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Cuccioli, vegani e sport: i nuovi orizzonti esplorati dai gestori

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Cuccioli, vegani e sport: i nuovi orizzonti esplorati dai gestori

(Adobe Stock)
(Adobe Stock)

L’amaro ai carciofi contro il logorìo della vita moderna è storia. Oggi per combattere le nevrosi quotidiane si accudisce un animale come una persona di famiglia; si segue un’alimentazione biologica, macrobiotica, proteica, vegana, fruttariana; si cura il fisico come una macchina sportiva, alla ricerca di prestazioni sempre migliori. E se il benessere non è garantito, certo è che questa ricerca dell’equilibrio psicofisico faccia bene all’economia: i mondi degli animali domestici, dell’alimentazione e del fitness sono infatti potenti catalizzatori di consumi, tanto da attirare l’attenzione dei professionisti degli investimenti.

La Pet economy al cuore dei portafogli

La pet economy muove un giro d’affari ormai miliardario, alimentato dalla domanda di prodotti che vanno dall’abbigliamento all’hôtellerie di lusso, dal benessere ai servizi assicurativi per gli amici a quattro zampe.

Le società quotate in borsa che operano nell’offerta di beni e servizi per animali sono lievitate negli ultimi tre anni. A New York, dove sono in gran parte quotate, il loro valore medio è raddoppiato, a fronte del +37% dell’indice Usa S&P500. Sono piccole società rispetto alle multinazionali, ma in molti casi hanno un bacino potenziale di scambi sopra il miliardo. Il boom del settore è stato amplificato dalla buona salute delle azioni americane in generale, spinte dalla crescita del Pil e dalle agevolazioni fiscali dell’amministrazione Trump. Chi ha investito in società del pet, ha anche accettato un alto rapporto rischio/opportunità della specifica area d’affari, oltre che il rischio di concentrazione del capitale nelle singole aziende. Freshpet Inc. (società con 1,5 miliardi di dollari di capitalizzazione che produce cibo per animali) ha quadruplicato il suo prezzo negli ultimi tre anni. Invece il titolo Nestlè, il colosso diversificato del largo consumo presente anche nel comparto pet food, a fronte di una maggiore diversificazione è salito del 9% annualizzato.

IL BALZO DELLA PET ECONOMY
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Nella presentazione del fondo comune Allianz Pet and Animal Wellbeing, il nuovo prodotto di Allianz Global Investor focalizzato sulla pet economy, si evidenziano alcuni dati interessanti: nel 2016 il valore del mercato degli animali domestici a livello globale si attestava a 132 miliardi di dollari e si prevede raggiunga i 203 miliardi entro il 2025, grazie anche alla digitalizzazione delle vendite; nel 2017 i ricavi di Zooplus, rivenditore online leader in Europa, sono aumentati del 22%; a inizio 2018 Amazon ha lanciato il proprio marchio di cibo per animali (Wag) negli Usa (e la dice lunga sulle potenzialità del comparto); il 41% dei millennial intervistati ha dichiarato di non badare a spese per la salute dei propri animali domestici; le spese complessive per il mantenimento di un labrador ammontano a 40mila euro (tra acquisto, veterinario, alimentazione, assicurazione, toelettatura, accessori e altro).

La finanza vegana strizza l’occhio ai big di Wall Street

Anche il veganesimo è un nuovo criterio di investimento, al pari di altre mega-tendenze in atto nel mondo economico e finanziario, come la sostenibilità ambientale. La società americana Beyond Advisors ha annunciato il lancio di un Etf “vegano” e sul suo sito si descrivono portafogli e gestioni che selezionano società rispettose degli animali e del cambiamento climatico. I vegani negli Stati Uniti, si legge sul sito della piattaforma Beyond Investing, sono 19 milioni e in Germania il 44% dei consumatori segue una dieta a basso contenuto di carne; la scelta di uno stile di vita vegano è più frequente da parte delle persone tra i 18 e i 35 anni, preoccupate più degli over 55 dell’impatto dei consumi indiscrimintai sull’ecosistema e sulla salute.

Però fa specie vedere che le azioni più importanti dell’indice Us Vegan climate di Beyond Investing sono le stesse degli prodotti di investimento non caratterizzati da ideologie e tra le più capitalizzate della piazza newyorkese: Apple, Microsoft, JP Morgan, Intel, Wells Fargo. L’indice è costruito infatti per esclusione dal Solactive U.S. Large Cap Index delle aziende coinvolte nello sfruttamento degli animali, nel settore della difesa, nell’abuso dei diritti umani, nell’estrazione dei fossili.

La disponibilità di investimenti al 100% vegani, invece, è ancora limitata. Molte società sono startup non quotate. Tra le poche scambiate in borsa ci sono Tofutti Brands, che produce alimenti a base di soia (trattata al Pink Sheet, un mercato americano non regolamentato e quindi soggetto a forti oscillazioni dei prezzi) e Hain Celestial Group, che riunisce diversi marchi di cibo organico e naturale come Freebird chickens e Health valley, scambiata al Nasdaq. Entrambe hanno una performance negativa a tre anni, mentre da gennaio salgono, rispettivamente, del 9% e del 38%.

LE AZIONI VEGANE
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Azioni in forma

Sono numerose e note, viceversa, le società quotate del mondo del fitness, che dall’aerobica degli ’80 in poi hanno cavalcato l’onda lunga dei bisogni dei colletti bianchi che dalla scrivania saltano in palestra. Nike, Adidas, Garmin e l’italiana Technogym sono cresciute sull’onda della richiesta di abbigliamento tecnico per ogni prestazione e di strumentazione tecnologica per misurare le performance. E se la nutraceutica (cioè l’introduzione nella dieta di principi nutrienti, spesso tramite integratori) è già entrata nella finanza (in italia si è quotata all’Aim PharmaNutra), lo sportivo-vegano non è ancora una categoria individuata dalla finanza. É probabile, anzi, che l’alimentazione degli atleti dilettanti ma agguerriti si affidi alle proteine animali. Sempre in nome del benessere.

LO SPORT IN BORSA
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