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Blue economy, una strategia per salvare gli oceani

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tre domande a....

Blue economy, una strategia per salvare gli oceani

Un ragazzo della Costa d'Avorio esamina le bottiglie di plastica che galleggiano (Ansa)
Un ragazzo della Costa d'Avorio esamina le bottiglie di plastica che galleggiano (Ansa)

Intervista a Federico Pippo, professore di Finanza aziendale presso l'Università Bocconi, esperto di misurazione delle performance non finanziarie e legate agli indicatori Esg

La blue economy, vale a dire i modelli di business sostenibili che hanno un impatto positivo e di lungo termine sulla salute degli oceani, interessa molti settori interconnessi dell’economia. Quali sono esattamente?

La presa di coscienza dell’importanza dell’economia e dei servizi che l’ecosistema marino genera riguarda molti settori. In primis le attività come la pesca, il turismo costiero, l’acquacoltura, il trasporto commerciale. Ciò viene testimoniato anche nel rapporto #BlueInvest 2018: An ocean of opportunity with the right backing della Commissione europea, secondo il quale questo settore ha rappresentato nel 2016 l’1,3% del Pil della Ue, con un fatturato di 566 miliardi di euro e un potenziale che può moltiplicarsi fino a 4-6 volte.

Da sottolineare poi che la blue economy riguarda anche l’industria estrattiva e l’energia marina (moto ondoso e produzione eolica off shore) e le biotecnologie blue con applicazioni che riguardano il campo medico e farmaceutico, il settore alimentare e l’energia. Si pensi, in tale direzione, all’utilizzo delle biomasse delle alghe utilizzabili per la produzione di BioFuel.

Oggi la comunità internazionale è sempre più impegnata in iniziative a favore di un futuro sostenibile per gli oceani. Il ruolo fondamentale della finanza e della comunità degli investitori non è certo da sottovalutare. Cosa può dirci in proposito anche alla luce dei principi Esg? Come lavorate in questo campo?

Recentemente ci si è focalizzati sul recepimento delle priorità degli obiettivi definiti dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: spazzatura e inquinamento marino, cambiamenti globali e climatici, tecnologie “blue”, ocean literacy. Obiettivo principale è stato quello di definire una serie di principi e iniziative che privati e aziende possano riconoscere, condividere e assumere

come impegno attraverso azioni e comportamenti individuali e collettivi. Tali principi sono stati formalizzati nella cosiddetta Charta Smeralda, un codice etico redatto e siglato in occasione dell’ One Ocean Forum dal comitato scientifico composto da membri della Fondazione One Ocean Foundation e di SDA Bocconi School of Management, con lo scopo di evidenziare il senso di urgenza nell’affrontare i problemi più pressanti degli oceani e degli ecosistemi marini e costieri e teso a definire ambiti di intervento concreti, immediati e focalizzati alla risoluzione dei problemi

In che termini si può monitorare la diffusione della «blue economy» nel mondo e nel nostro Paese?

In primo luogo è importante monitorare costantemente i principali settori su cui impatta la blue economy e la catena produttiva, investigando il relativo impatto in termini di inquinamento rifiuti e la dipendenza, in termini di risorse, sull’ecosistema marino. In secondo lugo è necessario provare ad identificare i più rilevanti percorsi di innovazione tecnologica e organizzativa che le imprese hanno già o stanno mettendo in atto nella prospettiva di uno sviluppo più sostenibile dell’ecosistema marino, fornendo un’analisi sulle principali opportunità di crescita competitiva. Tutto questo con lo scopo di dare conoscenza costantemente delle storie di successo con riferimento ai processi, ai prodotti e ai modelli di business innovativi che possano contribuire a costruire una blue economy di tipo sostenibile.

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