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Risk management: il 97% delle pmi impreparato alla pandemia ma più della metà continuerà a investire

I dati raccolti dall’Osservatorio Cineas Mediobanca evidenziano come le aziende con un fatturato medio di 65 milioni siano più resilienti alla crisi

di L.Ben.

(WrightStudio - stock.adobe.com)

4' di lettura

Il 97% delle pmi italiane era impreparata all’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Coronavirus che ha investito il nostro Paese e il resto del mondo. Una situazione che ha avuto impatti economici notevoli e che porterà a una flessione negativa di fatturato dell'11,1%. Questa la fotografia emersa dall'VIII Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane, la ricerca realizzata da Cineas in collaborazione con l'Ufficio Studi di Mediobanca.

Aumenta la gamma dei rischi d’impresa

La ricerca è stata condotta su un campione di 339 imprese manifatturiere e famigliari, con un fatturato compreso tra i 20 e i 355 milioni di euro. “Il rischio pandemico oltre a essere stato sottovalutato dalla quasi totalità delle aziende coinvolte nell’indagine, secondo Massimo Michaud, Presidente di Cineas, non impedirà ad oltre la metà (54,7%) di mantenere gli investimenti programmati”. L'indagine ha messo in evidenza la crescita costante della percentuale d'imprese che dichiarano di disporre di un sistema di gestione del rischio di tipo integrato che è passata dal 17,2% del 2016 al 38,6% del 2020. Ma se la mappatura dei rischi, è praticata dal 67% delle imprese, il monitoraggio dei rischi(occorsi, evitati e rilevati ex post) interessa solo il 38,6% delle aziende. Le percentuali si fanno poi più basse nelle fasi successive che prevedono la sintesi e la condivisione con l'organo di controllo (CdA) che viene coinvolto solo nel 13,9% dei casi.

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Il rischio smart working

Il presidente Michaud aggiunge che, tra le competenze da rafforzare emerse con la pandemia c’è quella indirizzata “allo sviluppo del lavoro a distanza, poiché esiste un rischio di perdita di competenze applicate. Serve migliorare lo smart management, la gestione delle persone in remoto, per assicurare la coesione dei team, supportare emotivamente i collaboratori, formarli più intensamente, chiarire ancora meglio gli obiettivi attesi e le tappe per realizzarli”. A questo si deve aggiungere una maggiore sensibilità ai rischi che va dagli infortuni sul lavoro, al cyber risk, ai fenomeni climatici estremi a quelli normativi legati alla responsabilità verso terzi da parte dei titolari delle imprese.

Chi regge meglio la crisi

Secondo Gabriele Barbaresco, Direttore dell'Ufficio Studi di Mediobanca, le aziende che dichiarano di voler intraprendere campagne di acquisizione manifestano aspettative di caduta del fatturato per il 2020 meno negative. Si tratta di realtà mediamente più grandi (con un fatturato medio di 57 milioni contro 42 milioni), più dotate finanziariamente e con redditività doppia (Roi al 13,2% contro il 6,7%). Il fatturato delle aziende con aspettative di vendita non negative per il 2020 è pari a 78,3 milioni, contro i 56,4 milioni delle altre; in generale le imprese con aspettative positive tendono a fatturare più di 65 milioni. Dal punto di vista geografico per il settore manifatturiero, il 2020 si prospetta meno pesante per il Sud (-7,1%) rispetto al Nord Ovest (-12,3%) e al Nord Est (-10,6%).

Chi ha sofferto di più

La chiusura di marzo e aprile ha coinvolto il 34,5% delle imprese con siti produttivi in Italia: il 32,9% delle aziende ha subìto un fermo parziale e ha operato al 50% della propria capacità, mentre il 32,6% ha potuto operare in continuità. È andata meglio alle aziende che hanno siti produttivi all'estero (circa il 10% degli intervistati): il fermo totale, in questo caso, ha toccato il 27,8% degli impianti, quello parziale il 25%, mentre il 47,2% non ha subìto fermi. Per quel che riguarda la solidità economica i settori più in sofferenza sono quelli legati alla moda che registra una flessione del 26,7% nel comparto tessile, del 25,2% nell'abbigliamento e del 23,2% per pelli e cuoio. Sempre in recessione, anche se in minor misura la filiera dei mezzi di trasporto (-21,7%), le produzioni correlate di trattamento dei metalli (-17,7%) e la metallurgia. Non mancano, però, anche attese positive soprattutto per alcune specialità alimentari: +1,3%; dolciario +4,9% e caseario +5,3%.

Le vulnerabilità emerse e i cambiamenti necessari

La prima conseguenza della pandemia per le imprese ha riguardato ritardi nei pagamenti (59,9%) che solo per il 14,5% si sono tradotti in tensioni sulla liquidità. La seconda più rilevante (evidenziata dal 30,7% delle imprese) ha riguardato la rottura della supply chain, e il ritardo o interruzione della filiera di fornitura che, solo per lo 0,6%, ha portato alla perdita del fornitore. La presa sulla clientela è rimasta tutto sommato buona e solo il 6,5% delle aziende ne ha subìto la perdita. Due aziende su dieci non hanno però registrato alcun impatto operativo. Il 47,5% delle imprese intende mettere in atto cambiamenti organizzativi e tecnologici per contenere il rischio di contagio. Tra gli interventi necessari emergono: sistemi di videoconferenza (40%) e dispositivi per il monitoraggio dello stato di salute dei dipendenti (31,9%). Dal punto di vista organizzativo la turnazione appare come la soluzione più realizzabile nell'immediato (40,6%); da rilevare che una percentuale quasi analoga, il 38,1%, non intende introdurre cambiamenti.

I nuovi rischi

La ricerca ha individuato due filoni di rischio: cyber risk che preoccupa il 43% delle aziende e il capitale umano. Più sentiti i timori per l’ hackeraggio (21,1%) la perdita di dati sensibili, ovvero coperti da privacy (16,5%) o che hanno rilevanza strategica per l'impresa (5,5%). Il secondo nucleo riguarda il disengagement dovuto alla non sempre agevole assimilazione delle nuove modalità di lavoro.




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