effetto brexit

Risultati elettorali, rischio paralisi in Irlanda del Nord

dal corrispondente Leonardo Maisano

Manifesti elettorali a Belfast

2' di lettura

LONDRA - Sull’Irlanda del Nord, prima ancora che sulla Scozia, l’effetto Brexit risveglia i nazionalismi sopiti dalla pace di Pasqua, pietra angolare dell’intesa sulla condivisione del potere fra cattolici-repubblicani e unionisti-protestanti. Non si può leggere in altro modo l’avvitarsi della crisi dell’Ulster che allo spoglio dell’ultima scheda ha confermato il Democratic Unionist Party prima forza del Paese nonostante la risalita violenta dello Sinn Fein, considerato per anni il braccio politico dell’Ira.

Nel Parlamento di Belfast – lo ricordiamo – il Dup ha oggi 28 seggi, lo Sinn Fein 27, gli unionisti moderati di Uup 10, i repubblicani moderati di Sdlp 12. Per la prima volta nella storia dell’Irlanda del Nord le sei contee dell’Ulster potrebbero avere una maggioranza repubblicana. O per meglio dire i partiti cattolici e repubblicani riconosciuti hanno più deputati di quelli unionisti e protestanti. Fuori dal calcolo restano le forze trasversali agli schieramenti tradizionali senza identità confessionale e ideologica netta.

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Tutto ciò significa che molto probabilmente entro un mese l’Ulster tornerà a votare. Lo prevedono gli accordi di pace che impongono a cattolici e protestanti di condividere il potere come hanno fatto fino a qualche settimana fa con l’anomala grande coalizione Dup-Sinn Fein. Il partito fondato da Gerry Adams e guidato per anni dall’ex comandante della brigata di Derry dell’Ira, Martin McGuinness, non accetta però l’attuale leader del Dup, coinvolta in uno scandalo sull’energia rinnovabile. Il Dup resiste e non intende cedere ai diktat repubblicani. Oggi i colloqui ricominciano con la benedizione di James Brokenshire, ministro per l’Ulster nel governo di Theresa May. Se non ci sarà intesa, come detto, si riapriranno le urne e se la paralisi sarà di nuovo confermata si aprirà uno squarcio sul passato: direct rule di Londra su Belfast.

Il Parlamento locale sarà di fatto paralizzato e Westminster detterà le regole.
Non c’è prospettiva peggiore per l’Irlanda del Nord costretta a cedere alla Brexit contro la volontà della maggioranza della popolazione che come la Scozia e contrariamente da Inghilterra e Galles aveva votato per restare nell’Unione europea, percepita come àncora di pace dopo decenni di troubles a Belfast e dintorni. L’idea che possa ritornare una frontiera e una dogana lungo la linea – oggi del tutto invisibile – che demarca le contee britanniche da quelle di Dublino e che, contemporaneamente, l’Ulster si ritrovi eterodiretto da Westminster è scenario da brivido. Ricetta per un disastro da lungo tempo annunciato. Londra e Dublino hanno già avviato colloqui per monitorare gli sviluppi. Le prime indicazioni arriveranno dall’incontro Sinn Fein - Dup, ma pochi credono che un accordo sia davvero possibile.

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