Interventi

Ripensare aiuti e regole per un venture capital più vicino a chi innova

di Alberto Calvo e Michele Costabile

(fusolino - stock.adobe.com)

4' di lettura

Il mercato del venture capital è in rapida e intensa trasformazione, sotto la spinta di una domanda di finanza per l’innovazione sempre più articolata ed eterogenea.

Nelle scorse settimane, ha suscitato un certo scalpore l’annuncio da parte di Sequoia Capital, uno dei più grandi e prestigiosi gruppi di venture capital al mondo, il cui valore delle sole società quotate sfiora i 40 miliardi di dollari, relativo a un cambio di modello e paradigma. Il noto fondo americano, uno dei pionieri dell’industria, e per questo un riferimento per tutti gli altri operatori del settore, intende abbracciare il modello cosiddetto crossover. In altri termini gestirà i suoi diversi fondi in una prospettiva di portafoglio disegnato per servire con pazienza e lungimiranza, ma altrettanta flessibilità, le tante domande di finanza per l’innovazione che evolvono ormai su tutti i mercati globali, e che rischiano di rimanere slegate fra loro.

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La nuova struttura del fondo sarà articolata su due livelli, fortemente interconnessi. Il primo, denominato Sequoia Fund, è la struttura sotto la quale verrà convogliato il portafoglio di società già quotate. Il secondo continuerà a operare come struttura multi-comparto di fondi chiusi, con strategie dedicate ai diversi stadi del cosiddetto early stage capital (seed, venture e growth) e per questo fortemente differenziate fra loro. La principale novità sta nel grado di sinergia (simbiosi?) tra i due livelli: i proventi derivanti dalle quotazioni e dalle plusvalenze sui mercati azionari liquidi verranno utilizzati per investire nei fondi chiusi, per supportare quindi la crescita di nuovi imprenditori. E a loro volta, i ritorni dell’attività core di venture capital saranno utilizzati anche per finanziare il Sequoia Fund.

Il cambio di modello riconosce la necessità di adattare l’offerta a una domanda e a una concorrenza evoluta, e dunque sempre più eterogenea e differenziata. Lo scouting è ormai globale, gli operatori – istituzionali, professionali, aziendali (corporate venture capital su tutti) – evolvono e propongono formule ibride a ritmi di innovazione accelerati. E come in tutti i mercati, lo sviluppo dimensionale e l’esperienza cumulata negli anni trasformano progressivamente le dinamiche di domanda e offerta e, di conseguenza, i modelli di business e le policy pubbliche che potrebbero risultare più efficaci. Soprattutto in Paesi, come l’Italia che, in forte ritardo di sviluppo, avrebbe bisogno di queste policy più di tanti altri Paesi comparabili.

Che il modello crossover sia adottato a livello di singolo operatore o di ecosistema potrebbe essere indifferente. Non è dubbio, invece, che il rischio di non adeguarsi è elevato e consiste in una progressiva diluizione dei ritorni economici o un loro differimento nel tempo per operatori e investitori, e quindi per un Paese come l’Italia significherebbe accettare che il ritardo di sviluppo permarrà a tempo indeterminato.

Al di là quindi dell’apparente semplicità, il modello crossover introduce elementi di forte innovazione rispetto al consueto modo di operare del venture capital. Esplorato già da altri grandi operatori del settore, tra cui Andreessen Horowitz, General Catalyst e Softbank, è importante ora considerarne più analiticamente la portata:

il nuovo modello differenziato e “aperto” di fatto riconosce che lo schema classico dei 10 anni per maturare ritorni dall’investimento non è più un dato di realtà. Esso non è infatti compatibile con la varietà dell’innovazione a cui l’evoluzione ci ha condotto, con alcuni percorsi di crescita che possono consentire fortissime compressioni del ciclo dell’investimento (digital, fintech…), mentre altri (deeptech, biotech…) lo dilatano, richiedendo un approccio paziente per portare a maturazione le iniziative in portafoglio;

il modello crossover offre ai sottoscrittori una notevole flessibilità. Essi, infatti, possono entrare e uscire dal capitale con meno vincoli regolamentari e, in alcuni casi, maggiore aderenza alle preferenze soggettive verso una gestione patrimoniale dinamica, avendo pure molte più facoltà di esprimere un indirizzo sull’allocazione dei propri fondi a specifici ambiti di elezione. In un mondo che vede la finanza mission-related diventare ormai guida prevalente per tanti investitori.

Al modello si accompagnano poi, nella logica tipica dei mercati bilaterali, benefici simmetrici dal lato della domanda di capitali: i diversi fondi gestiti con la flessibilità dei portafogli consentono di accompagnare con strumenti adeguati (dal seed alla Ipo e oltre) una startup lungo l’intera sua vita; l’operatore quindi diventa più attrattivo per i founders team, che possono immaginare di mantenere la propria posizione più a lungo con minore pressione verso un’uscita che potrebbe distorcere finalità, visione, missione e dunque approdare a ritorni non adeguati.

Resta da chiedersi quali siano le implicazioni di questa transizione per i policy maker europei e italiani. Riteniamo, infatti, vi siano almeno due tendenze convergenti, da cogliere con tempismo e lungimiranza. L’affermarsi di strutture come quelle progettate da Sequoia Capital può senz’altro favorire la costituzione di operatori di dimensioni medio-grandi ovvero di sistemi regolamentari che favoriscano la “dimensione di rete”. È fondamentale infatti progettare e gestire percorsi di accompagnamento nel tempo di iniziative imprenditoriali e tecnologiche con prospettive eterogenee di creazione di valore, senza correre il rischio di abbandonarle a metà del loro percorso né di rinunciare al valore delle sinergie di portafoglio. La revisione in logica di flessibilità ma anche di maggiore dinamica regolamentare e dei sistemi di incentivazione pubblica, per i Paesi europei e l’Italia in particolare, poi è l’indispensabile premessa. Il modello crossover ha forti probabilità di diffondersi e diventare un nuovo propulsore dell’economia dell’innovazione, grazie alla disponibilità di capitali differenziati e flessibili coerentemente con la domanda di mercato. Le strutture regolatorie e i sistemi di sostegno pubblico correnti non vanno nella stessa direzione. Ripensarli con tempismo e competenza consente di non doversi rassegnare a rimanere ancora una volta gli “ultimi della classe”.

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