L'allenatore ieri e oggi

Roberto Mancini, il dolore per chi non c’è più e il calcio che può aspettare

Ripercorrere la carriera del ct degli Azzurri nell’attesa che tutto finisca quanto prima: «Quando torneremo a vederci e a giocare insieme, penseremo al resto», racconta a “IL”

di Paco Guarnaccia

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Roberto Mancini ai tempi degli allievi del Bologna (credit: Archivio storico Bologna Football Club)

Ripercorrere la carriera del ct degli Azzurri nell’attesa che tutto finisca quanto prima: «Quando torneremo a vederci e a giocare insieme, penseremo al resto», racconta a “IL”


6' di lettura

Il 12 giugno 2020 era una data cerchiata in rosso sui calendari di tutti gli appassionati di sport, e di calcio in particolare. Era il giorno di Italia-Turchia, la partita con cui, a Roma, avrebbero preso il via i campionati Europei. Sulla panchina della nazionale italiana, quel giorno all'Olimpico, si sarebbe accomodato Roberto Mancini, il c.t. chiamato a cancellare l'onta della mancata qualificazione degli azzurri ai Mondiali russi del 2018. Un appuntamento al quale Mancini si era avvicinato portando la squadra a vincere tutte le partite del girone di qualificazione. Poi è arrivato il Coronavirus, e tutto è stato stravolto. Tutto si è fermato, e gli attesi Europei sono stati rimandati al 2021. «Una situazione inimmaginabile, improvvisa, drammatica», dice ora a IL l'allenatore. «Il momento in cui ci troviamo, tutti, non ha paragoni. L'aspetto peggiore è vedere ammalarsi e morire così tante persone e non avere alcun potere per impedirlo. Spero che questo incubo finisca presto, che si possa tornare a una vita normale... Non posso non pensare a tutte le famiglie che stanno vivendo questi lutti».

Ecco allora che, in tempi come questi, ripercorrere la carriera di uno dei personaggi più noti del nostro panorama calcistico può rappresentare un modo per sospendere, momentaneamente, la dura realtà che stiamo vivendo. Anche un dialogo come questo può forse contribuire a farci riassaporare un briciolo di quella “normalità” di cui ha appena parlato. Iniziamo, allora, dalle sue vittorie.

Qual è stata la più importante, nelle vesti di calciatore?
Il campionato con la Sampdoria (nel 1990/91, nda) senza alcun dubbio. È stata un'impresa impossibile da pensare e, forse, anche impossibile da ripetere.

E da allenatore?
La Premier League con il Manchester City nel 2012. Per un italiano vincere all'estero è sempre importante. Poi è stato un titolo vinto in rimonta e all'ultimo secondo dell'ultima partita del campionato…

Chi era il difensore avversario più duro da incontrare quando giocava?

Riccardo Ferri. Contro di lui era sempre difficile: era bravo tecnicamente, veloce e – diciamo – picchiava il giusto. Eravamo molto amici visto che avevamo fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili insieme. Del resto, Pietro Vierchowod giocava con me alla Samp (detto “Zar”, Vierchowod era uno dei più arcigni e forti difensori dell'epoca; i suoi duelli con gli attaccanti avversari, soprattutto con Marco Van Basten del Milan, divennero leggendari, nda).

E quello più difficile da affrontare da Mister, invece?
Difficile dirlo, perché solitamente un allenatore basa la preparazione della partita studiando la squadra avversaria in generale. Poi certo, può succedere di incontrare Messi, che se è in giornata, non puoi fare nulla. Ecco, direi che pensi un po’ di più al singolo giusto se incontri giocatori come Messi, Cristiano Ronaldo o Ronaldo l'altro, “il Fenomeno”. Anzi, a pensarci bene, direi lui: è stato il calciatore migliore in assoluto a essere arrivato in Italia dopo Maradona. 
Io ho sfidato quel Ronaldo sia da giocatore sia da allenatore. Mi ricordo la finale di Coppa Uefa del 1998 a Parigi contro l'Inter. Giocavo nella Lazio e in campionato li avevamo dominati vincendo 4-0 in casa nostra, all'Olimpico, e 5-1 a San Siro. Poi siamo arrivati in finale e lui quel giorno lì... Ecco, direi che era abbastanza in forma… (Vinse l'Inter per 3-0 e Ronaldo fece uno dei gol più incredibili visti su un campo da calcio, con una serie di finte in corsa a velocità supersonica davanti al portiere laziale Marchegiani, nda).

Quali sono gli aspetti più belli della Premier League, considerata come il migliore campionato al mondo?
La correttezza dei giocatori, la qualità e la velocità delle partite; e, ovviamente, il pubblico.

Che cosa le piaceva di Manchester?
Direi lo stadio del City! E, visto che i fratelli Gallagher sono grandi tifosi della squadra, la musica degli Oasis.

E di Istanbul e San Pietroburgo, dove lei ha allenato rispettivamente il Galatasaray e lo Zenith?
Di Istanbul mi piaceva tutto, è una città meravigliosa. San Pietroburgo è bella, ma faceva davvero troppo freddo.

Il ricordo di Milano.
Lì mi sono consacrato come allenatore e ho potuto lavorare con un presidente fantastico come Massimo Moratti.

Ma prima di tutto, ovviamente, Genova.
È stata la città dove ho vissuto di più, in un momento particolare: abbiamo costruito una squadra impensabile che poteva contare su un presidente come Enrico Mantovani, che era il migliore al mondo.

Partiamo dagli anni in cui faceva il calciatore e arriviamo al presente, vissuto da allenatore: quali giocatori le sarebbe piaciuto allenare?
Maradona per gli anni 80 e 90: non gli avrei detto nulla, solo di andare libero e di fare quello che voleva. Negli anni Zero sicuramente Totti. Negli Anni 10 ne ho allenati tanti, di forti, ma forse direi Messi e Cristiano Ronaldo. Poi, chiaramente, il primo Ronaldo, “il Fenomeno”: uno dei più grandi, come dicevo prima.

Oggi i calciatori vivono da protagonisti su un doppio palcoscenico: il campo da gioco e quello rappresentato dai social network. Giovani celebrità sotto riflettori che non si spengono mai.
Sono ragazzi che hanno molte più distrazioni rispetto a quelli delle generazioni precedenti, che pensavano di più a giocare ed erano ben consci della grandissima fortuna che avevano avuto: fare del gioco preferito della loro infanzia un lavoro. Anche oggi trovi qualcuno che lo è, sia chiaro. Per quanto riguarda il mio ruolo, è impossibile tenere lo stesso comportamento che avevo prima: non puoi fare altro che adeguarti, cercando di metterli nelle condizioni migliori possibili per rendere al massimo in campo, nonostante tutto quello che gli ruota attorno.

Questa lunga sospensione dell'attività sportiva che cosa comporterà nel suo lavoro con gli Azzurri? Ne ha parlato con qualcuno?
Valuteremo quando si torneranno a disputare i campionati nazionali, vedremo le decisioni dell'Uefa. Quando potremo cominciare a vederci, quando torneremo a giocare insieme, ci sarà modo per pensarci. Spero che questo accada presto, perché vorrà dire che questa triste situazione sarà terminata e non vedremo più gente morire».

Quali caratteristiche deve avere un giocatore per essere scelto da Roberto Mancini?
Deve essere “tecnico”, per riuscire a interpretare il ruolo che gli affido in campo. Anche avere un carattere che lo porti a essere, in campo e fuori, un riferimento importante per la squadra fa la differenza.

Il brand di orologi Richard Mille ha lanciato sul mercato una nuova versione del modello che porta il suo nome, con i colori della nazionale e del tricolore. Lei lo guarda spesso, l'orologio, durante le partite?
Sì. E se sto perdendo, lo guardo un po’ di più.

In Inghilterra era famoso il cosiddetto “Fergie Time”, il momento in cui Sir Alex Ferguson, lo storico allenatore del Manchester United, mostrava platealmente l'orologio all'arbitro, poco prima che annunciasse i minuti di recupero. Minuti in cui, spesso, lo United segnava…
Sa come funzionava il “Fergie Time”? Se lo United stava perdendo in casa, il recupero era di almeno 5 minuti. Quando vinceva, era al massimo di due… Negli anni in cui ho allenato il City abbiamo cambiato la storia del calcio a Manchester. Abbiamo vinto un derby all'Old Trafford (lo stadio dello United, nda) per 6-1: non era mai successo e non succederà più. Ecco, quel giorno il recupero avrebbe potuto essere anche lunghissimo… Detto questo, Ferguson è stato un grande allenatore.

A proposito di gol, quelli da lei segnati. I suoi preferiti?
Ne ho fatti tanti… Sicuramente il gol di destro al volo contro il Napoli di Maradona, nel 1990, quando con la Samp vincemmo al San Paolo. Ma il più particolare è stato quello di tacco che ho realizzato con la maglia della Lazio a Buffon in un Parma-Lazio del 1999 (il risultato finale fu 1-3, nda).

Era la Lazio, quella, che si aggiudicò il secondo scudetto nella storia del club.
Una squadra spettacolare, un gruppo che avrebbe dovuto vincere molto di più rispetto a quello che ha ottenuto. C'erano grandi giocatori ed erano tutti bravi ragazzi.

Parlando di spirito di gruppo e compagni: chi sono i suoi amici nell'ambiente del calcio?
Sono in questo ambiente dal 1979, ne ho tanti... Dico Vialli e Mihajlović. Ma potrei citare quelli di tutti i compagni della Samp, perché eravamo una squadra davvero speciale.

Lei, grande uomo di calcio, segue altri sport?
Il basket, sia quello italiano sia l'Nba, anche perché tra i miei amici c'è Sergio Scariolo, che l'anno scorso ha vinto da primo allenatore i Mondiali con la Spagna e da vice il titolo Nba con i Toronto Raptors; e in passato ha pure allenato la Fortitudo Bologna, la squadra che tifo; ma senza essere contro la Virtus, l'altra squadra della città. Amo tantissimo Bologna e la sua gente, che mi ha aiutato con grande gentilezza quando ero un ragazzino che debuttava nel mondo del calcio. È lì che sono diventato grande.

Ma se non avesse giocato a calcio, che cosa le sarebbe piaciuto fare?
La verità è che sono nato calciatore, e non ho mai pensato ad altro.

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