Coltivazioni

Riso, un chicco su due prodotto nelle campagne del territorio piemontese

di Giorgio dell'Orefice

 Le aziende agricole tra Piemonte e Lombardia sono 3.400

3' di lettura

C’è una produzione agricola che caratterizza il Nord Ovest del paese più forse di ogni altra: il riso. Le risaie fanno parte del paesaggio di Piemonte e Lombardia fin dal ‘400 quando si sono diffuse sulla scorta del sistema di canalizzazione ideato per la pianura padana da Leonardo da Vinci, e poi secoli più tardi riorganizzato da Cavour.
Il riso è un’eccellenza italiana sia da un punto di vista di volumi produttivi (l’Italia è leader in Europa e il riso made in Italy è una delle poche produzioni agricole per le quali il nostro paese è autosufficiente) che sotto il profilo qualitativo. Le varietà made in Italy, derivate dalla Japonica, dal Carnaroli all’Arborio, dal Vialone Nano al Roma sono prodotte solo in Italia. A livello nazionale sono complessivamente coltivati a riso 227mila ettari (dati 2020). Di questi il 51% sono in Piemonte (115mila ettari con in prima fila Vercelli e Novara) e il 43% in Lombardia (provincia pavese, Lomellina e provincia di Milano). Il 93% del riso italiano è quindi tra Piemonte e Lombardia, mentre il restante 7% delle superfici è in Veneto, Emilia Romagna, Sardegna, Toscana e Calabria (nella Piana di Sibari).
Secondo i dati dell’Ente Risi la produzione italiana è di 1,1 milioni di tonnellate, di queste circa 100mila sono esportate (con principali mercati Turchia, Usa e Svizzera; e con il via libera dei giorni scorsi andranno anche in Cina). Inoltre circa 60mila tonnellate, prevalentemente di riso Basmati, sono importate.
Le aziende agricole tra Piemonte e Lombardia sono 3.400 mentre circa 90 sono gli impianti di trasformazione, divisi in due categorie: impianti industriali (con brand come Gallo, Scotti, Curti) e poi le pilerie che sono gli impianti di lavorazione interni alle aziende agricole. Gli addetti sono circa 9.500 e il fatturato è di 0,51 miliardi di euro per la parte agricola e 1,05 miliardi per la parte industriale. Complessivamente un comparto che vale oltre 1,5 miliardi di euro.
«Il riso italiano è variegato – spiega il direttore generale dell’Ente Risi, Roberto Magnaghi – ed è per la maggior parte di tipo Japonica ed è diverso da quello coltivato nel resto del mondo. A partire dagli anni '90 abbiamo cominciato a produrre anche risi della varietà Indica più adatti ai contorni e alle insalate. In Italia oggi su 220mila ettari 170mila sono Japonica e 50mila Indica. E fino al 2014 in Europa c’è stato un equilibrio tra Indica e Japonica. Finché non sono arrivate ondate di riso Indica a dazio via via sempre più agevolato da Myanmar e Cambogia. Importazioni che prima hanno portato al crollo dei prezzi della varietà Indica. In un secondo momento spingendo molte aziende a riconvertire la produzione verso la varietà Japonica ha portato al crollo anche delle quotazioni e della redditività di questa varietà mandando in crisi la risicoltura Europea, italiana, e quindi la risicoltura di Piemonte e Lombardia».
Basti pensare che, secondo i dati dell’Ente Risi, dal 2009 a oggi le importazioni Ue da Myanmar e Cambogia sono passate da meno di 10mila tonnellate (campagna 2008/2009), quando erano contingentate, fino alle circa 360mila tonnellate nelle campagne 17/18 e 18/19.
Un vero e proprio cataclisma che i produttori europei sono riusciti a contrastare solo dopo un lunghissimo negoziato al termine del quale la Commissione Ue ha finalmente reintrodotto la clausola di salvaguardia per proteggere il settore risicolo Ue dalla concorrenza sleale del prodotto asiatico venduto a prezzi stracciati resi possibili dal mancato rispetto degli standard lavorativi e dei diritti umani.
«La clausola di salvaguardia– aggiunge Magnaghi – ha sospeso le agevolazioni fino al 18 gennaio 2022. Resta il fatto che neanche i recenti drammatici avvenimenti in Myanmar hanno convinto Bruxelles a sospendere del tutto le importazioni da quei paesi». E quindi quali contromisure è possibile intraprendere per recuperare un equilibrio sul mercato? «Come Ente Risi – conclude Magnaghi – insieme al sindacato dei risicoltori francesi e ai produttori portoghesi stiamo portando avanti in Europa un programma promozionale sulla sostenibilità del riso europeo. La nostra produzione avviene con standard che assicurano il rispetto dell’ambiente della fauna e della gestione dell’acqua in quella che chiamiamo la valenza sociale della risicoltura. Siamo convinti che per il futuro la chiave sia quella di convincere Bruxelles a limitare l’import di riso da paesi che non rispettano né gli standard ambientali né i diritti umani».

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