i rischi delle patrimoniali

Risparmi e costo della paura

di Paolo Basilico

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(Philip Steury - stock.adobe.com)


3' di lettura

Nelle ultime settimane sono ritornate a circolare proposte – giustificate questa volta da un nobile obiettivo – relative all’utilizzo del risparmio degli italiani per finanziare l’aumento del debito pubblico. Tasse patrimoniali, prestiti forzosi – non si capisce se abbinati alla limitazione della libertà di circolazione dei capitali – tutte però basate sullo stesso meccanismo: mettere le mani in tasca ai risparmiatori italiani.

Non sono né un economista né un fiscalista, ma ho trascorso gran parte della mia vita lavorativa a occuparmi di risparmio e di risparmiatori italiani.

Quello che ho imparato è che queste dichiarazioni sono semplicemente disastrose, perché generano una serie di comportamenti che vanno esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto sarebbe necessario e auspicabile. Vediamo il perché.

Non c’è bisogno di scomodare i premi Nobel della finanza comportamentale per sapere che la paura è l’emozione principale in economia. Lo è soprattutto quando si parla dei risparmi delle famiglie. La comprensibile paura di perderli – o di vederseli sottratti in qualsiasi forma – determina reazioni che spesso diventano non razionali.

È quello che è successo a fasi alterne a partire dai tempi del governo Amato. La paura si trasformò in panico durante la crisi dell’euro del 2011, quando le banche e le società di gestione, assalite da clienti terrorizzati, dedicarono gran parte del tempo e delle risorse a un’attività denominata asset protection.

Un inglesismo per definire il trasferimento, in modo del tutto legale, dei soldi degli italiani all’estero. Le modalità tecniche sono diverse (polizze assicurative, intestazioni fiduciarie, apertura diretta di conti correnti su banche estere) ma la finalità è la stessa: proteggere almeno una parte del proprio patrimonio.

Ma proteggerlo da cosa? Come ogni intermediario onesto sicuramente avrà cercato di spiegare, l’operazione presenta costi commissionali certi e nessun evidente vantaggio.

È trasparente per il fisco, quindi di certo non consente di evitare tassazioni. È quasi sicuramente inutile nel caso di break-up dell’euro, essendo il beneficiario ultimo residente italiano.

E non servirebbe neanche nel caso di un blocco dei movimenti dei capitali, per lo stesso motivo precedente. Certo, potrebbe essere di utilità nel caso di un trasferimento di residenza nel Paese in cui sono depositati i soldi. Ma per la stragrande maggioranza delle famiglie l’ipotesi è del tutto fantasiosa, a causa della presenza di aziende o immobili in proprietà, attività commerciali o da lavoro dipendente o anche solo semplicemente affetti – non ultimo quello, sempre molto forte, per il nostro Paese.

Da cosa proteggono allora veramente queste operazioni? Dalla paura.

Che porta a dire che sì, queste obiezioni saranno tutte valide, ma che si vuole andare avanti lo stesso.

Non esiste una stima ufficiale dei risparmi degli italiani depositati presso intermediari esteri. Quelli dichiarati nel modulo Rw della dichiarazione dei redditi a fine 2018 ammontano a circa 200 miliardi di euro. L’importo totale è sicuramente una somma ben più alta.

Si potrebbe obiettare che in fondo la giacenza in banche estere di risparmio italiano non è un gran problema per lo Stato, visto che viene tassata come quella all’interno dei nostri confini ed è facilmente rintracciabile per le operazioni straordinarie di cui leggiamo.

Ma si trascura un particolare importante.

L’unica caratteristica comune di queste operazioni di asset protection, nella mia esperienza, è che, nella stragrande maggioranza dei casi, non investono un euro in Italia.

D’altronde se fuggono dal nostro Paese è evidente che non vogliano rientrarci neanche finanziariamente. Sono quindi soldi sterilizzati per il nostro sistema produttivo (e per il nostro debito pubblico).

Al netto delle entrate fiscali che generano, sono soldi persi. Andranno a supportare economie di altri Paesi del mondo.

Nel mentre discutiamo di come far ripartire il nostro tessuto imprenditoriale – unico vero motore di qualsivoglia ripresa – possiamo permetterci di alimentare paure che sottraggono risorse fondamentali al suo finanziamento?

O, ancor peggio, prendere decisioni che lungi dal poter essere risolutive,vista la dimensione assunta dal debito, alimenterebbero per anni timoridi continue vessazioni?

Sembrerebbero domande retoriche, ma purtroppo non lo sono. E richiedono risposte chiare e perentorie.

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