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Rivedere le regole di bilancio non viola la Carta

di Paolo De Ioanna

4' di lettura

L’articolata discussione economica sugli effetti di una uscita dell’Italia dall’eurozona ha chiarito che il tema non è tanto di teoria della moneta ma sopratutto di politica istituzionale, anche se moneta e statualità sono strettamente connesse: l’euro si presenta come il tassello cruciale di una costruzione politico istituzionale che rimane del tutto attuale in questa fase geo politica ma ha bisogno di ulteriori corposi elementi costruttivi. Quindi il tema va affrontato con strumenti analitici prevalentemente politico istituzionali. Se questa impostazione è esatta , il punto cruciale non è evidentemente rassegnarsi a inserire in fretta il Fiscal compact nell’ordinamento comunitario tal quale, ma capire quali saranno gli equilibri europei dopo le elezioni tedesche e individuare il sentiero per negoziare una semplificazione e un orientamento alla crescita dell’insieme delle regole di bilancio e di convergenza. Un nuovo compact che tenga conto in modo adeguato delle esperienze fatte e della necessità tecnica di valutare con assai maggiore aderenza alla realtà il potenziale gap dei vari Paesi e dell’Europa nel suo complesso. In questa prospettiva il problema italiano è quello di mettere comunque in campo proposte interne di riforme che abbiano una tenuta e un respiro di lunga durata, idonee a far comprendere che saranno mantenute ferme per tutto il tempo necessario alla loro attuazione per marcare un cambio di passo in termini di crescita potenziale e di controllo del debito attraverso la crescita.

In questo contesto è difficile negare che il tema di una valutazione critica del rendimento effettivo del groviglio di regole di bilancio “austere” immesse via via nell’ordinamento comunitario a partire dal Sixpack e poi trasfuse, con elementi di innovazione, nel Trattato cosiddetto “Fiscal compact”, è stato posto dal Governo italiano nei documenti di finanza pubblica già da due anni, è stato oggetto di una lettera inviata alla Commissione dai ministri dell’Economia di cinque Paesi membri dell’eurozona (Spagna,Francia, Italia, Portogallo e Grecia), è stato indicato dal Parlamento italiano come linea di azione per il Governo in atti di indirizzo politico ed è stato fatto proprio dal Governo Gentiloni. Del resto, è ormai ben noto che lo stesso Fiscal stabilisce all’art. 16 che l’immissione delle sue regole nell’ordinamento comunitario deve avvenire dopo cinque anni sulla base di una valutazione effettiva delle concrete modalità con cui esse hanno operato. E il dibattito tecnico ha chiarito che per conseguire effetti significativi occorre operare con modifiche sui regolamenti in vigore.

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In termini giuridici questa norma offre un’occasione non rituale per riesaminare in modo collegiale gli effetti di queste regole e l’insieme dei regolamenti che si sono susseguiti, spesso in modo molto disordinato e complicato. Il vero tema sembra essere oggi quello dei modi, dei tempi e delle forme con cui sviluppare questa partita a Bruxelles. È auto evidente che, nel contesto di una probabile conferma e rafforzamento dell’asse franco tedesco, tutti i temi connessi con una maggiore condivisione dei rischi, in campo bancario, finanziario ed economico, e tutte le ormai numerose proposte al riguardo, vanno collocate in questo scenario e nella capacità del nostro Paese di essere presente e credibile. Innanzitutto collocando le proprie proposte in un orizzonte che tenga conto dell’enorme zavorra costituita dal nostro stock di debito e dalla bassa crescita prospettica, elementi questi ben chiari a quelle forze del mercato finanziario che si orientano con evidenti intenti speculativi; e con le quali occorre fare i conti. Ma queste stesse forze valuterebbero con ogni realismo una nuova fase di integrazione europea che parta da un esame più accurato delle potenzialità e delle prospettive di ogni economia e dell’Europa nel suo insieme e da un assetto istituzionale rinnovato, dotato di strumenti di bilancio comunitario, di propulsione degli investimenti e di controllo e difesa della evoluzione del debito pubblico dei Paesi membri, idonei a realizzare una situazione prospettica di crescita europea equilibrata e di difesa da attacchi speculativi. La posizione focale della Bce (l’euro è irreversibile) assume la funzione di riaprire e spingere a rileggere tutte le questioni istituzionali e strutturali che ridanno senso e prospettiva alla costruzione europea.

Il punto non sembra essere dunque l’affermazione che non vale affrontare questi temi in quanto in ogni caso il Fiscal comunque resterebbe in vigore, tesi alquanto ovvia e formalistica; se questi temi sono già sul tappeto (e la vicenda delle banche venete ha dimostrato ancora di più il carattere infernale di queste regole) è opportuno riproporre tutte le questioni in modo pacato, tecnicamente credibile e appropriato.

Anche il tema del rapporto tra le regole comunitarie, il Fiscal e le modifiche introdotte nel quadro costituzionale italiano, ad avviso di chi scrive, non impedisce affatto di riaprire questi temi. È del tutto ragionevole sostenere che la Costituzione accoglie in modo ora del tutto esplicito il criterio economico di un indebitamento netto sostenibile, in funzione del ciclo, degli eventi eccezionali (tra cui le crisi finanziarie) e di un percorso credibile che collochi le grandezze e la composizione del bilancio pubblico (e del debito) lungo un percorso di equilibrio strutturale e sostenibile: ma la definizione numerica e quantitativa di questo percorso (e dell’indebitamento con esso coerente) viene rinviata dalla Costituzione in modo diretto ai criteri stabiliti dall’ordinamento comunitario, a partire da una fonte ordinaria “ rinforzata”, in quanto approvata dalla maggioranza dei componenti di ogni Camera. Non vi è alcuna contraddizione nel porre a livello europeo la necessità di rivedere metodi e tecnicalità con cui viene costruito l’obiettivo di medio termine (Mto) per l’Italia, come per le altre economie. Non si tratta di eludere i principi costituzionali ma di costruirli, nella sede tecnica appropriata, a cui rinvia la Costituzione, secondo metodi idonei a non ostruire o bloccare la crescita. Dunque non vi è alcun impedimento giuridico a svolgere questi temi e a fare gli interessi del nostro Paese in sede comunitaria: il punto delicato e critico sta nel coagulare proposte credibili, ben costruite e nel sostenerle con convinzione al tavolo dei nostri partner.

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