Margaret Atwood

Violenza contro le donne: riscatto e resistenza per le ancelle

«The Testaments» è il seguito del libro di grande successo uscito 15 anni fa: ma qui non regna più il clima fosco e plumbeo della storia di Difred e si svolgono azioni di riscatto e resistenza

di Francesca Rigotti

La scrittrice Margaret Atwood

3' di lettura

Nello stadio di Gilead sta per avere luogo l’esecuzione di due condannati. Il primo è un guardiano (un «Angelo»), scoperto a contrabbandare limoni; settanta ancelle urlanti lo lapidano a morte e poi ne dilaniano il cadavere. Tocca poi al dentista pedofilo e incestuoso: «In capo a due minuti il dr. Grove non esisteva più: in aria si levarono i pugni, colmi di capelli strappati e insanguinati». Siamo nel nuovo romanzo di Margaret Atwood, I testamenti, e la scena descritta è una particicuzione, una esecuzione partecipata, per così dire. Nel senso che le ancelle, ovvero le donne fertili, sono sottoposte alla violenza di esercitare a loro volta violenza sui condannati, sbranandoli e facendoli a pezzi in questa scena di orrorismo: uno sparagmòs in piena regola come quello che le donne di Tracia inflissero a Orfeo, e che testimonia una doppia violenza, inflitta alle vittime e alle carnefici, a loro volta vittime.

Una scena da I Testamenti dunque, séguito de Il racconto dell’ancella, scritto dalla stessa autrice più di tre decenni dopo il primo romanzo distopico, del 1985, e che si svolge quindici anni dopo l’ultima scena, dove si lasciava Difred in fuga da Gilead, incinta di un comandante. Sappiamo di lei che prima di essere costretta alla vita da ancella aveva già una bambinetta di circa sei anni che le era stata strappata. Ritroviamo queste bambine, cresciute, nel corso del nuovo romanzo, dove interpretano due delle tre voci narranti, essendo la terza quella di zia Lidia. Zia Lidia, sì, proprio lei, l’odiosa kapò torturatrice di ancelle del primo romanzo, quella che spiegava alle sopravvissute agli stupri che se erano state violentate era «colpa loro, colpa loro, colpa loro», qui trasformatasi in una resistente al regime.

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La trasformazione riflette lo spirito generale dell’intera narrazione: non vi regna più il clima fosco e plumbeo della storia di Difred che lasciava addosso al lettore una angoscia implacabile; no, qui si svolgono azioni di riscatto e resistenza, rese chiare e comprensibili dalle trascrizioni delle testimonianze (369 A e 369B, e qui Atwood fa tesoro del film Le vite degli altri con il suo esaltante finale...), che sfociano in un happy end rivelatore dello spirito positivo e della happycracy dominanti nei nostri tempi tanto euforici e ottimisti. Così alla scena in cui Difred è molestata dal medico nello studio corrisponde la scena in cui il dentista mette sul seno della propria figlia adolescente una mano calda come un grosso granchio peloso, mentre la ragazzina rimane paralizzata e incapace di agire. Qui però ci sarà un riscatto finale, grazie anche al sacrificio di quella bambina divenuta una zia eroica e resistente, zia Immortale.

Ma torniamo al luogo di tutte queste atrocità, la Repubblica di Gilead, così chiamata con riferimento alla regione della Transgiordania citata nella Bibbia, celebre per i suoi pascoli fecondi, da cui proviene il balsamo miracoloso che cura le ferite, di cui canta il celebre spiritual. Ma non c’è balsamo in questa nuova Gilead, lo stato teocratico sorto in seguito a una catastrofe atomica in una zona al nord degli Stati Uniti; non c’è balsamo soprattutto per le donne, private non soltanto, all’inizio, del lavoro e della carta di credito, ma anche, nel seguito, di ogni indipendenza, autonomia e dignità.

Donne che fin da bambine vengono rese docili e mansuete come animali per diventare mogli di comandanti (il verbo inglese per designare il trattamento subìto da Agnes, una delle testimoni, è to groom, strigliare e educare). Donne probabilmente non fertili, ma tanto alla riproduzione provvederanno le ancelle, allevate per questo compito in base al modello biblico (Genesi 30, 1-3): qui l’amata ma sterile moglie di Giacobbe, Rachele, supplica il marito di unisi alla sua schiava Bila per ottenere dei figli, e di farlo sulle sue ginocchia: una violenza tanto più accanita e paradossale in quanto fatta esporre, nel libro biblico, da una donna (quasi come il discorso di Diotima, nel Simposio di Platone, che spiega come sia proprio degli uomini il generare, con l’ingegno, opere sublimi e immortali, mentre alle donne non è dato che mettere al mondo poveri corpi mortali). Se quel passo biblico è il generatore della violenza nel primo libro, nel secondo lo è la Storia della concubina tagliata in dodici pezzi (Giudici, 11-19), la cui atrocità è accentuata dalla narrazione anodina di una azione considerata normale, lecita. Perché la violenza contro le donne, tutto sommato, non è forse «colpa loro, colpa loro, colpa loro»?

I testamenti

Margaret Atwood

traduzione di Guido Calza, Ponte
alle Grazie, Firenze, pagg. 502, € 18
(edizione originale: The Testaments, London, Chatto & Windus,
pagg. 420, £ 20)

Riproduzione riservata ©

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