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Riso amaro nel Novarese: perdite fino al 70%

Tra i comuni più colpiti Cerano, Vespolate, Tornaco: sul raccolto hanno pesato rincari e siccità ma anche la gestione nella ripartizione dell’acqua

di Claudio Andrea Klun

 I risicoltori devono iniziare a pensare cosa fare la prossima stagione. Le multinazionali hanno già chiesto di preparare il programma delle semine

4' di lettura

Per i produttori di riso piemontesi, il 2022 non sarà un’annata da ricordare. La siccità e il caldo, uniti all’aumento dei costi di produzione, hanno messo a dura prova il settore, soprattutto nella provincia di Novara, come emerge dai dati diffusi dall’Ente nazionale risi, mentre Coldiretti Novara-Vco non esita a parlare di un annus horribilis per il settore che, dopo i rincari di carburante e materie prime causate dalla guerra in Ucraina, ha dovuto fare i conti con una siccità mai vista negli ultimi 70 anni.

«Nel Novarese, sono andati persi circa 3mila ettari a risaia, che rappresentano il 10% della superficie totale a riso della provincia – spiegano il presidente di Ente nazionale risi Paolo Carrà e Simone Silvestri, dell’area mercati –. A queste perdite, concentrate nei comuni di Cerano, Vespolate, Tornaco, Borgolavezzaro, Trecate, Bellinzago Novarese, Romentino e Barengo, si dovranno aggiungere danni parziali a coltivazioni che comunque verranno trebbiate: si stima che 7mila ettari abbiano una produttività fortemente compromessa dalla scarsità idrica. I restanti 20mila ettari potranno avere delle produzioni buone, anche se dai primi raccolti pare abbastanza evidente che non sarà un’annata da ricordare, inferiore rispetto allo scorso anno». Nel Novarese, particolarmente difficile la situazione a Cerano, come spiega Giuseppe Zanzola, consigliere di Coldiretti Novara-Vco: «Il 70% del riso è bruciato per mancanza di acqua, determinata non solo dalla scarsità di precipitazioni, ma anche da una mal gestione dell’irrigazione: ci sono zone a 10 km in cui la produzione è stata del 100%. Deve essere garantita un’equa ripartizione dell’acqua a tutte le aziende: per questo abbiamo organizzato per il 15 ottobre una riunione con il Consorzio Est Sesia».

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Fabrizio Rizzotti, presidente di Campagna amica di Coldiretti Novara-Vco e titolare di un’azienda a Vespolate, spera che «la siccità di quest’anno sia solo un evento eccezionale: se non fosse così, vuol dire che qua la risicoltura è a rischio ed è una preoccupazione condivisa da tanti altri coltivatori. Con mio figlio siamo alla ottava generazione: per un anno ci si può barcamenare, ma due di fila sarebbero un colpo mortale. Dobbiamo tutelare la produzione di riso: le nostro sono zone uniche per la loro tipicità e per prodotti che vengono riconosciuti a livello mondiale per la loro qualità».

Migliore, invece, la situazione nel Vercellese, dove, la natura impermeabile e argillosa dei terreni delle risaie, ha consentito di sfruttare al meglio le risorse idriche e di contenere i danni: «Siamo all’inizio della raccolta e quindi abbiamo ancora pochi elementi, ma si prospettano una resa ad ettaro più bassa e delle rese alla trasformazione più basse. Il caldo ha provocato sterilità nel momento della fioritura a varietà quali il Carnaroli, Sant’Andrea e Arborio», sottolinea Paolo Dellarole presidente Coldiretti Vercelli – Biella.

La mancanza di acqua ha indotto anche molti risicoltori a impiegare maggiormente la semina “in asciutta” rispetto a quella “in sommersione”, sottolinea il presidente dell’Ente risi: «Se ci si sposta troppo verso la semina “in asciutta”, si rischia di mettere in crisi il sistema idrico della risaia, perché la sommersione va ad alimentare le falde».

Carrà evidenzia la necessità, da un lato, che la politica attivi una visione strategica del bene acqua, e, dall’altro, di aprire sul territorio un confronto tra associazioni di categoria, agricoltori e consorzi irrigui: «Si può continuare con la semina “in asciutta” facendo finta di niente o dobbiamo autoregolmentarci? Oppure i consorzi devono intervenire? Ho chiesto alla Regione un tavolo di confronto per risolvere i problemi, perché c’è tanta voglia di riso in Europa e nel mondo. In attesa che la politica nazionale attivi interventi strutturali, quali dighe e invasi per trattenere l’acqua, la filiera della risicoltura si deve attivare per delle soluzioni sul territorio. Una delle strade possibili è quella di dare degli incentivi per tornare alla semina “in sommersione”, ma un’altra è quella di fare ricorso all’allagamento invernale delle risaie, che consentirebbe alla falda di rimpinguirasi già nel periodo invernale».

Anche secondo il presidente di Coldiretti Novara-Vco Sara Baudo e il direttore Francesca Toscani, «per sostenere il settore bisogna lavorare sugli accordi di filiera come strumento indispensabile per la valorizzazione delle nostre produzioni e per un’equa distribuzione del valore lungo la catena di produzione». E, intanto, anche se siamo solo all’inizio dell’autunno, i risicoltori devono iniziare già a pensare cosa fare la prossima stagione: «Le multinazionali ci hanno già chiesto di preparare il programma delle semine per il 2023; non sono scelte facili, anche perché chi ha tentato in via sperimentale di coltivare mais, soia o girasoli, ha avuto risultati disastrosi» aggiunge Zanzola. E Dellarole conclude: «Gli agricoltori staranno a guardare le precipitazioni in montagna e se ci saranno riserve per la prossima annata, per scegliere tra rischiare di seminare riso o fare rotazioni. In attesa delle soluzioni strutturali, speriamo vadano a buon fine gli studi per avere varietà di riso in grado di resistere con cicli d’irrigazione più lunghi».

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