l’efficienza a scuola

ripetizioni, un mercato in nero tutto italiano

di Pietro Paganini

(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

La Legge di Bilancio introduce un sostituto di imposta del 15% sui compensi derivanti dalle lezioni private o ripetizioni. Il governo, che è in cerca di risorse, vorrebbe regolarizzare un’industria che sfugge quasi interamente al fisco.

Lo studio di Giacomo Bandini e Lorenzo Castellani citato nel documento di Bilancio, stima che il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco. Il giro d’affari annuo è di circa 1,3 miliardi di euro, di cui 1,1 occultati all’erario. L’intervento del governo sembrerebbe perciò sacrosanto perché porterebbe risorse nelle casse dello Stato (anche se è difficile ipotizzare quanti saranno a uscire allo scoperto) e incentiverebbe l’emersione riducendo l’evasione (equità sociale). Non fosse che le ripetizioni non dovrebbero esistere. Sono una delle conseguenze del cattivo funzionamento del sistema scolastico. Così il governo vuole tassare qualcosa che non dovrebbe esserci. A questo punto viene il sospetto che le ripetizioni convengano a molti: allo Stato che incasserebbe risorse fresche; agli insegnanti che arrotonderebbero i bassi salari; alle famiglie come scorciatoia per rimediare allo sfacelo della scuola.

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Per le famiglie è un ricatto morale e finanziario. Si convincono che il ricorso alle lezioni private non sia dovuto al cattivo funzionamento della scuola, ma alla deficienza nell’apprendimento da parte degli studenti. È esattamente il contrario. La responsabilità del ricorso alle ripetizioni è della cattiva scuola e dei cattivi insegnanti. Altrimenti non avremmo più di un milione e centomila studenti tra scuole medie e superiori bisognosi di ripetere quello che è stato fatto a scuola. Se fosse così, dovremmo essere molto preoccupati come Paese. Può anche essere che gli insegnanti per essere compresi hanno bisogno dell’assistenza dei colleghi? I ranking internazionali, a partire dall’Ocse, dimostrano che il problema non sono gli studenti, ma l’istituzione Scuola. Un sistema scolastico efficiente non si affida alle ripetizioni. Esse sono la dimostrazione che la scuola è un sistema corporativo in cui educazione e discenti sono solo un corollario. Gli insegnanti, di cui non si mettono in dubbio le conoscenze ma la capacità di insegnamento, sono spesso in conflitto di interessi. Si prestano alle ripetizioni per irrobustire uno stipendio troppo basso. Con questa proposta lo Stato (i) oltre a garantirsi maggiori entrate, (ii) supplirebbe ai bassi stipendi degli insegnanti con una seconda entrata a carico delle famiglie che (iii) si troverebbero a pagare la scuola due volte. È uno schema simile a quello delle accise sui giochi e sul tabacco.

La tradizione delle ripetizioni è tutta italiana. Non esistono nei Paesi in cima alle classifiche dell’Ocse. In Finlandia per esempio, non ci sono nemmeno i compiti a casa. Le ricerche Pisa più recenti piazzano gli studenti italiani dietro solo ai russi per tempo dedicato alle attività scolastiche fuori dalla classe tra compiti, ripetizioni e sostegno dei familiari nello studio (un costo anche questo). Circa 12 ore alla settimana oltre l’orario scolastico. È ora di cambiare.

A differenza dei passati esecutivi, il governo ha colto la parte superficiale del problema: il mercato sommerso. Non ha colto la sostanza: il fallimento della scuola. Come i precedenti non è in grado di elaborare una soluzione che non sia quella di tassare il sommerso. L’idea di introdurre un’imposta potrebbe essere utile per un periodo breve, quello necessario per riformare la scuola, adottando una didattica e un’organizzazione che non contempli le ripetizioni, finalmente. Nel resto d’Europa funziona così. O forse, questo italiano, è un sistema che conviene a tutti, insegnanti/sindacati, Stato, e purtroppo, anche le famiglie?

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