arte

Roma e le sue bellezze: un saggio per immagini e parole

In libreria una guida insolita al cuore dell’Urbe antica: dalle ricostruzioni ideali all’uso come set cinematografico, alla rievocazione del luogo nella letteratura e nell’arte

di Salvatore Settis

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Gino Severini 1928 - Collezione Banca del Monte dei Paschi di Siena (Photo Lensini)

4' di lettura

Questo The Roman Forum Book di Nunzio Giustozzi fa trilogia con quelli, dello stesso formato grafico, dedicati al Colosseo dallo stesso Giustozzi e alla Domus Aurea da Vincenzo Farinella. Il titolo in inglese fa pensare alle spiritose invenzioni di Flaiano, peraltro qui accortamente incorniciate a pagina 283 («Dopo il Mosès abbiamo visitato The Roman Forum, dove è stato ucciso Julius Caesar...»).

Ma questo libro, come i due che l’hanno preceduto, è l’opposto di quella banalizzazione in formulette più o meno anglofone, e anzi le richiama solo per prenderne le distanze con una qualche (auto)ironia, ma soprattutto con una minuta, sapiente attenzione al dettaglio, archeologico e non solo.

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Sei agili capitoli

Questo è infatti un libro che più “internazionale” non si può, ma che è in ogni sua pagina frutto di una cultura, specialmente italiana, che fa convergere archeologia e storia degli studi, storia dell’arte e pensieri sul contemporaneo, memoria storica e preoccupazioni sul futuro. Il libro è articolato in sei agili capitoli, da Immaginare i Fori (dedicato alle loro più o meno volenterose ricostruzioni in immagine) a Cine-forum, azzeccato titolo per le pagine in cui ci scorrono davanti fotogrammi da Guardie e ladri, Vacanze romane, Roma di Fellini, La decima vittima di Elio Petri. Centinaia le immagini del volume, che mescolano qualcosa di scontato a molto d’inconsueto, con un gusto del montaggio che invita a sfogliare queste pagine anche chi sia troppo pigro per volerle leggere.

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Ma i testi (invece) meritano di esser letti pagina per pagina, in controcanto con le immagini. Si può anzi dire che ci sono almeno tre modi d’uso del libro: guardare le figure (e già la loro sequenza è parlante), leggere i testi, e infine (con ancor più frutto) far la spola fra testi e immagini. I testi, anzi, sono di tre tipologie: i saggi di Giustozzi prima di tutto, concepiti ciascuno come un vestito su misura per le immagini di quel capitolo, impaginate subito a seguire; alcune didascalie “narrative” che qua e là punteggiano le illustrazioni; ma anche un avvincente florilegio di testi che si alternano alle immagini; che anzi sono, essi stessi, un’ulteriore galleria d’immagini.

Vi troviamo Madame de Staël e Savinio, Belli e Trilussa, Goethe e Anatole France; e un ruolo privilegiato vi ha il fiumano Valentino Zeichen, i cui versi accompagnano con nuove vibrazioni le antichissime rovine: «Una civiltà frantumata, / smozzicata e risputata / da un ipotetico gigante / che per estro, a intervalli, / cambia nome e indirizzo; ieri / era la storia; poi, è il tempo, / quando non è il fato. / Non c’è modo di incrociarlo / poiché il suo recapito / o sta già nel passato, / o è nell’incognito futuro, / dove noi presenti / non veniamo mai ammessi».

A questo registro, l’esplorazione delle profondità, si alterna in ogni capitolo un livello più arioso e leggero, dove cadono fantasiosi esperimenti dell’arte come L’equilibrista (Maschere e rovine) di Gino Severini, dove un petit comité di Pulcinella gesticolanti e di acrobati da circo gironzola attraverso un Foro altrimenti silente. Come Giustozzi ben racconta, questa grande tela fu parte della decorazione di Casa Rosenberg a Parigi; ma la sua data (1928) invita a metterla a contrasto con le retoriche romano-imperiali di regime che in quegli anni erano in quotidiano crescendo. Per non dire di un’immagine davvero eloquente, Lavoratori italiani in bicicletta (ora al museo di Lviv/Leopoli) del sovieticissimo Aleksandr Deineka: i due ciclisti in via dei Fori imperiali (allora, 1935, detta “dell’Impero”) paiono quasi il rovescio delle parate militari a cui quella strada era (ed è) destinata, non fosse che in un angolo il pittore vi trapianta in bella evidenza, davanti ai Mercati di Traiano dove non fu mai, «un algido colosso della serie di atleti, dai duri linamenti ancora déco, che ornavano da poco l’ellisse dello Stadio dei Marmi nel Foro Mussolini».

Le figure non sono numerate

Le figure non sono numerate, ed è scelta accorta, perché meglio invita a farvi spola dal testo, che le commenta nell’ordine in cui si allineano poche pagine dopo. Ma con quanta cura l’autore abbia composto, in controluce l’una sull’altra, la scrittura dei testi e la selezione delle immagini lo mostra la differenza d’approccio fra un capitolo e l’altro. Nel primo capitolo, le ricostruzioni dei Fori si conterebbero forse a migliaia, fra quadri storici, libri d’antiquaria ed envois de Rome; perciò all’avara scelta delle immagini (con “punte” assai meno viste, dai musei di Kiev o di Newcastle-upon-Tyne) corrisponde un testo che ne cita più o meno altrettante, però senza riprodurle. Perché questo è, fra altre cose, anche un libro dell’era post-Google, dove le figure che mancano saltano sul nostro desktop con un clic. E ci sono invece capitoli (come il III, I Fori nell’arte) dove il testo si sofferma proprio sulle figure poi subito raccolte in rassegna: non solo Severini e Deineka di cui si è detto, ma anche, per dire, Maurice Denis, Duilio Cambellotti a Ragusa, Cagli, Mafai, Scipione, Peter Blume, Escher, Luca Pignatelli.

Saggio per immagini e per parole

Quella di Giustozzi non è dunque, come può parere, una mera antologia compilata ad arbitrio, ma un saggio per immagini e per parole, che invita a ripercorrere nel Foro, in un solo colpo d’occhio, la stratigrafia dei monumenti e quella degli sguardi: «l’insospettata giovinezza» (Silvio Negro, 1940) della Colonna Traiana vista dalla scala a chiocciola che vi è scavata dentro, ma anche, nel Foro, «qualcosa sciupata e rotta, [che si anima] parlando di imperatori, di césari, di grandezze e di tesori perduti» (Corrado Alvaro, 1946). Perciò il linguaggio evocativo di queste pagine si rivela a ogni passo intriso di storia. Per esempio quando si dice del «più orribile e famigerato carcere dei Romani, il Tullianum», e di Piranesi, «preso dalla suggestione della discesa in quello spaventoso orrido sotterraneo», e che perciò «a contatto con questi massi incombenti, nell’oscurità appena rischiarata dalla torcia, disegnò freneticamente le sue Carceri d’invenzione: tutte solchi profondi, travi pensili, scale tra spazi angusti e conclusi in un’asfissia claustrofobica». Il libro, si è detto, è terzo di una trilogia; ma c’è da sperare che Electa voglia estenderla in eptamerone o decalogo offrendo, per sondaggi, una grammatica elementare (ma non tanto) per l’arte oggi più difficile: saper ricordare.

The Roman Forum Book, Nunzio Giustozzi,Electa, Milano, pagg. 320, € 18

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