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Risiko bancario in Europa: dai legali l’alert guerra

di Luca Davi

3' di lettura

Invocato dai regolatori, a partire dalla Banca centrale europea. Accarezzato dalle banche più grandi. E nello stesso tempo temuto da quelle più fragili. Da tempo il tema del consolidamento bancario a livello transnazionale è la chimera che volteggia ciclicamente nel dibattito tra banchieri, policy maker e regolatori. E l’avvio di un percorso strutturato nell’Eurogruppo sul varo di una garanzia comune dei depositi conferma la volontà, almeno da parte dei regolatori, di creare un paracadute comune per favorire un fenomeno di sistema, e non operazioni sporadiche, almeno nel medio periodo. Del resto troppe sono ancora le differenze tra Paesi sul terreno normativo bancario, perché si possa pensare di giocare ad armi pari tra diversi Paesi e costruire campioni crossborder sulla base di regole uguali per tutti.

Le aggregazioni transnazionali

Oggi, concordano alcuni dei principali avvocati d’affari italiani del mondo del credito, di certo siamo a un bivio. Perché la guerra in Ucraina, e il riassetto geopolitico che ne conseguirà, non potrà non avere un impatto sulle dinamiche e i principi dell’M&A prossimo venturo, qualora prendesse forma.

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«In un mondo che si prospetta meno globalizzato rispetto al passato, e dove i confini sembrano richiudersi a livello continentale, c’è motivo di credere che lo spazio europeo diventerà il nostro “nuovo mondo” e in questo contesto le istituzioni potrebbero voler favorire la creazione di gruppi bancari transnazionali», dice Roberto Cappelli, partner di Cappelli Rccd. Per l’avvocato che, tra le altre cose, segue ed ha assistito a lungo Unicredit in tutte le operazioni strategiche recenti, il fenomeno delle aggregazioni transnazionali tra i colossi del settore «non è da mettere in conto a breve, mentre ci potrebbero essere diverse operazioni di assorbimento di realtà più piccole». Ma di certo «i segnali non mancano». E per le banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit in testa, «si potrebbero aprire scenari anche più interessanti rispetto ad altri grandi gruppi di altri Paesi». Un po’ perché le due principali banche italiane sono «meno finanziarizzate e in confronto ad altre nazioni hanno mantenuto un approccio più tradizionale». Un po’ perché «non hanno da digerire gli effetti di un consolidamento interno e, pertanto, hanno margini di crescita da poter sfruttare per uno sviluppo all’estero».

I motivi industriali per far sì che le operazioni tra Paesi diversi prendano vita in Europa sono numerosi. «C’è un gap dimensionale da colmare rispetto ai colossi bancari americani, servono massicci investimenti in tecnologia, ci possono essere importanti sinergie sulle fabbriche prodotto, che sono strutture sempre più sofisticate», afferma Giovanni Pedersoli, equity and name partner di Pedersoli da anni segue alcune delle operazioni bancarie più rilevanti in Italia, come ad esempio è stata l’Opas di Intesa su Ubi. Ma è anche vero che «la guerra in Ucraina più che un acceleratore rischia di essere un freno al consolidamento perché il pericolo è che le banche si chiudano in loro stesse». Per l’avvocato «da un lato ci sarà chi è più esposto alla Russia, e per questo sarà meno appealing agli occhi di altri partner», e dall’altro «servirà tempo per capire l’impatto di questa guerra sul proprio mercato di riferimento». Tutto ciò fa sì che che lo scenario sia «complesso» tanto da non rendere «probabile che una banca possa fare un’operazione transformational in questa fase».

Il problema sullo sfondo, come detto, rimane il mancato livellamento delle regole giuridiche tra i vari ambiti nazionali. Differenze che vanno, aggiunge Pedersoli, dalla disciplina sulla liquidazione delle banche sia fuori sia dentro l’insolvenza – con il diverso ordine delle cause di prelazione – a quella sul patrimonio netto, che «rimane soggetta a regole nazionali nonostante l’applicazione dei principi contabili internazionali», fino ad arrivare alle «diverse regole e tempi di recupero dei crediti che ne impattano la loro classificazione nelle diverse giurisdizioni».

Contesto normativo da cambiare

Regole su cui, se si vorrà davvero favorire la creazione di gruppi bancari di peso a livello continentale, servirà necessariamente agire in sede comunitaria. Per Carlo Pavesi, equity partner di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, la creazione di una garanzia comune sui depositi è «certamente una condizione» necessaria. Anche se «non l’unica», avverte. Oggi, per l’avvocato che segue e ha seguito Intesa Sanpaolo, BancoBpm e il Fitd su più fronti, è «invece più probabile che le banche, e parlo di quelle che per dimensioni e risorse sono in condizione di poter concepire un’espansione non solo domestica, possano indirizzare la crescita verso ambiti diversi, con minori assorbimenti di capitale, maggiore contribuzione di ricavi e più facili da integrare». Ad esempio, puntando «all’asset management o ad operatori specializzati nella gestione dei crediti problematici».

Perché se «in linea di principio le acquisizioni sono sempre possibili», le vere integrazioni appaiono «ancora molto improbabili in un contesto normativo e regolamentare che non le favorisce».

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