editorialeL’ANNO DEL VOTO UE

Rischio sovranista per i conti dell’Italia

di Sergio Fabbrini

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Luigi Di Maio e Matteo Salvini (Ansa)

4' di lettura

Non vi è dubbio che la scadenza politica più importante del 2019 sarà l’elezione del Parlamento europeo. Da tempo i motori dei partiti politici sono accesi per prepararsi a quell’elezione. In particolare, quelli dei partiti sovranisti. Le loro intenzioni sono inequivoche. Svuotare l’attuale sistema comunitario. «Nel passato abbiamo pensato che l’Europa fosse il nostro futuro, ora sappiamo che noi (sovranisti) siamo il futuro dell’Europa», ha detto il premier ungherese Viktor Orban. Con le prossime elezioni europee, ha aggiunto il vice-premier Luigi Di Maio, «verrà spazzato via l’establishment europeo», mentre il vice-premier Matteo Salvini ha precisato che finalmente «finirà la pacchia per i poteri forti dell’Europa». Sono realistiche le intenzioni sovraniste? E soprattutto corrispondono all’interesse dell’Italia? Non ne sarei sicuro.

Cominciamo dall’inizio. Tra il 23 e il 26 maggio prossimi, 400 milioni di persone di 27 Paesi avranno la possibilità di votare per i loro rappresentanti al Parlamento europeo. Con l’uscita del Regno Unito, il numero dei parlamentari è sceso da 751 a 705. In Italia, le elezioni si terranno domenica 26 maggio, per eleggere 76 rappresentanti (3 in più rispetto alle ultime elezioni del 2014). Il Parlamento europeo, anche se dotato di poteri e (soprattutto) risorse più limitati rispetto ai parlamenti nazionali, è un’istituzione cruciale del sistema politico ed economico dell’Unione europea (Ue). Esso infatti esercita un ruolo di co-decisione (insieme al Consiglio dei ministri) in quasi tutte le materie regolative del mercato unico, la sua approvazione è necessaria per rendere operativo il bilancio pluri-annuale (7 anni) dell’Ue e, soprattutto, la sua maggioranza elegge la Commissione europea (i cui membri, a cominciare dal presidente, sono proposti dal Consiglio europeo dei capi di governo nazionali).

Attraverso il metodo dello spitzenkandidat, (adottato per la prima volta nelle elezioni del 2014), i maggiori partiti del Parlamento europeo sono riusciti a ridurre i margini di discrezionalità del Consiglio europeo, imponendo come presidente della Commissione il candidato capolista del partito che ha ottenuto la maggioranza (seppure relativa) dei seggi nelle elezioni parlamentari. Sebbene la Commissione sia un organo investito (dal Trattato) di funzioni preminentemente tecniche, il meccanismo dello spitzenkandidat ha finito per politicizzarne la funzione. Entro certi limiti, però, perché il potere esecutivo è esercitato anche (e sempre di più) dal Consiglio europeo. Se in alcune politiche la Commissione dispone di poteri insindacabili (è simile ad una Autorità indipendente nelle politiche dell’anti-trust oppure dispone di poteri da esecutivo parlamentare nelle politiche della competizione nel mercato interno e del commercio internazionale), in altre politiche essa agisce invece all’interno di regole stabilite dai leader dei governi nazionali del Consiglio europeo. Come abbiamo visto recentemente con il governo italiano, nella politica economica (regolata dal Patto di stabilità e crescita) la Commissione è tenuta a fare rispettare gli accordi presi dai governi nazionali, non già ad agire autonomamente.

La strategia dei leader sovranisti è finalizzata a diventare decisivi nella scelta della futura Commissione, «spazzando via» la maggioranza politica (costituita dal Partito popolare, dai Socialisti e democratici e dai Liberal-democratici) che ha difeso finora gli accordi del Patto. Con il sostegno di una nuova maggioranza parlamentare, la futura Commissione, alleata con i governi sovranisti del Consiglio europeo, potrà svuotare dall’interno le regole del Patto, restituendo sovranità economica ai Paesi europei (tra cui l’Italia). Si tratta di una strategia irrealistica, oltre che insensata. Insensata, perché la sovranità economica porterebbe alla fine del mercato unico, con le sue conseguenze drammatiche per un Paese come il nostro (che non potrà mai essere auto-sufficiente). Irrealistica, perché non ci sono i numeri per una maggioranza sovranista. Attualmente, la Lega fa parte del gruppo di “Europa delle nazioni e della libertà” (37 membri, capogruppo Marine Le Pen), mentre i 5 Stelle fanno parte del gruppo di “Europa della libertà e della democrazia diretta” (45 membri, capogruppo Nigel Farage), 82 parlamentari su un totale di 751. Anche considerando le posizioni sovraniste del gruppo dei “Conservatori e riformisti europei” (75 membri, al cui interno i Conservatori britannici costituiscono il partito nazionale più importante insieme al partito polacco al governo, Diritto e giustizia), l’area sovranista è rappresentata da 150-200 parlamentari (su 751). Tenendo presente che nel prossimo Parlamento europeo i nazionalisti britannici non ci saranno e pur assumendo che i partiti sovranisti cresceranno elettoralmente in diversi Paesi europei, appare poco credibile che questi ultimi riusciranno a “spazzare via” il centro europeista del Parlamento (o a sostituire i Socialisti e democratici nella coalizione con il Partito popolare). Non solo. Se la Lega avrà una sua collocazione coerente nel nuovo Parlamento, lo stesso non si potrà dire per i 5 Stelle. Mentre Matteo Salvini andrà a Varsavia dopodomani per convincere i leader di Diritto e giustizia a dare vita ad un raggruppamento unico con i partiti nazionalisti del gruppo di Marine Le Pen, dove andrà Luigi Di Maio per riuscire ad avere una voce in capitolo nel futuro Parlamento?

Insomma, l’esito delle elezioni europee potrebbe condurre all’isolamento dei due partiti di governo italiani, piuttosto che al loro rafforzamento. Ciò spiega perché Viktor Orban non ha alcuna intenzione di uscire dal Partito popolare europeo, in quanto la permanenza nel maggiore partito europeista gli consente di proteggere meglio il proprio sovranismo. Ma se i partiti del governo italiano non riusciranno ad avere un’influenza nel Parlamento europeo, con quali poteri negoziali rivendicheranno la sovranità economica dell’Italia, in particolare quando dovranno discutere la prossima (2020) legge di bilancio, già condizionata da enormi clausole di salvaguardia (relativamente all’Iva, circa 30 miliardi)? Non è ora di finirla con la propaganda?

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