l’attualità dei classici

Rinascere contro la barbarie: il nuovo libro di Nicola Gardini

Dopo lo straordinario successo di Viva il latino!, Nicola Gardini torna in libreria con un saggio che fa riemergere con forza e amore il Rinascimento: si riparte da Leonardo, Pico, Poliziano e Pontano per far fronte al discredito generale del sapere

di Lina Bolzoni

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Dopo lo straordinario successo di Viva il latino!, Nicola Gardini torna in libreria con un saggio che fa riemergere con forza e amore il Rinascimento: si riparte da Leonardo, Pico, Poliziano e Pontano per far fronte al discredito generale del sapere


5' di lettura

Anni fa mi è capitato di osservare quali libri erano proposti al pubblico in uno dei molti negozi che, all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York, offrono ai viaggiatori vari generi di conforto. Fra quei libri, con un misto di piacere e di stupore, ho trovato un saggio dedicato alla riscoperta di Lucrezio da parte di un umanista italiano, Poggio Bracciolini. L’aveva scritto un professore di Harvard, Stephen Greenblatt, e l’aveva intitola The Swerve. How the World became Modern. Nella traduzione italiana il titolo è diventato Il Manoscritto. Come la riscoperta di un libro perduto cambiò la storia della cultura europea. Certo era difficile tradurre «the Swerve», eppure proprio lì stava, a mio parere, una delle chiavi del miracolo per cui un libro sul Rinascimento italiano stava accanto ai gialli, ai best sellers, ai consigli sulle diete e sul successo che riempivano gli scaffali. «Swerve» significa infatti, lo scarto, la deviazione improvvisa, quello che Lucrezio chiamava clinamen, grazie al quale gli atomi si incontrano e generano il mutamento. Greenblatt aveva scelto quella parola perché aveva intrecciato la propria storia personale a quella raccontata nel libro: il clinamen era stato per lui il momento in cui, studente squattrinato e curioso, aveva comprato per 10 cents una traduzione in prosa del poema di Lucrezio. Il fascino, il cambiamento che quel testo esercitano su di lui si intrecceranno appunto con i suoi studi rinascimentali e, a decenni di distanza, col libro dedicato alla riscoperta umanistica del manoscritto: la svolta creatasi nella sua vita si viene a rispecchiare nella svolta che prende l’avvio dalla riscoperta di Lucrezio. Una scelta narrativa di forte suggestione e sviluppata con grande eleganza.

Credo che proprio la qualità della scrittura, la scelta narrativa per cui la propria storia personale entra in gioco continuamente nel dialogo con i testi antichi, sia una componente del successo davvero straordinario che è toccato a Nicola Gardini, a cominciare da Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile (Garzanti, 2016). Molto dello spirito e dello stile di quel libro impronta di sé anche Rinascere. Storie e maestri di un’idea italiana, a cominciare dalla rivendicazione, netta, appassionata, direi senza pudori, del valore attuale della nostra tradizione culturale, del mondo classico quale rivive e si trasforma nel Rinascimento. Al centro del libro sta appunto il grande tema della rinascita, quel mito che gli umanisti costruirono per rappresentare la propria opera e che qui diventa archetipo esemplare di una rigenerazione continua, «promessa di libertà che facciamo a noi stessi e agli altri», barriera contro la barbarie del presente, contro «il discredito generale del sapere», «la mancanza di critica e di dibattito, la delegittimazione dei libri». E subito troviamo una specie di dichiarazione d’amore nei confronti degli autori qui presenti: «Da loro ho tratto e traggo forza e consolazione, piacere e stimolo alla fantasia, e per quante volte torni a loro, sempre mi sento illuminare da quel che dicono e da come lo dicono».

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In quella stagione meravigliosa e turbolenta che il nostro paese vive tra il secondo Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento il libro sceglie alcuni personaggi e dedica loro non tanto dei medaglioni, dei ritratti a tutto tondo, ma piuttosto uno schizzo, uno sguardo magari laterale che via via si fa carne, avvicinandosi a un particolare e traendo di lì il succo della storia. La scelta ci propone dei classici, quelli che ci aspettiamo (Leonardo, Pico della Mirandola, Lorenzo de’ Medici, Machiavelli, Ariosto), ma anche personaggi meno frequentati dalle storie e dalle antologie, come Giovanni Pontano e Girolamo Fracastoro, o anche inaspettati, come Cassandra Fedele, la colta giovane che a 22 anni pronuncia in latino l’orazione per la laurea in filosofia del cugino e, pur giocando la carta della modestia, rivendica il suo desiderio di sapere, la sua libertà di cercare la conoscenza al di là del ruolo tradizionalmente riservato alla donna. Gardini la sceglie, come scrive nella introduzione, come «antesignana e come prova di quell’anticonformismo leonardiano che ispira il mio discorso», come esponente di una stagione che precede quella in cui molte poetesse trovano la forza e la possibilità di uscire allo scoperto, di far conoscere e pubblicare i loro versi.

Quello che questo libro fa riemergere con forza e particolare amore è del resto soprattutto un Rinascimento in latino, spesso messo in secondo piano dai manuali, dalla tradizione storiografica, dalle divisioni disciplinari. È quello che uno studioso americano, Christopher Celenza, ha chiamato Il Rinascimento perduto, in un bel libro che è stato tradotto in italiano e pubblicato da Carocci. Gardini cita largamente i testi latini e li traduce puntualmente, li commenta, così da mostrarne la bellezza, la modernità e insieme la capacità di nutrirsi dei classici, di farli appunto rivivere in forme nuove. E ne rivendica la vitalità, contro una lettura tradizionale che spesso gli appare troppo riduttiva. È il caso di Poliziano: si sottolinea la “spasmodica attenzione” che dedica agli oggetti della sua poesia (le viole, ad esempio), la sua paziente e infinita capacità di sottoporli a metamorfosi, l’idea per cui la lettura e quindi la memoria poetica agiscono come fecondazione, come sacro contagio. Poliziano diventa così, come dice il titolo del capitolo, espressione della «libertà di rinascere», e viene contrapposto alla critica che ne ha fatto un «letterato decorativo e pacificato nella sua oreficeria».

In modo analogo si rivendica il fascino delle “invenzioni” di Pontano: La vita è infanzia è il titolo del capitolo, che si sofferma anche sulle ninnenanne e sul dialogo fra la mamma e il suo bambino affidato alla V Ecloga. Pontano viene visto come «l’incarnazione stessa della versatilità, dell’enciclopedismo e dell’abbondanza; un genio della moltiplicazione di sé che nessuna storia letteraria ha saputo ridurre a una sola cosa, se non a prezzo di imperdonabili amputazioni».

All’inizio del percorso, di questa personale galleria, troviamo Leonardo e il modo in cui è trattato ci dà già la cifra del libro. Il capitolo si intitola Un colpo di spugna. Leonardo e il dubbio rigeneratore. Prende l’avvio dagli incontri con i luoghi leonardeschi che l’autore ha avuto prima da ragazzo a Milano e poi da professore a Oxford, nella cappella del Magdalen College, dove la copia dell’Ultima cena, eseguita dal Giampietrino nel 1520, ci aiuta a farci un’idea di come poteva essere l’originale quando ancora non era corroso dal tempo. Il colpo di spugna del titolo fa riferimento al celebre brano in cui Leonardo invita i pittori a osservare le macchie casuali che una spugna lascia su di muro, così da ricavarne «varie invenzioni», e da usarle come «il suono delle campane, nelle quali si può intendere quelle dire quel che a te pare». Il brano diventa esemplare del gusto sperimentale di Leonardo, del suo interesse per ciò che dura appena (come la goccia di rugiada che cade, o ancora come la tempesta), della sua apertura alla pluralità delle prospettive e delle percezioni, al ruolo dell’osservatore, all’importanza del dubbio. Nello stesso tempo, assecondando un amore per la parola che lo accomuna agli autori da lui studiati, Gardini si sofferma sui singoli vocaboli, ripercorre le sinuose strade del lessico, incrociando memorie antiche e testi moderni. E nel Congedo rivendica il valore generale del suo metodo: «il senso non è dato. È costruzione, è fabbrica di messaggi che crescono via via, dilatandosi, ramificandosi, distillandosi magari sulla propaggine ultima di un vocabolo, per mezzo di risonanze simboliche e metafore che di primo acchito anche il lettore esperto potrebbe mancare». Anche il lettore, insomma, deve collaborare alla rinascita del testo.

Rinascere. Storie e maestri
di un’idea italiana

Nicola Gardini

Garzanti, Milano, pagg. 275, € 16

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