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Ritorno nella misteriosa Algeria tra dune, café e città da imperatori

Itinerario nel Nord del Paese, che 60 anni fa diventava indipendente: città crocevia di culture, spazi infiniti interrotti da minareti, rovine romane affacciate sul mare, incontri con tribù berbere

di Luca Bergamin

3' di lettura

Vista da lontano, l’Algeria sembra un Paese fantasma. Albert Camus alternava la nostalgia per l’infanzia trascorsa nel Paese nord africano e per il suo mare a una idiosincrasia e repulsione nette per l’afasia politica e l’isolamento sociale di questa terra a noi tanto geograficamente vicina, eppure così misteriosa, intrigante come i tentacolari, abbacinanti vicoli della casba cinquecentesca di Algeri. Da questo sito, inserito dall’Unesco tra i Patrimoni dell’Umanità, può cominciare la scoperta di una nazione che proprio sessant’anni fa tramite referendum scelse di essere indipendente dalla Francia, con la quale ha mantenuto un rapporto ondivago.

Algeri

Un buon punto di visione e ascolto è dal tavolino del Café Malakoff, dove le foto in bianco e nero appese alle pareti e i camerieri condividono i ritmi della musica chaabi, un mix pepato di note e vocalità berbere e urbane. In questa architettura-ragnatela, in cui si sovrappongono palazzi ottomani dai sontuosi portoni, edifici in stile maghrebino, vezzose case francesi e il salmodiare quasi continuo dei muezzin si meticcia col vocio dei venditori di spezie. Travolti dall’alveare di genti e merci, è piacevole cercare refrigerio salendo alla basilica di Notre Dame d’Afrique, costruita a fine Ottocento dai francesi su una collina rivolta verso la baia.

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Il fascino della capitale algerina risiede proprio in questo intreccio senza fine tra il languore moresco e il lindore francese di costruzioni e situazioni: ecco, dunque, che si passa dalla Place des Martyrs all’edificio della Grande Poste, si percorre il lungomare in stile Art Nouveau e si entra poi nel Museo Nazionale del Bardo, ospitato in quella che era la villa settecentesca del principe tunisino Mustapha ben Omar, e nel Museo di Antichità e Arte islamica, ricco di mosaici romani.

La casba di Algeri (foto: Hana Auak, Copyright Unesco)

Anche Orano, la seconda città per numero di abitanti, nella parte nord occidentale del Paese e in cui Camus ambienta La peste, merita di essere scelta come meta di partenza: la si abbraccia in un solo sguardo dal Pic d’Aidour, l’altura 400 metri sopra il Mediterraneo su cui si erge maestosa la Fortezza di Santa Croce, di origine cinquecentesca, e la si conosce bene da dentro camminando intorno al Teatro Regionale nella scenografica Place du 1er Novembre e assaggiando la sua cucina nel ristorante Le Cintra.

Djemila

Per avventurarsi nel glabro, desertico, paesaggio algerino conquistato dalle legioni di Augusto, è meglio affidarsi a un tour operator di provata esperienza in Nord Africa (Kel12 e I Viaggi di Maurizio Levi, per esempio, propongono un itinerario di dieci giorni che tocca il Mediterraneo, il Sahara, i siti archeologici romani più interessanti). Così, solcando i ouadi, sorta di canyon nei letti di torrenti in secca, si giunge a Djémila, imbalsamata sopra la roccia dal I secolo come una sorta di buon ritiro per i veterani della Caput Mundi: ebbene, il foro di Settimio Severo, il tempio di Marte, l’arco di Trionfo e persino le Grandi Terme dell’imperatore Commodo sembrano avere stretto un patto solido col demone del tempo che ovunque passa, ma non qui.

Anche Timgad è un’illusione di pietra: dopo essere stati tratti a lungo in inganno dai riflessi dei laghi salati nella regione degli chott, e avere incontrato le tribù berbere discese dai massicci dell’Aurès, finalmente si entra in questa città voluta dall’imperatore Traiano, che la creò dal nulla secondo la sua personale idea di forma urbis: ne restano il cardo, un colonnato corinzio, l’arco di trionfo alto 12 metri, le vestigia della basilica, del teatro e del tempio dedicato a Giove capitolino.

Ci si sente un po’ pionieri ad attraversare anche la gola del fiume Rhumel, passepartout obbligato per guadagnarsi Costantina, l’antica capitale della Numidia, alla cui casba si accede attraverso il ponte sottile di Sidi M’Cid, sospeso 175 metri sopra il canyon. La regione del Mzab è alle porte, il Sahara stende e soffia la sua sabbia arancione su ogni cosa, disegnando le dune in un modo per cambiare subito dopo.

Antichi segni sulla sabbia

Il deserto risparmia solo cinque villaggi - El Atteuf, Melika, Beni Isguen, Bou Noura e soprattutto Ghardaïa - considerati ispiranti dagli architetti moderni, in particolare Le Corbusier, per la silhouette delle loro case e dei minareti affusolati del colore del fango con il quale sono state innalzati, creando un fiabesco contrasto con l’azzurro perenne del cielo: le famiglie berbere intente al commercio dei cammelli e alla tessitura di filati invitano a bere un te. Sarebbe bello fermarsi qui a lungo. Ma il Mediterraneo, le città di Tipasa e Cherchell, già richiamano verso la costa.

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