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Roma-Bruxelles, ecco i nodi (e i costi veri) della contesa

di Dino Pesole

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Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici


3' di lettura

Rischio di “deviazione significativa” dai target di bilancio programmati. Nella nuova lettera che il vice presidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici si accingono a recapitare all'indirizzo del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan verrà nuovamente evocato il punto dolente che da mesi contrappone Roma e Bruxelles. Mercoledì la Commissione Ue dirà la sua sui conti italiani, sospendendo di fatto il giudizio fino al maggio del prossimo anno. Che sia questo governo o il prossimo a dover gestire l'intricata partita, resta il motivo del contendere.

Gli sconti autorizzati dalla Commissione

Il Governo si è impegnato a ridurre nel 2018 il deficit strutturale, calcolato al netto delle una tantum e delle variazioni del ciclo economico, dello 0,3%, contro lo 0,6% chiesto in primavera da Bruxelles e lo 0,8% indicato nel Documento di economia e finanza dello scorso aprile. “Sconto” di fatto già implicitamente autorizzato da Bruxelles, che però ora contesta, legge di Bilancio alla mano, che quella riduzione del deficit strutturale sia effettivamente garantita. Lo scarto è di uno o due decimali, tali da prefigurare sulla carta una richiesta di una manovra correttiva da varare nel corso del prossimo anno. Richiesta che il Governo pare orientato a rispedire al mittente. Poiché il calcolo del deficit strutturale viene effettuato sul Pil potenziale, il ministero dell'Economia è pronto a dimostrare che lo scarto tra il Pil potenziale e il Pil reale (il cosiddetto output gap) non coincide con i calcoli di Bruxelles. Quando il valore si riduce, vuol dire in sostanza che vi è la possibilità di utilizzare l'intero potenziale di crescita.

No del Governo a manovre correttive

La tesi del ministro Padoan è che in questa fase ciclica con l'economia in ripresa tanto che si punta, alla luce degli ultimi dati Istat, all'1,8% a fine 2017, effettuare manovre correttive più corpose metterebbe a repentaglio proprio il lento percorso di uscita da una crisi che nel suo effetto cumulato ha lasciato sul campo 10 punti di Pil. Quindi gradualità nell'azione di consolidamento fiscale. Secondo i calcoli italiani l'output gap nel 2018 risulterà ancora al -1,2%. Nella Commissione Ue vi è al riguardo una discussione in corso e non tutti sono sulla stessa linea. Dal “falco” vicepresidente Jirij Katainen, che accusa senza mezzi termini il Governo di non dire la verità agli italiani sullo stato reale dell'economia, alla “colomba” Pierre Moscovici, il responsabile degli Affari economici che può vantare con Padoan un rapporto diretto e costruttivo. Il numero uno della Commissione Jean Claude Juncker è per una linea di apertura, anche in considerazione delle prossime scadenze elettorali in Italia, ma deve evidentemente bilanciare il giudizio in funzione della pressione dei paesi più rigoristi. La flessibilità concesse finora all'Italia dal 2015, comprensiva anche dello “sconto” in arrivo pari a circa 9,5 miliardi, raggiunge circa 30 miliardi. Ma – lo ripete Padoan – non si è trattato di una concessione, ma dell'applicazione di specifiche clausole in funzione delle riforme strutturali effettuate, degli investimenti messi in campo e delle calamità naturali che hanno colpito il paese, oltre alla gestione del flusso dei migranti.

Deficit strutturale, parametro da rivedere

Dunque, anche al di la della differenza tra le cosiddette “matrici” tra Roma e Bruxelles, il giudizio sarà ancora una volta prevalentemente ispirato a un'ottica politica. Serviranno garanzie, certo, e il Governo è pronto a fornirle, a patto naturalmente che alla fine del percorso parlamentare la manovra non esca stravolta nei saldi. In prospettiva, occorrerà superare il parametro del deficit strutturale, che dovrebbe cedere il passo a indicatori più stabili e affidabili. Tra questi l'andamento della spesa pubblica. Il parametro del deficit strutturale impatta su quello del deficit nominale, e dunque anche sul debito. Ed eccoci all'altro richiamo che puntualmente verrà rivolto tra breve al nostro paese: la velocità di discesa del debito non è ritenuta ancora sufficiente.

L’incognita debito

In sostanza, si nutre qualche perplessità sull' impegno del Governo a ridurre già quest'anno il debito al 131,6% (contro il 132% del 2016) e al 130% nel 2018. La scommessa del Governo passa anche attraverso un aumento dell'inflazione che si attesti nei dintorni del target europeo del 2 per cento. Poiché il calcolo si fa sul Pil nominale (comprensivo dunque dell'inflazione) un po' più di inflazione fa scendere il rapporto debito/pil. Tempi non immediati, ma prima o poi – questa la tesi degli analisti – un po' di inflazione la vedremo. Ma soprattutto occorre spingere sul Pil: se sale in denominatore (la crescita) il numeratore (il deficit o il debito) si riduce senza per questo ricorrere a manovre correttive che finirebbero per deprimere il ciclo.

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