Opinioni

Risorse progettuali centralizzate per servizi più vicini ai cittadini

di Ezio Manzini

(Jacob Lund - stock.adobe.com)

3' di lettura

Ciò che la pandemia ha reso tangibile è l’importanza del territorio e dei sistemi di prossimità per ciò che riguarda i servizi sanitari e le attività di cura. Ma non solo. A ben guardare, essa ci indica anche un tema più generale: l’importanza della distribuzione sul territorio delle attività in tutte le sfere dell’azione umana. Mostrando i limiti di ciò che è accentrato, ci parla della necessità di riorientare le nostre società verso sistemi distribuiti e di prossimità. Per chi si occupa di progettazione per la sostenibilità ambientale e sociale tutto questo era noto da tempo. Il Covid-19 ha fatto entrare questi temi nell’arena del più ampio dibattito politico e sociale.

A partire da qui, vorrei discutere come e quanto ciò che la crisi pandemica ci ha insegnato rispetto alla territorializzazione di servizi e attività abbia influenzato il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e come possa orientare i progetti che esso finanzierà. Leggendo il Piano si scopre che il tema si trova solo in una della 6 Missioni, quella relativa alla salute. Ma in questa vi appare in modo quanto mai esplicito. Il primo dei suoi “obiettivi generali” è quello di «rafforzare la prevenzione e l’assistenza sul territorio e l’integrazione tra servizi sanitari e sociali». Una svolta a 180 gradi rispetto agli ultimi decenni.

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Si potrebbe ora discutere sul fatto che questo stesso cambiamento di direzione non compaia nel resto del Piano. Ma questa discussione, per ora, la lascio in sospeso. Qui vorrei concentrarmi sulla Missione Salute, su come pone il tema dei sistemi di prossimità, e quindi
sulle opportunità che ciò può offrire.

In breve, quello che il Pnrr propone a livello territoriale è un ecosistema della salute basato su tre caposaldi: la casa come primo luogo di cura, da un lato. L’Ospedale di Comunità, dall’altro. E le Case della Comunità in mezzo, al centro del sistema sociosanitario di prossimità che così si viene a formare. Va inoltre notato che, parlando di Case della Comunità (e non, per esempio di centri di servizio sociosanitario) il Piano sembra indicare che la territorializzazione cui si riferisce debba essere il risultato di due azioni: quella di portare in prossimità delle persone un’appropriata gamma di prestazioni mediche e assistenziali, e quella di costruire attorno a esse delle comunità. Il Piano non definisce con precisione il senso da dare, in questo contesto, al termine comunità. Per cui siamo liberi di interpretarlo. A mio parere, le comunità di cui si parla devono comprendere non solo i professionisti della sanità e dell’assistenza sociale, ma anche le organizzazioni locali e i gruppi di cittadini interessati al tema. Devono essere delle vere e proprie comunità della cura che abbiano il loro habitat nei sistemi sociosanitari di prossimità di cui si è detto, e il loro centro operativo nelle Case della Comunità.

Definito dunque questo obiettivo generale, la domanda è: cosa fare affinché non vada sprecata l’opportunità di utilizzare le risorse del Piano per creare un sistema sociosanitario di prossimità?

Per rispondere a questa domanda, la discussione si deve spostare da ciò che dice il Piano ai progetti che esso sarà in grado di attivare. E qui iniziano i problemi. Per loro natura, i sistemi di prossimità che si dovrebbero creare sono locali e contestuali. E quindi anche la loro progettazione dovrebbe esserlo. D’altro lato, dopo decenni di tagli all’organico e di abbandono del territorio, gli enti che operano a livello locale spesso non hanno le competenze e le risorse interne per farlo.

A fronte di questa difficoltà, e data la struttura modulare dei sistemi distribuiti che si dovrebbero realizzare, la soluzione potrebbe essere quella di combinare centralizzazione e localizzazione, e costruire un’infrastruttura di supporto progettuale agli enti locali. Essa potrebbe operare a tre livelli: sviluppare centralmente dei metaprogetti dei nodi della rete che si intendono realizzare; dare consulenza agli enti e alle organizzazioni locali su come adattare questi metaprogetti alle specificità locali; e valutare i risultati.

Insomma, a fronte dell’urgenza e della difficoltà di avanzare in questa direzione, per far sì che il Pnrr non sia un’occasione sprecata, occorre costruire una nuova infrastruttura progettuale, che affianchi
e integri quelle tecniche e sociali.

Questo modo di procedere nel campo della salute potrebbe poi essere esteso ad altre aree di intervento e ad altre Missioni del Pnrr, diventando il terreno di sperimentazione di una più ampia
gamma di attività territorializzate e di sistemi di prossimità.
E, così facendo, contribuendo alla transizione verso una società resiliente, equa e sostenibile.

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