ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa lezione dell’Ucraina

Ritornare alla comunità europea della difesa

Esattamente settant’anni fa, il 27 maggio 1952, i capi di governo di sei Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) firmarono a Parigi il Trattato costitutivo della Comunità europea della difesa

di Sergio Fabbrini

(REUTERS)

4' di lettura

È una domanda che avevamo tolto dall’agenda oltre che dalla nostra coscienza: come ci si difende? L’invasione russa dell’Ucraina del 2022 ci ha obbligato a riconsiderarla. Anzi ci ha riportato all’Europa del 1952. Esattamente settant’anni fa, il 27 maggio 1952, i capi di governo di sei Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) firmarono a Parigi il Trattato costitutivo della Comunità europea della difesa (CED), gemello del Trattato costitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), firmato l’anno prima dagli stessi sei Paesi e sempre a Parigi. Lo scopo della CED era di promuovere la sicurezza del continente attraverso la formazione di una difesa europea «sovranazionale nel suo carattere, consistente in istituzioni comuni, comuni Forze armate e un budget comune» (Art. 1), operante all’interno del sistema di sicurezza transatlantico avviato dalla nascita della Nato nel 1949.

Il Trattato della CED fu fermato dall’Assemblea nazionale francese il 30 agosto del 1954. Da allora, gli europei sono ricorsi ad una potenza non-europea, l’America, per garantire la propria sicurezza. Il sistema di sicurezza che ne è emerso è stato messo in discussione dall’aggressione russa dell’Ucraina. Vediamo meglio.

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La garanzia della sicurezza è la ragione che spinge gli stati nazionali ad aggregarsi. La sicurezza ha un versante sia esterno che interno. All’esterno, mettendo insieme le forze militari dei singoli stati, si crea la forza necessaria per opporsi ad un nemico superiore ad ognuno di essi. All’interno, sottraendo la forza militare (o buona parte di essa) ai singoli stati e depositandola in un’entità sovra-statale, si riduce la possibilità di un confronto diretto tra di essi. Più le sfide alla sicurezza collettiva sono minacciose, più si consolidano le unioni di stati. Generalmente, il consolidamento implica il passaggio da una forma confederale ad una federale di organizzazione dell’unione. La federazione, contrariamente alla confederazione, può garantire la doppia sicurezza in quanto è dotata di un dispositivo di difesa indipendente dalle volontà o idiosincrasie dei singoli stati. La CED del 1952 rappresentò il più avanzato tentativo democratico di portare la nuova aggregazione di stati (la CECA) verso un esito federale (Art. 38). Prendendosi carico della propria sicurezza, la nuova aggregazione si sarebbe trasformata in «un nucleo federale europeo…a garanzia…della solidarietà democratica» di ognuno di essi (Alcide De Gasperi, ma così anche Altiero Spinelli).

La CED fu sconfitta dalla convergenza dei nazionalismi della destra gaullista e della sinistra comunista. Affossata la CED, i leader europei dovettero prendere un’altra strada per garantire la sicurezza europea. Il “problema tedesco” fu risolto facendo entrare la Germania dell’Ovest nella Nato (1955), il “problema della sicurezza” fu risolto affidandolo agli americani. Ciò ha ridotto la spinta all’aggregazione federale dell’Europa, ma ha liberato risorse per la necessaria ricostruzione economica del nostro continente. Gli europei hanno potuto utilizzare le risorse pubbliche per creare sistemi nazionali di welfare, visto che i contribuenti americani si facevano carica del sistema europeo di warfare. Gli europei hanno potuto beneficiare della sicurezza senza pagarne i costi (un esempio di azzardo morale). Nello stesso tempo, gli americani hanno beneficiato del nostro opportunismo per esercitare un’egemonia sulla politica europea. La fine della Guerra Fredda ha riconfermato tale sistema europeo della sicurezza. È vero che, con il Trattato di Maastricht (1992), l’Unione europea (Ue) si è dotata di un pilastro dedicato alla Politica estera e di sicurezza comune (PESC), cui si è aggiunto, nel 1999, la Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC). Tuttavia, sia la PESC che la PSDC non hanno mai acquisito una autonoma capacità d’azione, vincolate, come continuano ad essere, dalla loro governance intergovernativa. Entrambe, infatti, sono controllate dai governi nazionali, che si coordinano volontariamente per affrontare le sfide alla sicurezza, prendendo decisioni che richiedono il consenso di tutti i governi.

Un’evidente incongruenza che, tuttavia, i governi nazionali hanno considerato accettabile perché, dopo tutto, «ci sono gli americani a fare il lavoro sporco». E poi, per quei governi nazionali, che bisogno c’era di preoccuparsi della sicurezza, visto che la storia era finita con la fine della Guerra Fredda. Nonostante le guerre regolarmente esplose, gli europei hanno continuato a pensare che lo sviluppo dei commerci o la costruzione di oleodotti avrebbero pacificato le relazioni tra gli stati. Un sogno da cui ci siamo dovuti svegliare all’alba dello scorso 24 febbraio. Seppure risvegliati, l’inerzia ha continuato a condizionare le nostre scelte. In un contesto in cui gli americani non possono più supplire alle nostre debolezza, l’Ue ha confermato il proprio approccio intergovernativo alla politica di sicurezza, impegnandosi (pensate un po’) a mobilitare una forza militare di 5.000 unità, come promesso dalla Bussola Strategica presentata dall’Alto Rappresentante Josep Borrell durante l’aggressione russa dell’Ucraina (mentre la CED del 1952 aveva previsto la mobilitazione di almeno 40 divisioni costituite da 1.300 unità ciascuna).

Insomma, se si vuole andare avanti, occorre andare indietro, riconsiderando la visione dei leader europei che dettero vita alla CED. Molte cose sono cambiate da allora, ma non sono cambiati né il contesto di minacce né logica delle istituzioni. Non si risponde a Putin con un comitato intergovernativo.

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