l’anniversario

Rodari, il maestro di humor e fantasia che incanta i bambini di ogni età

A 40 anni dalla morte continua la fortuna di uno scrittore amatissimo dai bambini, dai maestri e da milioni di lettori sparsi in tutto il mondo. Che in vita fu poco capito dai critici di professione

di Dario Ceccarelli

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(Afp)

A 40 anni dalla morte continua la fortuna di uno scrittore amatissimo dai bambini, dai maestri e da milioni di lettori sparsi in tutto il mondo. Che in vita fu poco capito dai critici di professione


6' di lettura

Come tutti quelli che trasmettono allegria e leggerezza , Gianni Rodari, era malinconico e introverso. Proprio lui, lo scrittore che ancora oggi tutti ammirano per la sua vulcanica capacità di inventare giochi di parole, filastrocche e paradossi linguistici, era schivo e facile ad adombrarsi. Soprattutto quando veniva indicato, nelle recensioni, come un scrittore per ragazzi e per l’infanzia.

Lo amavano i bambini, i maestri che amano l’insegnamento e milioni di lettori sparsi in tutto il mondo. Molto meno i critici di professione, che lo consideravano con sussiego. Anzi dell’autore della “Grammatica della Fantasia” e di “Favole al telefono”, non parlavano affatto. Che cosa dovevano dire, poi? Che Gianni Rodari vendeva milioni di libri scrivendo che “Una volta un accento per distrazione cascò sulla città di Como mutandola in comò…”?

No, che non potevano. Loro, i sacerdoti della cultura, che dissertavano di strutturalismo e di filosofia hegeliana, di Thomas Mann e Heidegger, mica potevano prendere sul serio un tipo balengo che scrive una novella sul Commendator Mambretti che “possiede trenta automobili e 30 capelli…”.

No, diciamo la verità, non potevano. Soprattutto nel dopoguerra, quando gli autori più letti erano figure come Cesare Pavese , Alberto Moravia o Vasco Pratolini.

Ecco perchè anche adesso, che si celebrano sia i 40 anni della morte (14 aprile 1980) sia il centenario della nascita (23 ottobre 1920) Gianni Rodari fa discutere in maniera anomala: nel senso che o stai di qua o stai di là, o ti piace o non piace. Di sicuro non lascia indifferenti, soprattutto i suoi milioni di lettori sparsi per tutto il mondo. Che amano le sue rime surreali, il gusto per l’assurdo, quel modo di vedere le cose un po' sghembo, come se avesse una password per connettere e sconnettere le parole che noi, comuni mortali, maneggiamo con metodica pigrizia.

La fantasia al potere
Per noi il Lago di Garda è il Lago di Garda. Punto. Per Rodari è anche qualcos'altro, qualcosa che ti spiazza cui dà il titolo (“L'ago di Garda”) a una sua filastrocca che recita così: “C'era una volta un lago, e uno scolaro un po' somaro, un po' mago, con un piccolo apostrofo lo trasformò in un ago. Oh, guarda, guarda-, la gente diceva - l'ago di Garda!”

E però, dai e dai, nonostante i suoi detrattori, Rodari, figlio di un fornaio di Omegna, piccolo centro a Nord del Lago d'Orta, di strada nel mondo ne ha fatta tanta. Una strada partita subito in salita, perché Rodari non era certo un predestinato: già orfano di padre a nove anni, e cresciuto da una madre molto rigida, si è fatto largo a fatica in un mondo che gli era estraneo: quello dei circoli letterali nati intorno alle case editrici, poco avvezzi alle funamboliche invenzioni di un modesto giornalista prima dell'Unità e poi di “Paese sera”che viene dalla provincia novarese, da quel lago d’Orta, grigio e malinconico, su cui poi ambienterà un'altra delle sue celebri storie (“C'era due volte il Barone Lamberto”) che lo ha imposto all’attenzione del pubblico.

Un tipo strano in redazione
Anche alla redazione milanese dell'Unità, dove aveva cominciato nel 1947, lo guardavano come un tipo strano. «Era molto bravo», raccontava nelle lunghe sere di chiusura Sergio Banali, uno degli storici capiredattori degli anni Sessanta. «Però era sempre preso dai suoi racconti, dalle sue storie che certo ci divertivano ma sembravano scritte solo per i bambini».

Poi, ricordiamolo, in quel periodo, il partito era il Partito, la lotta politica aspra, dura, totalizzante. Non c'era tanto tempo, né voglia, di giocare con le parole. Però qualcuno intravede del talento in quel ragazzotto piemontese e, siccome l'Unità viene letta anche in famiglia, a Rodari viene affidata la direzione del “Pionere”, un settimanale che doveva far concorrenza a due giganti come “Topolino” e “il Vittorioso”, quest'ultimo molto diffuso nel mondo cattolico. Anni importanti per Gianni, che lo fanno conoscere e apprezzare. Ma non mancano le perplessità: che vengono anche dall'alto del partito, molto guardingo nei suoi confronti.

Più che lotta di classe, dicono, Rodari parla di coccodrilli sapienti e del motociclista innamorato. Siamo seri, suvvia. Togliatti stesso storce il naso. E manda avanti Nilde Jotti che rincara subito la dose: «Non mi piace. Rodari è poco progressista e anche poco divertente».

Poche soddisfazioni dalla critica
Insomma, nessuno gli regala niente. Più o meno come avverrà anche all'Einaudi, la prestigiosa casa editrice che dal 1960 pubblica le sue opere. Un rapporto difficile nonostante il crescente successo dell'autore. Qui è il regno di Primo Levi, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Firme nobili che fanno la storia della letteratura, guidate da Giulio Einaudi, raffinato guru della cultura del dopoguerra. Anche Calvino scrive racconti per ragazzi, ma non solo. Calvino è una potenza: cordiale nella forma ma freddo nella sostanza. E forse, anche temendo un’invasione di campo, all'inizio tiene Rodari alla larga, non rispondendo a molte sue proposte. Solo più tardi, dopo la sua morte, Calvino gli renderà merito: «È una pena dover parlare di Gianni Rodari al passato. Certo poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua».

Lacrime di coccodrillo, viene da dire. Perchè la vita di Rodari , soprattutto all'inizio, non è stata né gaia né allegra. Le sue storie sono divertenti, ma questo non vuol dire che dietro alle sue opere ci sia un uomo sereno e leggero. «Non si sentiva realizzato», racconta Sergio Banali. «Aveva successo, ma sentiva che il mondo della cultura lo guardava come un intruso, come un virtuoso della rima che fa i giochi di parole. Troppo popolare».

Destino strano, quello di alcuni scrittori “molto popolari”. Sembra quasi che la popolarità sia un marchio di scarsa qualità: come se questi autori indossassero un abito con una stoffa troppo grezza. È successo per Collodi, con il suo Pinocchio; per Giovannino Guareschi; ma anche per scrittori illustri come Italo Svevo e perfino Marcel Proust. In vita non hanno mai goduto delle attenzioni della critica. Solo più tardi, beatificati dalla morte, si sono ripresi con gli interessi quanto dovuto.

Il rapporto con Einaudi
Anche con Giulio Einaudi, che pure lanciò le sue opere, il rapporto era controverso. Rodari, con una forma di ironica devozione, lo chiamava sua eminenza, cardinale e comandante, facendo un po' il bertoldo scapestrato che gioca con i poteri forti, ma sempre con la consapevolezza che da una parte c'è il Sommo editore, dall’altra l’umile scrivano.

Eppure Rodari è andato avanti. Mandando giù rospi, ma con la consapevolezza di essere amato e apprezzato dal pubblico che lui preferiva: i ragazzi, i maestri, gli insegnanti che non dimenticano le sue parole: «Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?».

Il mondo della scuola gli ha fatto un monumento soprattutto per sua opera più strutturata “La Grammatica della fantasia” (1974) che è una specie di contro manuale per usare e disarticolare le parole e il linguaggio: una chiave per arricchire la mente e la creatività. Una parola, creatività, di cui molti si sono poi abusivamente impadroniti per dare lustro a qualsiasi banalità. Un malvezzo su cui Rodari avrebbe certamente scritto una delle sue filastrocche.

Il premio Andersen
Gli sono arrivati anche diversi riconoscimenti. Nel 1970 vince il prestigioso premio Andersen, sorta di nobel della scrittura per ragazzi. Un premio importante ma che non placa i tormenti di Rodari. Che in una intervista dirà: « Chi scrive per i bambini deve sapere che lavora nella serie B. La nostra letteratura è sempre stata aulica, aristocratica, non popolare. E uno dei motivi per cui non abbiamo avuto una letteratura per ragazzi sta nel fatto che ciò viene ritenuto disonorevole».

Forse, per placarsi, Rodari dovrebbe essere qui, adesso, per verificare che il tempo non ha coperto di polvere le sue invenzioni. Che nelle librerie i suoi titoli sono ancora in bella vista. Che nelle scuole ancora tutti lo conoscono. A questo proposito per settembre è prevista l'uscita di un Meridiano Mondadori (1800 pagine) dedicato a Rodari curato da Daniela Marcheschi. Un'importante riconoscimento che vuole rendere giustizia al figlio del fornaio di Omegna che con il suo humour leggero e dissacrante ha acceso per sempre una lampadina magica a tutti i ragazzi di ogni età.

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