Cultura

Rischio stallo sulla riforma della lirica. Fondazioni al cambio di governance

Il Mibac propone l’uscita dei sindaci dagli organismi di governo degli enti

di Giovanna Mancini


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4' di lettura

È arrivato il momento di ripensare il sistema della lirica italiana. Forse. Perché la riforma organica del settore avviata dal ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli – con la legge cultura approvata la scorsa settimana al Senato e pubblicata sulla Gazzetta il 13 agosto – prevedeva nelle sue intenzioni una serie di ulteriori passaggi, segnati dalla prossima Finanziaria e dalla legge delega sulla cultura che dovrebbe iniziare il suo iter in Parlamento il prossimo autunno.

Riforma a rischio stallo

Ma ormai è tutto al condizionale: la crisi di governo e un eventuale scioglimento delle Camere mettono in forse tanto la permanenza di Bonisoli al dicastero quanto la presenza stessa di un Parlamento che discuta e approvi le leggi. Tuttavia, tra i tanti fascicoli aperti che hanno bisogno di urgenti misure c’è quello delle 14 Fondazioni liriche italiane, nove delle quali sotto l’egida della legge Bray del 2013, che ha dato il via al risanamento delle istituzioni più disastrate (stanziando risorse finanziarie per le realtà che hanno aderito al percorso), ma che non è servita a risolvere i problemi annosi che gravano queste istituzioni, a cominciare dall’indebitamento pregresso che, complessivamente, supera i 400 milioni di euro. I termini di rientro nei parametri previsti dalla Bray scadono a dicembre e la prima cosa da fare sarebbe proprio prorogarne la scadenza.

Lo scenario ovviamente è variegato, come dimostrano l’ultima relazione della Corte dei Conti presentata lo scorso luglio e l’ultimo rapporto del Commissario straordinario alla lirica, Gianluca Sole, il cui incarico di “vigilanza” sul risanamento delle realtà aderenti alla legge Bray è stato prolungato a tutto il 2020 dalla nuova legge. Ma – con l’eccezione virtuosa della Scala di Milano – tutte le fondazioni presentano criticità comuni, come sottolinea la Corte dei Conti: una governance inadeguata, controllata di fatto dallo Stato, che sostiene la maggior parte dei finanziamenti; un contributo economico insufficiente e tardivo da parte delle istituzioni locali; un apporto modesto da parte di sponsor privati; costi strutturali eccessivi a fronte di una produttività ancora ridotta; scarso ricorso ad attività di fund raising o economie di scala come le coproduzioni.

Un modello «misto»

Per cambiare la rotta, spiega il ministro Bonisoli al Sole 24 Ore, sarebbe necessario intervenire dalle fondamenta e questo era il progetto a cui stava lavorando, che ora rischia però di restare sulla carta. A oltre vent’anni dall’introduzione del modello delle Fondazioni lirico-sinfoniche di diritto privato, il ministro avanza la proposta di un modello “misto”, che tenga in considerazione le specificità e le diversità di ciascun teatro e del territorio in cui si colloca. Tornando, nei casi in cui questo sia più utile, al modello dell’ente lirico anziché della fondazione. «Non si può applicare a tutti la stessa medicina – osserva Bonisoli –. Una delle fragilità dell’approccio seguito in questi anni è stato utilizzare lo stesso schema in ogni contesto. Invece serve capire le diversità e trovare soluzioni per ciascuna situazione».

La legge appena approvata – che comprende diverse misure, tra cui norme a sostegno del cinema o contro il bagarinaggio – ha come fulcro la regolamentazione dei contratti precari nelle Fondazioni liriche. Il provvedimento introduce dal 1° luglio 2019 un tetto di 36 mesi alla durata dei contratti di lavoro a tempo determinato in un settore in cui non c’erano limiti, oltre a misure transitorie per la stabilizzazione dei precari. Risolta la questione del precariato, restano ora da affrontare i nodi difficili dell’indebitamento e della governance delle Fondazioni. Il ministro prevedeva di introdurre nella prossima legge di Bilancio «importanti interventi dal punto di vista economico», mentre la legge delega avrebbe affrontato le questioni normative. L’insieme di questi tasselli avrebbe potuto comporre un nuovo quadro della lirica italiana, operativo dal 1° gennaio 2021.

Ma nel frattempo è esplosa la crisi di governo e ora domina l’incertezza. In ogni caso, chiunque si troverà a gestire questa partita avrà davanti una sfida ambiziosa, perché è vero che negli ultimi anni ci sono stati importanti miglioramenti, ma «restano ancora molte criticità – ammette Bonisoli –. Bisogna uscire dalla logica dell’emergenza con cui finora si è agito, per traghettare il sistema verso una fase di normalità». La legge approvata va in questa direzione: per raggiungere il pareggio di bilancio, negli ultimi anni le fondazioni in difficoltà hanno agito spesso tagliando il costo del personale, che è una delle voci principali (oltre il 50%, secondo la Corte dei Conti), con il paradosso che «i lavoratori oggi sono persino troppo pochi», spiega il ministro.

Ma come si conciliano nuove assunzioni ed esigenza di contenere le spese? «Il problema non è l’entità di un costo – risponde Bonisoli – ma come lo utilizzo e per quale tipo di attività. Se confrontiamo il sistema delle Fondazioni lirico-sinfoniche con altri settori dello spettacolo, osserviamo che i margini di miglioramento ci sono: il volume della produzione, ad esempio, è ancora contenuto».

Il nodo della governance

Seconda riflessione: se le Fondazioni devono rivedere le proprie attività e la propria organizzazione, servono anche figure professionali in grado di farlo, con un ripensamento della governance. Tanto per cominciare, ogni Fondazione dovrebbe dotarsi di un piano industriale, come accade normalmente nelle aziende, con figure manageriali incaricate di fissare gli obiettivi e la strategia per arrivarci, la cui carica sia legata al raggiungimento dei risultati prefissi. A questo proposito, aggiunge Bonisoli, devono cambiare due cose: «Oggi i sovrintendenti prendono decisioni sull’allocazione delle risorse e anche quelle di tipo artistico. Credo che le due figure dovrebbero essere distinte. Inoltre, bisognerebbe eliminare l’assegnazione di diritto della presidenza delle Fondazioni ai sindaci delle città. Oggi c’è troppa politica nella lirica e questo ostacola spesso le decisioni di buon senso». Basta citare i casi “caldi” più recenti: il braccio di ferro per la successione del sovrintendente Alexander Pereira alla Scala di Milano, conclusasi con la nomina di Dominique Meyer e una problematica convivenza tra i due, che molti osservatori hanno ricondotto a uno scontro tra il sindaco Giuseppe Sala e il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana; e le dimissioni, al Maggio Fiorentino, del sovrintendente Cristiano Chiarot e del direttore Fabio Lusi dopo la nomina a presidente della Fondazione di Salvatore Nastasi da parte del sindaco Dario Nardella; la nomina di Francesco Giambrone alla guida del Massimo di Palermo.

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