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«Rock Bottom Riser», il cinema sperimentale in scena a Berlino

Nella sezione Encounters della kermesse tedesca ha trovato spazio il primo lungometraggio dell'artista Fern Silva

di Andrea Chimento

2' di lettura

Fin da quando è nata, durante l'edizione 2020 della Berlinale, la sezione Encounters si è rivelata un ambito di rivelazioni e scoperte, dove i selezionatori hanno inserito i film più liberi e anticonvenzionali del panorama cinematografico contemporaneo.
Anche quest'anno hanno trovato spazio in questo gruppo (come già dimostrato da «The Girl and the Spider» o «Hygiène Sociale») alcuni dei titoli più particolari della kermesse e, tra tutti, forse il più anticonformista: l'americano «Rock Bottom Riser».

Puro esempio di cinema sperimentale, il film vede l'esordio nel lungometraggio di Fern Silva, artista concettuale che con i suoi corti aveva già partecipato ad alcuni festival importanti.

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Più che una narrazione o un documentario a tutti gli effetti, «Rock Bottom Riser» è una sorta di saggio audiovisivo, che combina materiali eterogenei, mostrando in particolare delle potentissime immagini di eruzioni dei vulcani hawaiani.Con un approccio dal sapore etnografico, il regista riflette, facendo leva su sorprendenti spunti visivi e sonori, sui legami tra l'essere umano, la natura e i suoi elementi, creando una vera e propria sinfonia in cui perdersi è davvero piacevole.Un esordio che non si vede tutti i giorniIn una sorta di incontro/scontro tra tecnologia (la costruzione di un grande telescopio) e natura, è sicuramente quest'ultima a trionfare in questo film che si apre mostrando delle piante e si chiude con gigantesche onde dell'oceano: in mezzo è soprattutto il fuoco a dominare in questo concerto degli elementi in cui non manca certamente l'aria.

I collegamenti con l'universo sono esplicitati anche grazie a passaggi che possono ricordare il cinema di fantascienza.Il risultato è un esordio che non si vede tutti i giorni, una sorta di flusso di coscienza per il quale, se si è ben predisposti nei confronti di una forma di cinema alternativa come questa, si possono trovare notevoli stimoli su cui riflettere e pensare al termine della visione.

Forest – I See You Everywhere

In concorso ha trovato posto «Forest – I See You Everywhere» del regista ungherese Benedek Fliegauf, noto per «Dealer» del 2004 e «Womb» del 2010.Si potrebbe pensare dal titolo a un sequel del suo «Forest» del 2003, ma questo nuovo film non è esattamente una prosecuzione, ma più un collegamento concettuale con il film precedente.Incorniciato da due sequenze che vedono una ragazza accanto a suo nonno, la pellicola riflette sulla vita e sulla morte, sulle persone assenti e sulla necessità di condividere emozioni.

È un film che presenta poche scene, ma molto lunghe e molto parlate, che finiscono però per mettere troppa carne al fuoco e togliere lucidità ai ragionamenti che il regista vuole portare avanti.Per lo spettatore è un'esperienza piuttosto faticosa, che alterna spunti curiosi a banalità di vario genere, ma il gioco alla fine della pellicola non vale la candela e rimane la sensazione di aver assistito a un prodotto poco sincero e troppo costruito a tavolino.


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