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Risparmio energetico nel food? Soluzioni in arrivo dalle start up

Delle oltre 7mila nuove imprese agroalimentari esaminate dal Politecnico di Milano a livello mondiale, oltre un terzo persegue almeno un obiettivo dell’Agenda Onu 2030 per la sostenibilità

di Giorgio dell'Orefice

 Tra le filiere alimentari quella del freddo è una delle più energivore. Alcune start up lavorano proprio sul monitoraggio delle temperature

4' di lettura

Lo shock dei costi energetici e produttivi all’interno della filiera agroalimentare ha prodotto o meno una battuta d’arresto sul percorso verso la sostenibilità? In assoluto no, ma di certo sta generando cambi di traiettoria e riformulazioni alla luce della variabile energetica che ha assunto un peso specifico molto diverso anche rispetto a pochi mesi fa. Senza contare la comparsa di elementi che mettono a rischio la sicurezza alimentare intesa sia come sicurezza degli approvvigionamenti sia delle caratteristiche nutrizionali degli stessi.

È quanto emerge dal monitoraggio effettuato a livello globale delle start up del settore agrifood, e in particolare di quelle orientate alla sostenibilità, messo a punto dall’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano e che sarà diffuso il prossimo 28 settembre nel corso dell’incontro “Sicurezza alimentare e sostenibilità della filiera agrifood: a che punto siamo?” in diretta streaming e al Campus Durando a Milano.

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Un lavoro che ha preso in esame un campione di 7.337 imprese nate tra il 2017 e il 2021 e legate alla filiera agroalimentare estesa. Di queste il 34% (pari a 2.527 start up) persegue uno o più obiettivi di Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, obiettivi che con riferimento alla filiera agroalimentare riguardano l’accesso al cibo e alla sicurezza alimentare, l’aumento della produttività e la resilienza dei raccolti ai cambiamenti climatici, il miglioramento dell’efficienza nell’uso delle risorse, la priorità ai prodotti locali e alle filiere corte all’interno della ristorazione, il supporto ai piccoli produttori, la riduzione degli sprechi e delle eccedenze alimentari solo per citarne i principali.

Dal monitoraggio dell'Osservatorio emerge che il 42% delle startup orientate alla sostenibilità opera nei servizi e il 23% nella trasformazione alimentare (in molti casi proponendo prodotti proteici alternativi a quelli di origine animale o a basso impatto ambientale). Il 10% invece opera nella distribuzione.

L’analisi consente anche di fare valutazioni sulla distribuzione geografica delle iniziative che tiene in considerazione l’incidenza delle start up sostenibili sul totale. Tra i Paesi al primo posto c'è la Norvegia che conta 25 start up agroalimentari il 60% delle quali sostenibili. A seguire Israele (119 nuove imprese con il 58% green), al terzo posto la Nigeria (64 aziende al 50% sostenibili). L’Italia si trova al 23mo posto con 85 start up per il 35% orientate alla sostenibilità.

Molto interessanti anche le valutazioni riguardo ai finanziamenti ottenuti. Delle 2.157 start up analizzate in totale le 873 orientate alla sostenibilità hanno ottenuto complessivamente tra il 2017 e il 2021 finanziamenti 6,4 miliardi di dollari ovvero una media di 7,3 milioni a start up sostenibile. Un dato rilevante considerato che il totale delle start up ha raccolto 19,2 miliardi di dollari a livello mondiale, con una media di 8,9 milioni a start up.

A livello territoriale le start up sostenibili sono state finanziate in Nord America con 3,2 miliardi di dollari (8,7 milioni a startup), in Asia con 2 miliardi, (10,9 milioni), in Europa 911 milioni (4,1), in Sudamerica 101 milioni (2,1). In Italia (dove le startup sostenibili sono il 37% del totale in linea con il 40% della media globale) hanno raccolto 16 milioni, 1,6 a start up.

«L’intera tematica della sostenibilità va ripensata alla luce del contesto – spiega la direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability, Giulia Bartezzaghi –. L’esplosione dei costi energetici e produttivi ci sta ponendo di fronte a un problema di grave crisi alimentare, di sicurezza alimentare e nutrizionale a causa delle dinamiche innescate prima dalla pandemia e poi dalla guerra. Sono problemi complessi che richiedono diversi livelli di risposta. Uno è certamente quello che spetta ai Governi, ma anche le imprese possono e devono fare la loro parte. E questo è il motivo per cui abbiamo attivato questo monitor sulle giovani imprese che promuovono nuove soluzioni».

Uno dei punti chiave riguarda la catena del freddo. «Un aspetto fondamentale della filiera agroalimentare – aggiunge Bartezzaghi – messo sotto pressione dall’emergenza energetica. Tuttavia, non è pensabile innalzare le temperature di conservazione degli alimenti altrimenti verrebbe meno la sicurezza alimentare. Per questo ci stiamo concentrando e promuovendo quelle soluzioni messe a punto da alcune start up italiane che puntano sull’efficientamento energetico della filiera e mettono sotto la lente i passaggi del prodotto da un attore a un altro e nei quali si concentrano le dispersioni di temperatura e gli sprechi energetici.

Alcune start up lavorano proprio sul monitoraggio delle temperature e sullo stato di conservazione dei prodotti con soluzioni come packaging o etichette intelligenti che forniscono in tempo reale un alert sul mantenimento o meno delle giuste temperature e sul possibile deterioramento del prodotto. Altra tecnologia molto interessante e finora utilizzata solo nella conservazione dei prodotti ittici è quella che punta su una soluzione salina refrigerante che consente di conservare il prodotto aumentandone la shelf life senza ricorso a infrastrutture che necessitano di energia elettrica e che potrebbe essere estesa anche ad altre filiere».

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