Maltrattamenti in famiglia

Rischia la prigione il marito che porta l’amante a vivere nella porta accanto

di Patrizia Maciocchi


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2' di lettura

Non si può andare a vivere con l’amante nella porta accanto a quella della moglie. Rischia due anni di prigione, per il reato di maltrattamenti in famiglia, il marito che impone alla moglie un “convivenza” con la nuova compagna, con la quale si va stabilire in un appartamento, con due entrate ma la scala in comune. La Cassazione (sentenza 35677) avverte che in caso di separazione, anche di fatto, come nella vicenda esaminata, non deve venire meno il reciproco rispetto e l’ assistenza materiale, morale e di collaborazione tra i due ex. Un principio per nulla chiaro all’imputato, condannato a due anni e due mesi di reclusione, che aveva voltato pagina, lasciandosi alle spalle la vecchia relazione, e iniziandone una nuova , con una scelta logistica umiliante per la consorte.

La porta accanto - Il figlio avuto dalla moglie aveva, infatti, riferito che il padre con la sua nuova fiamma, abitavano all’interno dello stesso immobile in cui c’erano due appartamenti con porte diverse, collegate da un’unica scala. Inutilmente l’uomo tenta di giustificarsi informando i giudici che alla sua richiesta di separazione la moglie avevo opposto un fermo no. Per la Suprema corte, l’ostacolo posto alla separazione “legale” non è una buona ragione per costringere l’ex partner «a sopportare la presenza di una concubina».

Nello specifico, il forzato menage a trois, non era poi l’unico elemento contestato all’imputato, che faceva vivere la sua ex e il figlio in condizioni di indigenza, costringendoli ad andare a mangiare alla mensa della Caritas, a fronte dell’agiatezza in cui viveva con l’amante. A questo si aggiungeva la sottrazione di 175 mila euro ricavati dalla vendita di un immobile di proprietà della parte offesa, che aveva riferito anche di violenze fisiche e verbali. Per la Cassazione però non serve la prova di aggressioni fisiche, che pure risultavano, per far scattare il reato di violenza in famiglia. I giudici ricordano infatti, che il reato c’è a prescindere dalle percosse, dalle ingiurie e dalle minacce, perché “bastano” gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità che comportano vere e proprie sofferenze morali. Come ad esempio la costrizione a subire la presenza di un’altra donna . E non conta neppure, ai fini del dolo, che ci sia il proposito di infliggere alla vittima delle sofferenze morali senza un motivo plausibile, ma è sufficiente la coscienza e la volontà di far soffrire il soggetto passivo in «modo continuo e abituale».

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