione.

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