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Riuscirà il Fisco a farci investire una parte dei 1500 miliardi depositati nei conti correnti?

di Marco lo Conte

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3' di lettura

A fine marzo è stato infranto il muro dei 1500 miliardi: l'ammontare di liquidità depositata dagli italiani sui propri conti correnti. Per la precisione sui c/c a fine primo trimestre del 2019 ci sono 1.504,76 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, percentuale considerata la spia del clima di sfiducia degli italiani nel sistema Italia, tale è la correlazione diretta con lo spread. Ma allo stesso tempo questa montagna di liquidità tradisce la scarsa capacità di pianificazione finanziaria dei nostri connazionali, un'idea di prudenza quanto meno fraintesa (non è certo prudente investire per la propria pensione in titoli di Stato o in immobili) e di una disaffezione nei confronti dell'industria finanziaria che - per quanto per molti versi giustificata - rischia di tramutarsi in un boomerang. Troppi soldi parcheggiati in liquidità per il fatidico “non si sa mai”, sottratto a una migliore allocazione assicurativa o a scelte previdenziali di lungo termine.

Dove ha fallito la scarsa alfabetizzazione finanziaria, potrebbe riuscire ora il Fisco? È lecito chiederselo, ora che assistiamo alla nascita della Superanagrafe, l’occhio dell’agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza che si occupa di controllare i conti correnti delle persone fisiche, alla ricerca di movimenti sospetti. Ma cosa si intende per “movimenti sospetti”? Poniamo il caso di chi non movimenta sul proprio c/c una parte più o meno consistente delle proprie spese correnti, utilizzando a questo scopo denaro non tracciato - leggi incassato in nero - per fare la spesa, acquistare beni correnti o pagare le vacanze. Se i movimenti sul conto corrente sono quasi silenti per una serie di uscite che altrimenti vengono tracciati, l'occhio della Superanagrafe andrà a scovarlo. Certo, al termine di indagini a campione. Ma il beneficio sarà per tutti: meno evasione fiscale – Eurispes nel 2016 la calcolava in 270 miliardi l'anno, il 18% del Pil – corrisponde a meno tasse, a più ricchezza, più consumi, più sviluppo. In linea di principio: perché è abbastanza evidente che l'interesse collettivo, in Italia ma non solo, è subordinato all'interesse individuale.

E una parte di chi è arrivato a leggere fin qui, probabilmente sta riflettendo su quale nuovo varco individuare per sfuggire all'occhio interessato del Fisco. Diciamolo subito: la risposta trovatela altrove. La sfida che qui si vuol porre è diversa: quanto è davvero premiante dispiegare risorse e sforzi per sfuggire alle norme? Siete sicuri che gli sforzi per dribblare (diciamo così) il Fisco possano essere premiati con le competenze che si hanno a disposizione, o forse non sarebbe più remunerativo concentrare i propri sforzi per una più corretta allocazione delle risorse? Per capirci, provate a pensare cosa accade al casello autostradale: pensate davvero di sfuggire al Fisco pagando in contanti invece che con il Telepass o con bancomat, carte di credito o prepagate?

Forse è il caso di ridiscutere (almeno in parte) quella disaffezione per il mondo finanziario per capire quali occasioni ci siamo persi (i fondi pensione negoziali negli ultimi dieci anni hanno guadagnato il 3,7% l'anno); oppure il concetto di “prudenza”, che non può coincidere con vecchi retaggi del passato (i BoT people, per fortuna, non esistono più) o l'alfabetizzazione finanziaria, tema in capo al Comitato nazionale per l'Educazione finanziaria e che è un processo di lungo termine.

Ognuno provi a effettuare un confronto costi benefici. Magari questo esercizio potrebbe modificare l'orizzonte temporale degli italiani: una recente indagine di Invesco dice che gli investitori di casa nostra hanno un orizzonte di investimento medio di 4,9 anni, gli inglesi 6,1, i francesi 6,9 anni, i tedeschi 7,1 e gli olandesi invece 10,2, grazie probabilmente al boom dei fondi pensione degli ultimi vent’anni.

Paese per paese, ecco l’orizzonte di investimento medio degli europei (Fonte: Invesco)

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