guerre commerciali

Rivale e partner, il dualismo cinese per l’Europa

di Fabrizio Onida


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(Imaginechina)

3' di lettura

Un provocatorio articolo di Thomas L. Friedman sul New York Times dello scorso 28 novembre segnala il timore che le tensioni diplomatico-commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina, culminate lo scorso maggio nell’inserimento del gigante elettronico Huawei nella Entity list americana dei sorvegliati speciali in materia di sicurezza digitale e rischio di spionaggio, preparino la costruzione di un «secondo muro di Berlino digitale». Una iniziativa del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che metterebbe a serio rischio la ricerca di un assetto geo-politico di cooperazione pacifica tra Occidente e Oriente che il mondo civile insegue dopo il crollo del primo muro nel 1989.

Al di là di una certa enfasi giornalistica, non sfugge ormai che da tempo si è aperta una sfida immane fra Stati Uniti e Cina nella difesa-conquista di una leadership del dominio del cyberspazio. Un’analisi stringente di Adam Segal del Council of Foreign Relations documentava su Foreign Affairs dell’agosto 2018 la frenetica corsa cinese verso la padronanza della scienza e delle tecnologie nelle aree più avanzate e strategiche come i semiconduttori, il quantum computing, il 5G e l’Intelligenza artificiale, mobilitando la domanda di giganti commerciali come Tencent, Alibaba, Zte e Baidu. In opposizione alla visione americana di un Internet globale e aperto, nella visione del suo presidente Xi Jinping la Cina mirerebbe a costruire un mondo di “Internet nazionali” tra loro comunicanti, ma sotto rigoroso controllo dei rispettivi governi tramite regolazioni, filtri informatici e standard nazionali.

Difficile per ora valutare quanto plausibile o velleitario sia questo disegno, ma restano impressionanti negli ultimi vent’anni la velocità e la potenza dell’inseguimento cinese in termini di spesa nazionale in R&S (oggi più di 230 miliardi di dollari, cioè il 20% della spesa mondiale in R&S), pubblicazioni scientifiche (che nel 2018 hanno superato in numero quelle statunitensi), numero di brevetti, numero di laureati in ingegneria e scienze, numero di studenti cinesi ammessi nelle migliori università americane ed europee. Più di 1.000 miliardi di investimenti infrastrutturali in 64 aree emergenti – dall’Asia Orientale all’Africa al Golfo Persico e all’Europa – puntano a costruire una “via digitale della seta” fatta di fibra ottica, stazioni satellitari, reti mobili e città intelligenti. Nel corso del 2016 la Cina ha importato circuiti integrati per quasi 200 miliardi di dollari, più di quanto ha speso per importare petrolio e gas.

L’Europa non può stare a guardare, ma la strada della guerra commerciale e della protezione dagli investimenti diretti esteri non sembra percorribile. Viviamo in un mondo in cui - come documentano molti studi basati su matrici dettagliate degli scambi internazionali (per esempio il working paper 19/18 del Fondo monetario internazionale) - la crescita dell’occupazione e della produttività dipende sempre più dal consolidamento delle “catene del valore” lungo processi produttivi e distributivi che rendono tra loro interdipendenti regioni e Paesi.

Il settore dei semiconduttori è un caso di specie: come ricordava il briefing su chipmaking e globalizzazione pubblicato dall’Economist il 1° dicembre 2018, un’impresa protagonista dell’americana Semiconductor Industry Association si serve da 16mila fornitori, di cui 8.500 al di fuori degli Stati Uniti, spesso passando da catene che fanno capo a gruppi operanti da tempo in Giappone, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Israele e altri Paesi. Il progetto “Made in China 2025” prevede che i ricavi dell’industria domestica dei semiconduttori crescano dai 65 miliardi dollari del 2016 a 305 miliardi soddisfando da un terzo alla quasi totalità della domanda interna.

Contrariamente a quanto promesso da ricorrenti ed effimere emersioni di simpatie autarchiche, da tempo la buona teoria economica ha evidenziato che sviluppo economico, specializzazione produttiva, innovazione tecnologica e internazionalizzazione sono fenomeni strettamente intrecciati nella storia. Oggi in particolare la dinamica dirompente delle nuove tecnologie mina alla base il potere dei nazionalismi, passando attraverso la circolazione tra Paesi delle persone e dei servizi che costituiscono il capitale umano dello sviluppo.

Nelle parole del columnist del New York Times, «la Cina è il nostro competitor e partner economico, sorgente di talenti e di capitale, rivale geopolitico, collaboratore e attore che sconvolge le regole del gioco. Non è nostro nemico, né nostro amico». Parole che riprendono un editoriale pubblicato sul Financial Times del 10 novembre che, citando un allarme lanciato dal presidente francese Emmanuel Macron sulla fragilità geopolitica dell’Europa, si augura che il Vecchio continente agisca da «balancing power», con un approccio unitario e strategico alla Cina vista come «rivale sistemico» da battere promuovendo ricerca, concorrenza e apertura dei mercati.

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