LA MUNICIPALIZZATA CAPITOLINA

Roma, Atac va al concordato: 4 mesi per il piano industriale

di Manuela Perrone

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(ANSA)


3' di lettura

Il primo dado è tratto: ieri il Cda di Atac, la municipalizzata capitolina dei trasporti gravata da un debito di 1,35 miliardi, ha «individuato nella procedura di concordato preventivo in continuità la migliore soluzione alla crisi della società». Una scelta non priva di scossoni, quella di avviare la procedura fallimentare, accompagnata da molte perplessità espresse da alcuni membri del collegio sindacale e possibile foriera di nuovi addii: dopo le dimissioni di giovedì del direttore Operations dell’azienda, Alberto Giraudi, ennesima casella delicata da rimpiazzare, si teme anche la valigia della direttrice Corporate, Maria Grazia Russo.

Gli occhi sono puntati sulla prossima settimana: il 6 settembre l’azienda ha convocato i sindacati, che hanno già aperto le procedure di raffreddamento e conciliazione, anticamera dello sciopero. Il giorno dopo sarà la volta del passaggio politico all’assemblea capitolina straordinaria. Poi si entrerà nel clou con l’inoltro della richiesta di concordato al tribunale fallimentare corredata soltanto dai bilanci degli ultimi tre esercizi (quello 2016 ancora non è stato approvato) e dall’elenco nominativo dei circa 1.500 creditori. Con questa mossa si aprirà la fase “prenotativa” del concordato, un momento cruciale perché bloccherà tutte le azioni esecutive da parte dei creditori. Atac avrà quattro mesi di tempo al massimo, a quel punto, per integrare la documentazione necessaria, ovvero per presentare al giudice il nuovo piano industriale, la mappa dettagliata dei crediti e la situazione patrimoniale aggiornata. Da lì ci vorranno mesi per sapere se la procedura sarà accolta (l’istanza di concordato per l’Aamps di Livorno fu avanzata il 25 febbraio 2016 e accolta cinque mesi dopo; ce ne sono voluti altri sette per arrivare all’accordo con i creditori).

La strada, in sostanza, non sarà breve. E non rassicurano gli scettici le parole della sindaca Virginia Raggi, che ha rivelato come al concordato si stesse lavorando da un anno e ha esultato: «Atac deve rimanere pubblica. Si avvia un percorso di rinnovamento totale dell’azienda di trasporti di Roma con un obiettivo chiaro: migliorare le linee, rinnovare la flotta degli autobus, la metropolitana; ridurre i tempi d’attesa; dare ai cittadini i servizi che meritano; tutelare i dipendenti onesti». Obiettivi roboanti che stridono con lo stato del servizio, funestato da un parco teorico di 2.500 mezzi di cui 1.500 da sostituire, da un’evasione tariffaria che erode i ricavi potenziali e da tassi di assenteismo tra gli 11.700 dipendenti che hanno sfiorato il 12,7% nel primo trimestre 2016.

Per evitare scioperi e ulteriori disservizi il Campidoglio punta sul buon canale di dialogo aperto con i sindacati dal delegato al Personale Antonio De Santis, componente della squadra che - con Ernst&Young nel ruolo di advisor finanziario e industriale - guiderà Atac lungo il percorso insieme alla sindaca, all’assessora ai Trasporti Linda Meleo, al titolare del Bilancio Gianni Lemmetti (sottratto appositamente alla giunta Nogarin di Livorno) e al supermanager della società Paolo Simioni, su cui pende il faro di Anac per il triplice incarico di presidente, Ad e direttore generale. È lui ad assicurare che il via libera del Cda al concordato è «il primo passo concreto per il risanamento e rilancio della società».

Ma le reazioni fortemente critiche non sono mancate. «Non è affatto risanamento», sostengono i Radicali, fautori del referendum per la messa a gara del servizio che potrebbe svolgersi l’anno prossimo: «Si tratta dell’ennesimo tentativo di tenere in vita artificialmente per qualche anno una realtà che è di fatto fallita da tempo». Il Pd attacca «la strategia Casaleggio» dei «libri in tribunale». Stefano Fassina (Si) domanda invece «cosa succederà se, come previsto dalla legge, una parte dei creditori chiederà il fallimento di Atac». Come sembrerebbe intenzionato a fare, secondo Il Messaggero, uno dei tre fornitori di carburante, la cui istanza però ieri non risultava depositata. Un problema serissimo, quello dell’incognita del comportamento dei fornitori nella fase pre-accordo, anche per Pietro Spirito, ex dirigente della società che ne ha denunciato l’«inferno» nel libro “Trasportopoli”: «Assicurare la continuità del servizio sarà molto complicato. Si è arrivati al concordato troppo tardi. Nel frattempo non è mai stata attuata una significativa razionalizzazione della produttività né una valorizzazione degli asset».

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