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Rivalutazioni, dalla stretta 4,2 miliardi di entrate in più

Il cambio di rotta in corsa sulle regole fiscali per la rivalutazione di marchi e brevetti costerà alle imprese 4,26 miliardi di tasse il prossimo anno

di Marco Mobili e Gianni Trovati

La finanziaria di Draghi archivia la stagione del populismo

3' di lettura

Il cambio di rotta in corsa sulle regole fiscali per la rivalutazione di marchi e brevetti costerà alle imprese 4,26 miliardi di tasse il prossimo anno. Senza questo intervento, nato per tamponare gli effetti esplosivi sui saldi di finanza pubblica emersi con la corsa alle rivalutazioni aperta dalla manovra dello scorso anno, nei conti pubblici si sarebbe aperto un buco da 6,4 miliardi nel 2022, 2,3 miliardi nel 2023 e 5,3 miliardi nei tre anni successivi.

Le cifre emergono dalla relazione tecnica alla legge di bilancio appena approdata al Senato dopo la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato arrivata nella tarda serata di giovedì.

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Tiene l’impianto della manovra

Nel loro complesso, le cifre contenute nella relazione e nell’Allegato 3 che riassume l’impatto di ogni misura sui saldi di finanza pubblica mostrano che l’impianto della manovra costruito dal governo a fine ottobre ha retto bene allo stress test esercitato dal lungo pressing dei partiti. Nei 14 giorni di trattative post consiglio dei ministri il testo si è allungato fino a raggiungere i 219 articoli, ma i numeri chiave per i conti pubblici sono rimasti quelli iniziali. A partire dall’indebitamento netto, che rimane fissato a 23,26 miliardi di euro.

Cresce, e di molto, il saldo netto da finanziare, che raggiunge quota 45,6 miliardi. Ma si tratta all’atto pratico di un effetto contabile: perché a spingere il dato sono prima di tutto i 10 miliardi in più messi in calendario per il fondo rotativo del Pnrr, quello che serve per la gestione contabile del piano e viene rialimentato dalle risorse comunitarie. A pesare nello stesso senso sono poi gli 1,5 miliardi di rifinanziamento del fondo export e gli 840 milioni per il nuovo fondo Clima. La forbice fra saldo netto e indebitamento si allarga poi con le tante norme sugli ammortizzatori sociali, che rappresentano una spesa in parte recuperata con le entrate fiscali e contributive prodotte dagli aiuti statali. Il totale delle uscite si riflette nel saldo netto, mentre sull’indebitamento incide solo la loro differenza rispetto alle entrate.

Il cambio di rotta sulle rivalutazioni

Decisamente più sostanziali sono invece i numeri prodotti dal rapido cambio di rotta sulle rivalutazioni di marchi e avviamento, con tanto di ennesima deroga allo Statuto del contribuente per i suoi effetti retroattivi. Tutto nasce dalla possibilità per le imprese di rivalutare attività e beni immateriali applicando un’imposta sostitutiva del 3%, da versare in unica soluzione o in tre rate. Un’operazione ad alto appeal per le imprese che nella primavera scorsa hanno rivalutato asset immateriali per 220,9 miliardi di euro con un costo complessivo dell’imposta sostitutiva per le imprese di 7,3 miliardi euro.

In base ai calcoli elaborati al Mef ai tempi dell’emendamento, l’agevolazione avrebbe avuto effetti quasi irrilevanti sul bilancio pubblico. Ma non c’è voluto molto tempo per capire che invece la corsa alla rivalutazione prodotta dalle nuove regole sarebbe diventata una valanga. Di qui la dilatazione a 50 anni dei tempi di ammortamento decisa con la legge di bilancio: che il prossimo anno chiamerà le imprese interessate a pagare 3,25 miliardi di Ires, 614 milioni di Irap, 235 di Irpef e 166 milioni di sostitutiva che non avrebbero dovuto versare senza l’intervento “riparatore” (dei conti pubblici).

L’impatto sull’indebitamento

Per il resto la radiografia della legge di bilancio, chiamata in Parlamento a imbarcare anche il decreto controlli sui bonus edilizi per evitare di aprire la giostra dei correttivi al Dl fiscale, dettaglia le dimensioni delle misure principali che erano emerse in questi giorni. In termini di impatto sull’indebitamento, il capitolo iniziale dedicato alla riduzione della pressione fiscale si attesta a 7,29 miliardi, perché ai 6 miliardi aggiuntivi per il fondo taglia-tasse accompagna una serie di misure minori. Il nuovo rinvio di Plastic e Sugar Tax costa 650,4 milioni, la riduzione dell’Iva su assorbenti e tamponi femminili ne chiede 90 all’anno e l’esenzione dal bollo sui certificati digitali ne vuole 39. L’abolizione dell’aggio, che costa 990 milioni in tutto, ha effetti spalmati sull’indebitamento, e pesa per 482 milioni l’anno prossimo.

L’indebitamento netto dedicato alla crescita e alla liquidità delle imprese vale 3,49 miliardi, pareggiando quindi con i 3,45 miliardi destinati a lavoro, famiglia e politiche sociali. Sotto quest’ultima voce rientra anche il reddito di cittadinanza, che l’anno prossimo costerà 1,12 miliardi in più di quanto previsto prima della manovra.

Nelle misure per gli enti territoriali spicca invece il rinnovo degli accordi con le Regioni a Statuto speciale. Che costa circa 700 milioni di indebitamento aggiuntivo alimentato soprattutto dalla riduzione del contributo alla finanza pubblica per il Friuli Venezia Giulia (oltre 300 milioni) e per la Sicilia (200,2 milioni); per Trento e Bolzano lo sconto è da 191,6 milioni.

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