ANALISI

Rivolta e morti nelle carceri, i veri motivi e l’attenta regia

Il coronavirus o il blocco dei colloqui non sono la (sola) causa dei disordini nelle carceri italiane. C’è anche un’altra strategia. Nello sfondo delle insostenibili condizioni delle celle

di Roberto Galullo

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La protesta nel carcere di Poggioreale, a Napoli

Il coronavirus o il blocco dei colloqui non sono la (sola) causa dei disordini nelle carceri italiane. C’è anche un’altra strategia. Nello sfondo delle insostenibili condizioni delle celle


5' di lettura

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Se c’è una falsa ragione per la quale è scoppiata la rivolta nelle carceri italiane, ebbene, quella è proprio il blocco dei colloqui tra detenuti e i loro familiari e avvocati.

Ancor di meno è una ragione valida quella che ha portato una trentina di familiari di detenuti reclusi nella casa circondariale di Trapani a chiedere la liberazione dei propri cari, perché preoccupati per un possibile contagio da coronavirus all’interno dell’istituto di pena.

Se c’è oggi un posto non sicuro ma più sicuro di molti altri – fino a che saranno rispettate le regole fissate dal Governo, che interrompono momentaneamente colloqui, permessi, lavoro all’esterno e semilibertà – quello è proprio il carcere. Certo, il coronavirus entrerà o, con ogni

probabilità, è già entrato nelle celle e nei corridoi delle case di reclusione, ma qui è più facile prevenire, isolare e combatterlo perché, dietro, c’è una rete sanitaria più rodata che altrove.

Inutile chiudere gli occhi
C’è una doverosa ammissione da fare, però: le condizioni di vita all’interno delle celle, sono diventate insostenibili. Ma per tutti, non solo per i detenuti, tra i quali sta dilagando – nel silenzio colpevole della politica e dell’opinione pubblica – il numero di soggetti psichiatrici che, da molto tempo, non hanno più un posto pronto ad accoglierli.

Condizioni di vita terribili che, in poco meno di 10 anni, hanno stravolto e peggiorato un ecosistema delicatissimo, nel quale direttori di istituto, dirigenza, comandanti di polizia penitenziaria, poliziotti tutti, il corpo degli educatori e l’esercito di volontari e professionisti della sanità, rischia ogni giorno molto di più che un contagio da coronavirus.

A cuore la salute
Di più. Se davvero ciò che sta a cuore a tutti è la salute, dovrebbero essere in primis i familiari a chiedere un isolamento dei propri cari e a imporsi un sacrificio di astensione da visite e colloqui. Se davvero ciò che più sta a cuore è la salute, non sarebbero stati devastati e incendiati interi reparti, compresi gli attacchi alle infermerie. Proprio a Modena, dove ci sono stati tre morti e diversi contusi tra agenti e detenuti, il reparto medico è stato devastato e delle medicine è stata fatta razzia.

Quello della salute dentro le celle è un fatto di straordinaria urgenza: il traffico di farmaci all’interno delle strutture avviene in modi impensabili. Ne volete sapere uno? I detenuti ai quali è prescritto un farmaco in gocce mettono all’interno delle guance una micro spugna che le assorbe. Usciti dall’infermeria strizzano il contenuto nella bocca del compagno di detenzione che ne ha bisogno per sedare la propria dipendenza da farmaci, pronto a pagare con sigarette o altro, quel medicinale. Qualunque esso sia.

Non si muove foglia
Allora, cosa sta davvero spingendo i reclusi a mettere a ferro e fuoco gli istituti penitenziari e a porre a rischio, oltre alla propria vita, quella del personale, a partire da quello di polizia? Una domanda ancor più legittima se si pensa che il tam-tam di “radio carcere” ha facilmente fatto dilagare in tutta Italia l’avviso di rivolta.

E attenzione: nessuno all’interno di un qualunque istituto penitenziario italiano muove foglia se, dall’esterno, non arriva a chi “domina” le dinamiche interne della vita carceraria, l’ordine di scatenare la rivolta. Dietro, dunque, c’è un’attenta regia. Nel mondo carcerario italiano nulla inizia, nulla continua e nulla si interrompe per caso.

Una scala di priorità tra i motivi che stanno spingendo alla rivolta sanguinaria – almeno fino a quando non sarà passato un più congruo tempo per un’analisi certa – non esiste. Esiste però un insieme di cause che – ripetiamo: al momento – giocano un ruolo. E allora elenchiamole per come ci vengono – per logica – in mente.

Clemenza vò cercando
La prima ragione è uscire dal carcere non con una fuga (che pure le rivolte possono agevolare) ma con il timbro della legge. Proprio così. Un obiettivo certo, concreto e conclamato dietro il quale c’è il ferro e il fuoco di queste ore, è un provvedimento legislativo d’urgenza che porti a indulti, amnistie o, comunque, a percorsi agevolati di vita all’esterno come, tanto per non fare nomi e cognomi, gli arresti domiciliari.

Un motivo legittimo, l’altro no
Dietro c’è un doppio movimento che sollecita e caldeggia questa via. Uno legittimo, l’altro no. Quello legittimo è quello di una parte della politica e delle associazioni organizzate che, ciclicamente e spesso carsicamente, spingono per far uscire un numero consistenti di reclusi per liberare le carceri dal sovraffollamento.

La legittimità di questo movimento – condivisibile o meno, in tutto o in parte – deve fare i conti con una realtà amara: poco dopo l’attuazione dei provvedimenti di clemenza, le celle tornano ad essere piene come un uovo (a partire da extracomunitari e soggetti psichiatrici) e tutto, dunque, ricomincia daccapo. Ancora una volta vengono dunque messe a nudo le carenze di organico, le dissennate politiche di trasferimento o destinazione di parte degli operatori di polizia e di parte del personale civile, la vetustà delle strutture e la carenza di mezzi e risorse.

L’altra spinta è quella della rete delinquenziale che ha nel carcere un motore una scuola di vita oltre che di – parlando con la Costituzione in mano – un percorso di recupero. Svuotare le carceri dei soliti noti assicura un ricambio di “pezzi originali” da mettere nel circuito criminale di basse lega o, talvolta, di alto potenziale. Non facciamo scivolare nell’indifferenza le immagini riprese all’esterno del carcere napoletano di Poggioreale, nelle quali si vedono i familiari dei reclusi urlare «de-te-nu-ti de-te-nu-ti» quasi a invocarne un ruolo privo però di un’anima operativa.

Qui comando io
Un altro motivo per il quale esiste una filiera abilmente manovrata è quello che porta dritti diritti al comando criminale all’interno delle carceri. Una rivolta, qualunque essa sia, è il momento giusto per far vedere a tutti chi comanda davvero le dinamiche delinquenziali e criminali interne ma può anche rappresentare il momento più opportuno per scardinare le vecchie gerarchie e imporne di nuove.

È inoltre il momento per nuove alleanze interne e per regolare conti tra opposte fazioni. Vendette a furor di popolo che, spesso, lasciano vittime sul campo.

Non va sottovaluta la facilità con la quale i detenuti hanno preso possesso delle carceri, alcune delle quali hanno boss della criminalità organizzata italiana e straniera. Questo aspetto, oltre a indurre riflessioni sulla sicurezza interna, porta a pensare che, se i reparti dei reclusi in isolamento o al 41-bis venissero o fossero attivamente coinvolti, la miccia dell’esplosione interna potrebbe essere molto più corta di quella che, oggi, si pensa.

Per approfondire:
Perché le carceri italiane possono diventare luogo di diffusione del coronavirus

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