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Risiko bancario, Banco Bpm e le due ipotesi all’orizzonte

di Paolo Paronetto

La disponibilità a valutare ipotesi di aggregazione è stata confermata a più riprese dall’ad, Giuseppe Castagna

3' di lettura

Banco Bpm sempre più al centro dei nuovi scenari di risiko del settore bancario italiano. La disponibilità a valutare ipotesi di aggregazione è del resto stata confermata a più riprese dallo stesso amministratore delegato Giuseppe Castagna.
«In un contesto in cui siamo assolutamente favorevoli a una spinta al consolidamento, di cui d’altra parte siamo stati tra i primi protagonisti tre anni e mezzo fa, oggi ci sentiamo pronti a fare un’altra operazione», ha dichiarato il banchiere lo scorso dicembre. Già da amministratore delegato della Banca Popolare di Milano, prima della fusione con il Banco Popolare, Castagna aveva del resto sostenuto la necessità, oggi certamente non meno attuale, di «creare i presupposti per avere almeno tre gruppi bancari», tre campioni nazionali, «che possano in futuro partecipare al percorso di consolidamento europeo».
La spinta all’M&A oggi arriva anche dall’impatto della pandemia di Covid-19, che invita le banche a rispondere alle pressioni sulla redditività ottenendo maggiore efficienza e diversificando le fonti di ricavo. Tanto più alla luce della mossa di Intesa Sanpaolo, che rompendo per prima gli indugi con l’acquisizione di Ubi Banca ha di fatto dato il via a un nuovo round di valutazioni e confronti tra i top banker di casa nostra che nel corso del 2021 potrà portare a sviluppi concreti.
Archiviata l’opzione Credit Agricole, che dopo aver studiato l’ipotesi ha deciso di lanciare l’opa sul Credito Valtellinese, secondo le indiscrezioni che circolano negli ambienti finanziari per Banco Bpm sono allora due le strade percorribili. Quella che appare in pole position, e forse la preferita dallo stesso top management dell’istituto (anche se al momento nulla di concreto è ancora sul tavolo), porta a Modena e alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna, che già nel 2007 era arrivata a un passo dalla fusione con l’allora Bpm. Un altro mondo, quando entrambi gli istituti erano banche popolari cooperative governate dal principio del voto capitario e l’aggregazione fu affondata dai dipendenti-soci dell’istituto milanese: oggi, al contrario, il progetto sembra incontrare il favore di alcuni tra i principali azionisti, a partire da Unipol, che controlla il 20% circa di Bper. L’a.d. della compagnia bolognese, Carlo Cimbri, ha definito esplicitamente l’idea «affascinante», sottolineando che «un progetto che creasse valore e fosse coerente con gli interessi degli azionisti raccoglierebbe consenso dagli stessi e dal mercato».
Apertura salutata con favore dallo stesso Castagna, che ha sottolineato di accogliere «con piacere le dichiarazioni di Cimbri in relazione a una possibile operazione di consolidamento». Unipol, in qualità di primo azionista, sarebbe quindi il perno di una fusione di cui resterebbero da definire le regole di ingaggio e i pesi specifici dei rispettivi azionariati (Banco Bpm capitalizza circa 2,8 miliardi a Piazza Affari, Bper si ferma a 2,2). E in vista della quale si registrano movimenti nella compagine sociale di Banco Bpm: sono stati infatti formalizzati due patti di consultazione, il primo tra le fondazioni azioniste sul 5,5% del capitale e il secondo tra soci privati sul 6,7 per cento.
La seconda strada dipende integralmente dalle mosse del nuovo amministratore delegato di UniCredit, Andrea Orcel, in arrivo a metà aprile, la cui indicazione da parte del cda è bastata al mercato per immaginare per l’istituto di piazza Gae Aulenti un futuro da protagonista del risiko bancario. In questo senso il target più gettonato rimane Mps, ma nelle ultime settimane molti analisti sono tornati a citare anche l’opzione Banco Bpm, senza escludere la possibilità di un’operazione a tre che, al netto delle probabili osservazioni Antitrust, darebbe vita a un nuovo leader nazionale superando in dimensioni Intesa Sanpaolo.
Non potendo controllare le mosse altrui, Banco Bpm si prepara all’appuntamento con le nozze rafforzando ulteriormente il bilancio e cercando di creare spazio di manovra in tema di alleanze commerciali. Su quest’ultimo fronte, dopo l’esercizio dell’opzione per chiudere la partnership con Cattolica (con cui sono in corso trattative per evitare strascichi legali) sugli sportelli ex Banco Popolare e in vista della scadenza di quella con Covea su Bpm, l’istituto punta ad avere mani libere nel corso del 2021 per la ricerca di un nuovo alleato a cui dedicare l’intera rete (con Unipol naturalmente favorita in caso di nozze con Bper). Quanto invece ai risultati di bilancio, i conti del quarto trimestre hanno scontato l’impatto one-off dell’accordo sindacale per l’uscita di 1.500 dipendenti (a fronte di 750 assunzioni entro il 2023) e la chiusura di 300 filiali, oltre a un aumento degli accontamenti per mantenere stabili i livelli di copertura dei crediti deteriorati anche a valle della recente maxi vendita di Utp per oltre un miliardo.
Sullo sfondo resta l’ipotesi di presentare un nuovo piano industriale non appena il contesto macro si stabilizzerà: gli assunti alla base dell’attuale business plan, varato nei primi giorni di marzo 2020, sono stati infatti rapidamente resi obsoleti dall’impatto della crisi sanitaria.

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