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BTp, cosa cambierà con le nuove regole per rinegoziare il debito

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TITOLI DI STATO

BTp, cosa cambierà con le nuove regole per rinegoziare il debito

Nel bel mezzo della tempesta dello spread, si apre un nuovo potenziale fronte per i titoli di Stato italiani (e non solo) alla luce delle riforme allo studio a Bruxelles. Nei giorni scorsi i ministri delle Finanze Ue, nell’ambito delle iniziative per rafforzare l’Unione monetaria, hanno discusso dell’ipotesi di dotare le obbligazioni sovrane entro il 2022 di clausole semplificate (denominate single-limb Cac’s) di azioni collettive per facilitare eventuali ristrutturazioni. Questo punto era stato criticato dal Governo italiano nelle settimane scorse.

Cosa prevedono le attuale clausole di azione collettiva
Si tratterebbe di un passaggio non indolore per l’Italia, che con oltre 2.300 miliardi di euro detiene uno dei debiti pubblici più rilevanti a livello internazionale. Esattamente sei anni fa, con il decreto n.96717 del 7 dicembre 2012, venivano introdotte anche in Italia le Cac's (clausole di azione collettiva). In pratica dal 2013 tutti i bond sovrani di nuova emissione con durata superiore all’anno (quindi BoT esclusi) hanno regole certe e procedure di rinegoziazione del debito per tutti i Paesi dell’area euro. L'iter formale prevede che la ristrutturazione del debito avvenga con il via libera dei possessori che rappresentano il 75% del titolo o dei titoli interessati. Nel caso sia impossibile chiamare fisicamente a raccolta gli investitori, c’è la possibilità di una risoluzione firmata dai due terzi. Lo scopo è di impedire che una piccola parte dei creditori tratti le condizioni scatenando contenziosi giudiziari che si trascinano per anni.

Gli effetti sull’Italia
«Il debito pubblico italiano – spiega Paolo Cardenà, consulente finanziario – ha una duration media di 7 anni. Essendo trascorsi più di 5 anni dall’introduzione delle clausole Cac's per la ristrutturazione del debito, è ipotizzabile che circa il 65-70% dei titoli in circolazione del debito pubblico italiano, esclusi quelli emessi con scadenza sotto i 12 mesi, rientrino sotto le Cac's. Più passa il tempo e più questa soglia salirà rendendo più appetibile e meno disordinata un’eventuale ristrutturazione. L’obiettivo secondario di un’eventuale operazione del genere, sarebbe anche quello di salvare gli emittenti di Cds, ovvero le assicurazioni sul debito. Un default non ordinato determinerebbe un evento creditizio che farebbe scattare i Cds mettendo i ginocchio gli emittenti, che in gran parte sono di natura bancaria.»

La riforma sul tavolo di Bruxelles
Le attuali procedure per la ristrutturazione sono abbastanza complesse e la riforma in discussione a Bruxelles ha come obiettivo quello di renderle più snelle ed è comprensibile che l’Italia abbia sollevato obiezioni nei giorni scorsi. «Già i titoli sotto Cac's scontano interessi più elevati rispetto agli altri – continua

Cardenà – e se le procedure fossero ancora più snelle gli oneri a carico dello Stato potrebbero aumentare». Secondo alcune banche d’affari l’effetto Cac’s pesa almeno per 30 punti base (0,3% di extrarendimento) per le emissioni adottate con questa procedura rispetto alle altre. È ipotizzabile che entro il 2022 tutti i titoli italiani (con oltre un anno di scadenza) siano sotto la procedura Cac’s. «Ritengo poco probabile – conclude Cardenà – una ristrutturazione del debito italiano fino a quando le banche avranno in pancia la mole dei BTp che hanno oggi, circa 370 miliardi di euro. Un taglio dei titoli in portafoglio ad esempio porterebbe a perdite consistenti nei bilanci bancari, nell’ordine delle decine di miliardi, con i successivi obblighi di ricapitalizzazione. Si innesterebbe un circuito vizioso che nessuno vuole».


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