eminenza grigia al cremlino

Ritratto di Aleksandr Dugin, il «Rasputin di Putin»

di Antonella Scott

Vladimir Putin - Aleksandr Dugin

4' di lettura

Lo chiamano «eminenza grigia del Cremlino», «cervello di Putin» o «braccio destro» del presidente russo, «forza motrice» della sua politica estera. Mentre Breitbart News - il sito conservatore di notizie e opinioni traghettato da Stephen Bannon, oggi chief strategist di Donald Trump, sulle posizioni della destra populista europea e dell’alt-right americana - ha approfittato della lunga barba e di una vaga somiglianza per accostare Aleksandr Dugin a Grigorij Rasputin, il mistico/santone che divenne consigliere personale degli ultimi zar. In realtà il viso di Dugin fa pensare piuttosto a Dostoevskij...ma in effetti un’analogia con Rasputin c’è. Così come non esistono certezze sulla reale influenza che il monaco siberiano esercitò sulla zarina Alessandra e su Nicola II, anche la connessione tra le idee di Dugin e le decisioni del Cremlino è difficile da determinare con precisione. Questione di non poco conto, date le convinzioni anti-liberali, anti-democratiche e anti-occidentali del “Rasputin di Putin”.

Al centro del suo pensiero, accanto alla lotta al liberalismo, è l’Eurasia. Un patto russo-islamico, impero di terra guidato dalla Russia, esteso all’Iran, alla Turchia e all’Europa orientale: questa è la missione della civiltà russa, l’idea che giustificherebbe l’ambizione di Mosca di ritornare sulle terre ex sovietiche, dal Baltico al Mar Nero, di restaurare il dominio sulle popolazioni non russe. Arrivando poi - a Oriente - alla Manciuria e al Tibet, alla Mongolia e all’Oceano Indiano. Stabilendo magari un protettorato sull’Unione Europea.

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Se l’Eurasiatismo prese vita nella comunità degli émigrés fuggiti alla Rivoluzione d’Ottobre, furono i tormentati anni di Eltsin a rilanciarlo: serviva a colmare il vuoto lasciato dal marxismo-leninismo, a sostituire il comunismo con un’ideologia che restituisce un’identità nazionale e dignità ai russi delusi e umiliati dalla perdita dell’Urss. Il neo-Eurasiatismo alimentava il loro desiderio di ritrovare un uomo forte al comando, rifacendosi alla religione ortodossa in contrapposizione all’Occidente, disprezzando i diritti individuali e il libero mercato, le idee liberali per le quali Dugin invoca «un processo di Norimberga».
Dugin vedeva come primi passi verso il ritorno all’impero la guerra in Georgia del 2008, e naturalmente la rivolta delle regioni orientali dell’Ucraina, dove il filosofo ultranazionalista contava di replicare la “liberazione” dell’Ossezia del Sud, oltre che della Crimea.

Afp

Ma Putin, ai suoi occhi, non è stato abbastanza deciso: «Il Rinascimento russo si può fermare solo a Kiev», aveva scritto Dugin nel 2014. La mancanza di determinazione da parte di Putin nel sostegno ai separatisti del Donbass e nella ricostituzione dell’Impero sarebbe, secondo alcuni osservatori, la ragione del raffreddamento tra il filosofo e il presidente russo. Malgrado lo stesso Putin abbia lavorato attivamente per l’Eurasia, definendo nel 2013 la prima Unione doganale costruita con Bielorussia e Kazakhstan «la possibilità per l’ex Urss di diventare un centro indipendente di sviluppo globale, piuttosto che periferia dell’Europa o dell’Asia». Una risposta all’eterno dilemma della Russia, parte di due continenti, contrapposta a essi. La geografia, il suo destino.

Eurasia, impero di terra, si contrappone ad Atlantide, potenza marittima, liberale, personificata un tempo dalla Gran Bretagna, poi dagli Stati Uniti. «L’Impero americano dovrebbe essere distrutto - aveva scritto Dugin nel 2007 -. E, a un certo punto, lo sarà». L’Anticristo. Un ordine globale, multirazziale e multietnico, basato sui diritti umani, sul pluralismo e l’uguaglianza: è il grande nemico a cui contrapporre i valori tradizionali difesi nella Russia di Putin. Dugin la vede come avanguardia di un conservatorismo nazionalista in cui la religione ortodossa «è la cerniera del mondo che vogliamo costruire». Gli Stati satelliti dell’Urss di un tempo ne sono le pedine, l’Ucraina una «terra sacra» da riconquistare. L’intervento russo in Siria una mossa necessaria «per proteggere i cristiani d’Oriente».

Ucciderli, ucciderli, ucciderli. Fine della discussione. È il mio parere di professore

La vittoria di Donald Trump ha cambiato le carte di Dugin: improvvisamente l’America non può più essere l’Anticristo. Dugin vede nel nuovo presidente uno spirito affine, un nazionalista anti-establishment. «Che gioia per noi, che felicità. Deve capire che noi consideriamo Trump il Putin d’America», si esalta in un’intervista al Wall Street Journal. «In Trump we trust». Ora Steve Bannon e altre figure chiave dell’amministrazione Trump diventano alleati nella causa anti-liberale, si aggiungono alla rete internazionale che Dugin sarebbe stato chiamato a intrecciare in Europa tra partiti di estrema destra anti-establishment, politici e pensatori, ispirandosi a personaggi come l’italiano Julius Evola, o il guru neofascista francese Alain de Benoist. In Italia Dugin prende a riferimento la Lega di Matteo Salvini, in Francia naturalmente Marine Le Pen, in Ungheria Jobbik, in Grecia Alba Dorata… Nina Byzantina, moglie del leader dell’alt-right statunitense Richard Spencer, traduce in suoi scritti.

Putin è ovunque, Putin è ogni cosa, Putin è assoluto, Putin è indispensabile

Dugin, nato a Mosca nel 1962, fondatore con Eduard Limonov del Partito nazionale bolscevico, sembra particolarmente ben introdotto nei circoli militari, i suoi testi usati come manuali nelle accademie delle forze armate. Viaggia spesso in Iran ed è lui, che si trovava ad Ankara durante il tentato golpe del luglio scorso, che avrebbe orchestrato il riavvicinamento di Vladimir Putin alla Turchia, la riappacificazione con Recep Tayyep Erdogan, il presidente turco, dopo l’abbattimento di due jet russi impegnati in Siria. Così almeno afferma Dugin.

Ora le affinità ideologiche con l’amministrazione Trump verranno messe alla prova delle reali politiche della Casa Bianca, con la difficoltà di far combaciare gli interessi di Russia e Stati Uniti. Ma torna la vera domanda cruciale: quanto è ascoltato Dugin al Cremlino, fino a che punto le sue idee vengono assorbite da Putin o dalla sua cerchia ristretta di consiglieri? Che ruolo gli è stato affidato all’interno del Paese e all’estero? Perché se Putin fa suoi i principi esposti da Dugin, sarebbe lecito non avere più alcun dubbio sull’aggressività della politica estera russa, sui sabotaggi e le interferenze, informatiche e no, nella vita politica degli altri Paesi, nelle elezioni politiche imminenti in Europa. Tutto sarebbe conseguenza diretta di quelle idee. Nell’intervista rilasciata in novembre al Wall Street Journal, il filosofo approfondisce il concetto di integrazione regionale eurasiatica, «passo difensivo contro la globalizzazione». Che ne penseranno la Polonia o i Paesi baltici - gli chiedono - con i loro brutti ricordi dell’ultima volta che la Russia ha “integrato” i propri vicini? Devono adattarsi alla multipolarità, risponde Dugin: e in fondo, aggiunge, «ci sono anche bei ricordi».

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