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Commisso: «La mia vita a stelle e strisce da Internet alla Fiorentina»

Il neo presidente della Fiorentina racconta la sua storia e la sua fortuna imprenditoriale. Una vita giocata sempre all’attacco con un patrimonio personale di quasi 5 miliardi di dollari

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


Commisso nuovo proprietario della Fiorentina

12' di lettura

NEW YORK - «La prima sera che sono arrivato a Firenze son venuti a cantarmi una serenata sotto le finestre dell'hotel. Mi sono commosso per come mi hanno accolto». Mister “five billions” Rocco Commisso, il neo presidente della Fiorentina, uno dei più ricchi imprenditori italo americani si racconta al Sole 24 Ore in una intervista che ripercorre le tappe di una vita giocata tutta in attacco, dal campus in mezzo al verde di Mediacom, quartier generale della sua società di tlc a Chester, mezz’ora di strada a Nord di New York. Di lui i suoi collaboratori dicono che «è una macchina da guerra». Un moto perpetuo, sempre alla ricerca del prossimo goal da segnare.

Una vita in attacco
«Da quando sono arrivato in questo paese, in ogni cosa che ho fatto, la mia sfida è sempre stata quella di migliorarmi. È la mia vita». Una vita di studio, di impegno e di lavoro prima nelle grandi banche e poi da imprenditore nelle telecom. Un successo non casuale, costruito giorno dopo giorno. Come nello sport dove sono richiesti allenamento e dedizione per arrivare a ottenere dei risultati. Il finale è da sogno americano. «Ho 69 anni e anche stamattina mi sono svegliato alle 5.30 per lavorare. Qui si corre sempre».

Rocco Commisso, il pallone e il web iperveloce. Una vita sempre all’attacco

Rocco Commisso, il pallone e il web iperveloce. Una vita sempre all’attacco

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Lo zio d'America

Oggi Rocco Commisso, o zio Rocco, lo zio ricco d’America come lo hanno soprannominato i calabresi, è un uomo di successo e vuole restituire parte di quanto la vita gli ha dato: i giornali finanziari dibattono sull'entità del suo patrimonio personale: se i miliardi di dollari siano 4,9 come scrive Forbes che dal 2017 lo ha inserito nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, o se invece siano 6,4 miliardi di dollari come sostiene Bloomberg. Ma l’inizio non è stato facile. Come tutte le favole a lieto fine c'è sempre un momento in cui gli eventi sono complicati e per cercare di sbrogliare la matassa bisogna riuscire a trovare il filo d'oro da seguire.
“Partiti da perdenti”
«Mio padre è stato in Africa a far la guerra ed è stato fatto prigioniero di guerra dagli inglesi. È tornato come perdente. Noi siamo partiti dall'Italia come perdenti. Come i soldati americani che tornavano dal Vietnam. Avevamo tanti problemi e si faceva fatica ad arrivare alla fine del mese». L’anno era il 1956. Il padre Giuseppe grazie al fatto che era un reduce di guerra ed era stato prigioniero ha una corsia speciale per entrare negli Stati Uniti. Parte da solo. Resta solo per anni. Lavora come falegname a Baden, in Pennsylvania. Nel 1958 lo segue il primo figlio. Rocco dal suo paese natale, Marina di Gioiosa Ionica, poco più di seimila abitanti, spicchio di mare blu in provincia di Reggio Calabria, si trasferisce qualche tempo dopo negli Stati Uniti, nel 1962, assieme al resto della famiglia, le altre due sorelle e la madre. Ha dodici anni, poco più di un bambino.

I soldi per comprare le scarpe
Dopo un anno la famiglia Commisso si sposta dalla Pennsylvania a New York e si stabilisce nel Bronx. “America is land of opportunity”, la terra delle opportunità, «ma all'inizio non avevamo neanche i soldi per comprarci le scarpe», racconta. Lui allora non capiva una parola di inglese, così come adesso non riesce a parlare più in italiano dopo una vita passata negli States. «Mio padre, il suo esempio, mi ha dato la forza per fare i sacrifici sin da bambino. E ne abbiamo fatti tanti con i miei fratelli per trovare la nostra strada in questo paese. Purtroppo quando avevo 21 anni per una malattia ho perso mio padre».
Fisarmonica e pallone
Rocco ha tanta voglia di fare e quella cultura della vita che viene dalla strada nell’Italia del Sud. È bravo a suonare la fisarmonica. Vince un concorso musicale nel teatro del quartiere, il Wakefield Theatre, sulla 233esima strada. Il direttore del teatro nota questo ragazzo con gli occhi vispi e scrive una lettera alla scuola cattolica Mount Saint Michel Academy affinché possano prenderlo in considerazione per l'ammissione ai corsi. «Per riuscire a pagare la retta annuale della scuola di 300 dollari dai 14 ai 17 anni lavoravo. Ogni mattina mi alvavo alle 5.30 e alle 6 andavo ad aiutare mio fratello che gestiva una tavola calda a preparare e servire le colazioni. Poi mio fratello ha aperto la prima “delivery pizza” del Bronx. Il locale si chiamava ‘Pizza Time'. Ogni mattina anche lì andavo ad aiutarlo. Alle 8 andavo a scuola e poi nel pomeriggio tornavo a lavorare in pizzeria». L'unico svago era il calcio. «Mi piaceva ed ero forte con il pallone tra i piedi, avevo imparato in Italia a giocare nei campetti in cemento con il pallone fatto con gli stracci. Lo sport mi ha aiutato ad andare avanti negli studi».
Columbia University

Il suo professore di ginnastica al termine del liceo chiama l’allenatore della squadra di calcio della Columbia University per parlargli di un promettente ragazzo italiano con una buona media scolastica. Commisso non aveva mai giocato a calcio nella squadra della scuola perché doveva lavorare, ma sapeva giocare a pallone tanto che viene ammesso nella prestigiosa università newyorchese con una “full scholarship”. Si laurea in Ingegneria gestionale senza problemi e poi consegue un Mba sempre alla Columbia, continuando a giocare e a vincere con la squadra di calcio universitaria. Nel 2004 la Columbia University, dopo i suoi successi imprenditoriali lo inserisce nell’elenco dei migliori 250 allievi della sua lunga storia bicentenaria e nel 2013 gli intitola il proprio stadio di calcio, in ragione dei milioni di dollari che in questi anni Commisso ha donato all’ateneo e del sostegno dato alle squadre di calcio maschile e femminile.
La discoteca nel Bronx
Studio, lavoro e sport. Negli anni dell'università Rocco continua a darsi da fare e a lavorare. «Erano gli anni della disco music e io con i miei fratelli aprii la prima discoteca italo americana nel Bronx». Il locale si chiamava Act III, l’anno era il 1975. «Sono andato avanti con la discoteca fino al 1981 con un discreto successo: era il punto di ritrovo di tutti i ragazzi italo americani che vivevano a New York. Ricordo che portai negli Stati Uniti i gruppi e i cantanti italiani più famosi di allora: i Camaleonti, Gianni Nazzaro, i Cugini di campagna…».
L’Mba e il primo lavoro in Pfizer
La prima occupazione del giovane Rocco Commisso appena laureato è in Pfizer, nello stabilimento di Brooklyn. Al mattino frequenta l’Mba alla Columbia. E poi il pomeriggio va al lavoro a Brooklyn fino a sera e torna a casa a mezzanotte dopo un’ora e mezza di metropolitana. Finisce gli studi alla Columbia con il massimo dei voti tanto da conquistarsi il Business School Service Award. Il suo desiderio è quello di riuscire a entrare in una investment bank a Wall Street. Ma nonostante i titoli non arriva nessuna offerta. «Non dimenticherò mai le parole di un mio amico che lavorava in Borsa: ‘Rocco sai qual è il problema? Tu non sei né ebreo né irlandese'. A quel tempo gli italiani non erano ancora arrivati a Wall Street».
I cowboys nelle banche Usa
Commisso viene assunto in una banca commerciale, la Chase Manhattan Bank (ora Jp Morgan Chase) e qualche anno dopo passa in Royal Bank of Canada dove guida la divisione che si occupa dei prestiti alle aziende nel settore media e comunicazione. «Mi piacevano quelli che lavoravano con quel ramo della banca. Li chiamavano i ‘cowboys' perché si vestivano in maniera differente da tutti gli altri, parlavano in modo diverso, erano degli imprenditori un po’ pionieri. E io ero attratto da quel mondo».
La tv via cavo
Nel 1986 Commisso lascia la banca per seguire uno di quei cowboy, Alan Gerry che aveva fondato la sua società Cablevision. Per una decina d'anni lavora come direttore finanziario di Cablevision. «È uno dei ragazzi più brillanti che abbia mai conosciuto», ha raccontato di lui Gerry che ora ha 89 anni. Nel 1995 Gerry vende la Cablevision a Time Warner per 3 miliardi di dollari. Commisso decide che è il momento di fare il grande salto, il momento di fondare la sua società di tv via cavo. Nel 1995 nasce Mediacom. Si concentra sulle aree rurali, trascurate dai grandi colossi dei media, dove ci sono più spazi per crescere. «Gli amici e tutta la buona reputazione che mi ero creato attorno a me in quegli anni mi hanno aiutato ad avere credito e a ottenere i prestiti necessari per aprire la mia azienda. Avevo 45 anni». E tutto doveva ancora cominciare. Nei primi cinque anni di vita della società, Commisso conclude venti acquisizioni e investe pesantemente nelle infrastrutture di rete. «Compravo qualsiasi cosa fosse in vendita»; si finanzia con il debito e il sostegno dei fondi di private equity, «con i soldi di altri». «Negli Stati Uniti la banda larga è stata introdotta dalle tv via cavo prima ancora delle telecom. Io mi sono concentrato sulle reti di tlc locali, nelle 1.500 comunità, piccole e grandi, in cui operavo».

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La quotazione al Nasdaq
Nel febbraio 2000 decide di quotare Mediacom a Wall Street, nell'indice tecnologico Nasdaq. La società viene valutata 2,5 miliardi di dollari. Qualche settimana dopo scoppia la bolla di Internet e delle dot-com. Commisso continua il gioco in attacco: Mediacom conclude la sua più grande acquisizione di sempre comprando da AT&T per 2,2 miliardi di dollari gli asset di tlc in Georgia, Iowa e Missouri. Dopo l’attentato delle Torri gemelle si apre un periodo tormentato per tutte le società quotate. Mediacom soffre, anche per via dell’indebitamento arrivato a fine 2002 a 3 miliardi di dollari. Le banche continuano a sostenerlo e lui continua comunque a espandere la sua rete con nuove M&A fino al 2008 e allo scoppio della crisi subprime, quando gli operatori delle tv via cavo conoscono un periodo di declino con la diminuzione degli abbonati e l’ascesa delle piattaforme in streaming.
Il delisting di Mediacom
Nel 2010 Commisso decide che ne ha abbastanza degli alti e bassi della Borsa, il valore delle azioni di Mediacom in un decennio è sceso di circa l'80 per cento e decide il delisting della sua società dalla Borsa americana. «Io volevo controllare la mia vita, come ho sempre fatto, e anche la mia società. Non volevo avere a che fare con i vari Kkr, Blackstone, Apollo». Fa un buyback azionario con un premio enorme per chi gli cede le azioni e torna al 100% di proprietà della società. «In quel momento quando ho riacquistato le azioni ero l’uomo più indebitato degli Stati Uniti. Ma ha funzionato».
Dalla tv via cavo a internet super veloce
Commisso capisce che la tv via cavo verrà superata dallo streaming e punta tutto sui servizi Internet super veloci nelle aree rurali dell’America. «In questi anni abbiamo installato oltre un milione di chilometri di cavi in fibra ottica e abbiamo già cominciato a portare nelle case dei nostri abbonati la banda ultralarga a un gigabyte». Oggi il cavo in fibra di Mediacom collega oltre 3 milioni di aziende e abitazioni. Con 764mila abbonati alla tv via cavo, 1.288.000 clienti di Internet e 617mila abbonati al telefono in 22 stati degli Usa. Da quando la società è tornata a essere privata il suo valore è aumentato di sette volte. «Abbiamo continuato a crescere, con 9,1 miliardi di investimenti che comprendono anche 3,7 miliardi di acquisizioni. Una cosa enorme a pensarci ora, ma ho sempre pagato i debiti».
Mediacom nelle aree in cui è presente è il principale operatore broadband e il suo servizio di banda ultralarga è tra i più rapidi di tutti gli Stati Uniti al momento. I clienti Mediacom in località sperdute degli Stati Uniti, come nel paesino di trecento anime di Cecil, in Georgia, hanno a disposizione una rete super veloce come gli abitanti di San Francisco o della Silicon Valley.
Fondatore, ceo e presidente
Nell’ultimo esercizio, nel 2018, Mediacom ha registrato un fatturato di 2,05 miliardi di dollari, con un ebitda di 800 milioni. «Tra le società di tlc americane ora sono l’unico ad essere fondatore, proprietario e ceo da 25 anni». Internet ha rivoluzionato la tv e l'industria dei media. Commisso lo intuisce subito. E dalla tv via cavo ha spostato il business nei network delle tlc. Che cosa è successo dopo? «Mediacom ha continuato a crescere . Io ho cominciato a ripagare i miei debiti». L’ebitda nello stesso periodo è passato da 400 a 800 milioni. Lo sviluppo della banda larga ha fatto il resto, grazie alla capillare diffusione nelle aree rurali dell'America. «La mia società ha registrato 89 trimestri di crescita consecutivi. Forse nessuna azienda in questo settore negli Usa ha avuto un simile andamento». Oggi il valore della partecipazione di Commisso in Mediacom è stimato in circa 5,85 miliardi, in aumento dai 5,7 miliardi del marzo 2011 quando l’azienda è stata “delistata” e la sua equity value corrispondeva a 150 milioni di dollari.
L'aumento di valore è dovuto a diversi fattori chiave. La riduzione del debito di Mediacom a seguito della privatizzazione ha implicato una creazione di valore di 1,5 miliardi di dollari.

L'altro fattore che ha spinto la società di Commisso è stata l'espansione dei multipli con un incremento di 1,6 miliardi di dollari. Generalmente, l'industria dei servizi via cavo viene valutata su un multiplo dell’Oibda (Operating Income Before Depreciation & Amortization). All’epoca della privatizzazione, i multipli delle aziende di servizi via cavo quotate come Comcast, Time Warner erano circa a 5-6 volte l'Oibda. Con la privatizzazione, i multipli di Mediacom sono stati valutati 7 volte l'Oibda del 2010 (550 milioni di dollari, ovvero un enterprise value totale di 3,8 miliardi di dollari). Da allora, soprattutto per via del valore attribuito alla fornitura di servizi via Internet, i multipli dell'industria dei servizi via cavo sono aumentati drasticamente, in un range di 9-13 volte. Una stima prudenziale del valore attuale di Mediacom si aggira attorno alle 10 volte i multipli dell'Oibda.

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Il tempo di restituire
Il calcio è sempre rimasto nel cuore di Commisso. Così come il suo percorso formativo. «Sono molto orgoglioso di quello che sono riuscito a costruire. Ma è arrivato un momento in cui ho pensato che era giusto restituire qualcosa di quello che ho avuto nella vita». In questi anni Commisso ha donato molti fondi alla sua high school del Bronx e alla Columbia che, come già ricordato, gli ha intitolato il campo di calcio. «Abbiamo fatto tanto anche per i bambini con problemi di autismo. Ma il mio obiettivo principale è stato quello di aiutare la formazione dei ragazzi più bravi ma meno fortunati. Come è stato per me, che grazie al calcio, al fatto che sapevo giocare bene, sono riuscito a frequentare high school, università e Mba grazie a tante borse di studio sportive per merito. Quindi ho pensato di istituire delle “scholarship” sia per i figli dei miei dipendenti che per i ragazzi di New York provenienti da famiglie a basso reddito ma bravi a scuola».
Il Cosmos e la sfida viola
Poi è arrivato il Cosmos, la squadra di calcio di New York dove giocavano Pelé e Chinaglia negli anni Settanta che Commisso ha acquistato per rilanciarla nel 2017, di cui è presidente. Ma non sono mancate le offerte e le lusinghe da club italiani ed europei… «Io ho sempre detto di no. Di Benedetto mi chiese di investire nella Roma prima di Pallotta ma non accettai». Qualche tempo fa è arrivata la offerta dei della Valle per la Fiorentina. «Io ho 69 anni e mi sono detto se non lo faccio ora quando… Non ho molto tempo e voglio lasciare un segno. E mi sono buttato in questa nuova sfida».
Tifoso della nazionale
«Ho sempre amato e tifato per la nazionale italiana», racconta Commisso che ha chiaro il suo percorso da presidente della Fiorentina. «Vi dico solo che non farò con Chiesa lo stesso errore che hanno fatto con Baggio. Robi Baggio era il più grande e lo hanno venduto solo per i soldi. Io non so che cosa prevede il suo contratto, e se ci sono delle clausole particolari, ma per quanto mi riguarda il nostro campione non lo venderò nemmeno per 100 milioni di dollari».
Il tempo dei sogni
L'obiettivo sportivo con la Fiorentina? «Io ho i miei sogni. Non li dico per scaramanzia. Andiamo avanti passo dopo passo e vediamo che cosa succede». Probabilmente saranno più frequenti le trasferte in Italia per seguire la sua squadra e più frequenti le serenate sotto l’albergo. «Non è un problema. Nella mia società mi sono circondato di un team di collaboratori molto capaci, che vanno avanti da soli». Certo la Fiorentina è un investimento di cuore da 95 milioni di dollari, mentre il suo gruppo fattura oltre 2 miliardi l'anno. «Sì ma io non ho intenzione di buttare dei soldi. In tutto quello che ho fatto nella vita ho sempre avuto successo». C’è tanto da fare. Datemi tempo e vedrete risultati sportivi e di business.
Lasciare un segno
«Io voglio fare qualcosa per Firenze e per la Fiorentina, voglio lasciare qualcosa». A partire dal nuovo stadio. «L’ho già detto al sindaco, se me lo fanno fare io ci sono. In Italia c’è la burocrazia per tutto, negli appalti si vedono ancora corruzione e criminalità. Negli Stati Uniti bisogna lavorare duro, ogni giorno, nessuno ti regala niente ma la meritocrazia esiste. Ancora oggi continuo ad alzarmi alle 5 di mattina come quando lavoravo da ragazzo nella pizzeria di mio fratello, ma se sei bravo, se ti impegni le cose te le fanno fare e i risultati arrivano».

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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