Bussola & Timone

Ritorno dell’inflazione e battito delle ali di farfalla cinesi

di Giovanni Tria

(AdobeStock)

4' di lettura

Di fatto il dibattito su come uscire dalle politiche monetarie ultra espansive, che stanno permettendo ai governi di sostenere programmi di spesa pubblica senza precedenti, è partito.Ed è stato ufficializzato nel momento in cui le Banche centrali hanno ritenuto di dover smentire un possibile cambio di queste politiche, almeno a breve. La Bce ha confermato che il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) continuerà per non mettere a rischio una frenata della ripresa. La Fed ha annunciato che una revisione dei tassi di interesse in aumento potrà essere attuata entro il 2023, aprendo al dubbio che sia pronta a muoversi prima. Il fatto che la Fed inizi a parlare di questo mutamento di rotta è dovuto al fatto che l’economia degli Usa segna una ripresa più forte di quella europea, che i programmi di spesa annunciati dall’amministrazione americana per rilanciare l’economia sono ben più forti di quelli programmati in Europa e che, di conseguenza, non poteva essere più eluso il dibattito tra gli economisti americani sulla possibilità che questo eccesso di spesa pubblica finanziato con moneta possa trasformarsi in inflazione. Se, infatti, le politiche espansive annunciate, e solo in parte già attuate, si tradurranno in inflazione, affermano alcuni analisti, dovremo aspettarci a breve una restrizione monetaria, tassi di interesse più alti e freno alla crescita. È solo uno scenario possibile, ma che, se incorporato nelle aspettative, sarebbe in grado di produrre di per sé risultati negativi. Il fatto che si tratti di uno scenario possibile, non significa, tuttavia, che sia anche probabile. Non lo è se è corretta la valutazione prevalente, diffusa dai banchieri centrali e da quasi tutte le istituzioni internazionali, circa la natura temporanea dei rialzi dei prezzi che si stanno manifestando sia negli Stati Uniti sia, anche se in misura minore, in Europa.

Essenzialmente aumentano i prezzi di prodotti energetici, materie prime e di vari input intermedi. In altri termini, siamo di fronte a un aumento dei prezzi alla produzione, più che dei prezzi al consumo. Un aumento dovuto sia a problemi temporanei di approvvigionamento e di rimessa in moto lenta delle catene globali di produzione sia alla ripartenza improvvisa delle economie, tra cui forte di quella cinese. L’impennata della domanda di materie prime e input intermedi da parte delle imprese cinesi, che hanno anticipato la ripresa della produzione, è stato un fattore rilevante nel determinare scarsità nei mercati e, quindi, l’aumento dei loro prezzi. Si tratta di un fattore di preoccupazione anche in Cina dove si pone il problema, oggi, se consentire di trasferire l’aumento dei prezzi alla produzione ai prezzi al consumo e, quindi, di determinare un poco di inflazione. Il problema è globale perché si tratta di capire se questi aumenti di prezzi, che colpiscono maggiormente le imprese “upstream”, cioè quelle che producono più a monte nelle catene produttive, molte delle quali sono in Cina, saranno trasferiti, e in che misura, sui costi affrontati dalle imprese “downstream”, cioè quelle che lavorano maggiormente sui prodotti finali. L’impatto sui prezzi al consumo dipenderà dalla transitorietà di queste carenze di mercato e dalla forza della domanda finale di beni di consumo, senza la quale l’aumento dei prezzi finali comprimerebbe le vendite. Per il momento, in Europa, e forse anche negli Usa, non si vede un tale rimbalzo della domanda, poiché siamo ancora in una fase iniziale di ripresa dalla crisi pandemica e la prudenza di consumatori e investitori è ancora forte. Più che una inflazione da domanda, il rischio maggiore oggi è quello di una compressione dei profitti dovuta al tentativo di non trasferire l’aumento dei costi sui prezzi finali. D'altra parte, fin quando ci si trova di fronte ad un mutamento dei prezzi relativi, cioè di un aumento dei prezzi di materie prime e di altri prodotti intermedi si crea solo uno scalino sui prezzi finali, se ciò non si riflette sui salari e sulle aspettative di inflazione. Lo shock petrolifero degli anni 70 generò inflazione a due cifre perché l’aumento del prezzo del petrolio determinava un trasferimento di reddito dai Paesi consumatori ai Paesi produttori, e quindi il contenimento dei salari e dei profitti nei primi. Il tentativo di contrastare questo trasferimento avviò una spirale inflazionistica, sconfitta con politiche monetarie restrittive con perdita di attività produttiva e occupazione. Oggi nulla fa pensare che ci si trovi di fronte ad una situazione simile. Fin quando la ripresa non si rafforzerà, e non tornerà la fiducia in misura sufficiente a sbloccare risparmi e liquidità in direzione di investimenti e consumi, e fin quando non sarà riassorbita la disoccupazione, si tratterà solo di una redistribuzione di profitti lungo le catene produttive. È un ulteriore effetto della globalizzazione e anche un conseguente ulteriore motivo di attenta cooperazione internazionale per stabilizzare i mercati, non solo quelli finanziari. Ciò che accade in Cina è un po’ più di un “battito di ali di farfalla”, e le conseguenze dall’altra parte del mondo possono essere rilevanti.

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