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Romania, il regno della flat tax cerca italiani e compra imprese in Veneto

dagli inviati Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi


È la Romania che ora importa cervelli italiani

5' di lettura

BUCAREST. Venticinque anni dopo lo sbarco in massa degli imprenditori italiani in Romania, il viaggio non è più di sola andata. C'è chi da Timisoara compra imprese in Italia, come Aldo Roccon, uno dei primi veneti arrivati qui nel 1994. C'è chi vorrebbe assumere italiani per non andarsene dalla Romania ma non ne trova, come l'imprenditrice Valica Vaccari. E chi assiste all'arrivo di professionisti e laureati italiani in fuga dal Belpaese, come Giacomo Billi, sbarcato nel 2013 a Bucarest per aprire la sua impresa che oggi fattura più di 50 milioni di euro all'anno.
Un quadro sorprendente, se si pensa che solo 25 anni fa la Romania era un paese arretrato e da poco uscito dal giogo del comunismo.

L'ATTRATTIVITÀ

Investimenti diretti esteri in Romania dal 2007 al 2018. Flussi in entrata in mln di euro e var. % annua (Fonte: Elaborazione ICE - Agenzia - Bucarest su dati BNR)

Shopping in Italia

«Adesso sto facendo shopping in Italia – racconta Roccon, titolare della Euroccoper, tra le principali aziende nella logistica doganale in Romania con 150 dipendenti e una ventina di depositi - . Non sono più gli italiani che vengono qui a comprare le aziende, almeno nel mio settore, ma sono io che vado in Italia a comprare qualche azienda. Sto per rilevarne una nel settore dei trasporti a Verona. Il titolare ha problemi di ricambio generazionale e grazie ai conti sani della Euroccoper e alla sua capitalizzazione, sono in grado di dare continuità a un'impresa italiana che altrimenti potrebbe morire, anche se è sana».

È la Romania che ora importa cervelli italiani

L'ingresso della Romania nell'Unione europea del 2007, l'arrivo dei fondi Ue e le politiche fiscali dei governi che si sono succeduti hanno cambiato profondamente il volto agli investimenti imprenditoriali provenienti dall'estero. Finendo per trasformare anche quelli degli italiani, concentrati all'inizio quasi esclusivamente in delocalizzazioni nel settore manifatturiero, soprattutto nel tessile e nel calzaturiero.

Oggi il tessuto imprenditoriale italiano in Romania è distribuito tra l'industria estrattive (39,5% del totale), energia elettrica, termina, gas e acqua (29,9%), intermediazione finanziaria e assicurazioni (8,4%), transazioni immobiliari (7,6%), a cui seguono agricoltura, costruzioni e commercio con percentuali inferiori.

L'importanza che il settore dell'energia ha acquisito negli ultimi anni - e che è pari al 20% del Pil romeno - è testimoniato dal quarantenne toscano Giacomo Billi, titolare di Alive Capital di Bucarest. Quando Billi arrivò qui, anche lui era condizionato dai pregiudizi nei confronti del romeni. «Prima di partire per la Romania – confida – lasciai a casa orologio, carta di credito e soldi ma poi mi sono reso conto che i partner e i clienti romeni sono molto più affidabili di quelli che avevo incontrato a Londra nel settore finanziario».

L'ondata dei professionisti

«Negli anni 2000 ancora venivano gli scappati di casa e i rifugiati da mezza Europa – continua a raccontare Billi -. Ora negli ultimi anni vedo tanti ingegneri italiani, architetti, professionisti tutti sotto i 40 anni che vengono perché l’Italia offre poco e niente. Negli ultimi due anni c'è una crescita esponenziale. Per le persone formate c'è tantissimo da fare perché il limite dei romeni è la mentalità, condizionata dai retaggi del comunismo».

Non sono solo i laureati e i profili più alti a mancare in Romania ma paradossalmente anche la manodopera di base. Il problema assume dimensioni drammatiche soprattutto a Timisoara, uno dei principali poli industriali del Paese e che nel tempo è diventata quasi una nuova provincia veneta.

C'è spazio per gli italiani

Nella sua azienda alla periferia della città, l’imprenditrice Valica Vaccari lancia addirittura un appello agli italiani: «Sono disposta ad assumere fino a 40 persone per evitare che l’azienda venga trasferita in Polonia per mancanza di manodopera».

Un italiano già c'è nell'impresa - che si chiama “L'intesa Promotive”, specializzata in filtri nel settore dell'automotive -avviata da Valica Vaccari con il marito Claudio nel 1994. E' un cinquantenne assunto cinque anni fa, che si occupa dell'imballaggio e del controllo dei prodotti da spedire.
«Quando vedo che in Italia ci sono cinquantenni che hanno perso il lavoro e che vivono in macchina con due figli e la moglie e nessuno li assume, mi chiedo cosa posso fare per incontrarli e offrigli un posto di lavoro», conclude Vaccari.
”L'intesa Promotive” contava 80 dipendenti ma oggi, con la manodopera dimezzata non per mancanza di lavoro ma per la scarsa fidelizzazione dei dipendenti, pronti a “tradirti” per soli 20 euro, è costretta a trasferirsi in Polonia.
Valica Vaccari si aggira nel capannone dove i macchinari sono pronti per varcare il confine e scuote la testa al pensiero di lasciare quel che ha costruito in 25 anni con il marito giunto dall'Italia. «È tutto molto triste», mormora.

La fuga dei cervelli romeni

Anche Giulio Bertola, imprenditore che ha accompagnato in Romania grandi gruppi internazionali, mette l'accento sullo stesso problema. «In Romania abbiamo un problema enorme: la carenza di manodopera – spiega nel suo ufficio di Bucarest -. Le migliori risorse romene tendono a lasciare il paese verso la Germania, l'Italia, la Francia».

Luca Serena, presidente di Confindustria Est Europa, l'associazione che riunisce le aziende italiane nei paesi balcanici, offre un quadro ancora più esaustivo: «La Romania ha quasi tre milioni di abitanti fuori confine e ha esportato la parte migliore, i più giovani e dinamici. Di questi, un milione è in Italia e altri 800-900mila in Spagna».

La vera scommessa della Romania è riportarli indietro, perché possiedono un know-how professionale e culturale che in Romania manca. «Il governo – racconta Serena - sta studiando una serie di incentivi, come per esempio la decontribuzione per i romeni che tornano in patria».

Disoccupazione al minimo

La carenza di manodopera si deve anche al basso tasso di disoccupazione che viaggia quasi a livelli tedeschi. Ad aprile 2019 la percentuale dei senza lavoro era del 4% rispetto al 10,2% dell'Italia.

Ma oltre alla carenza di manodopera c'è un problema di produttività. «Il lavoro costa meno - spiega Serena – ma la produttività in media è più bassa del 30% rispetto a quella italiana a parità di condizioni». Valica Vaccari va oltre e sottolinea che il retaggio del comunismo manifesta ancora i suoi effetti sui lavoratori, abituati ad avere uno stipendio e un posto di lavoro assicurati indipendentemente dalla produttività.

ANDAMENTO DEL TASSO DI DISSOCUPAZIONE
ANDAMENTO DEL TASSO DI DISSOCUPAZIONE
ANDAMENTO DEL TASSO DI DISSOCUPAZIONE

Il nodo degli stipendi

Secondo l'Istituto romeno di Statistica, nel mese di dicembre 2018 lo stipendio lordo medio mensile per dipendente è stato di circa 1.060 (635 euro netti). Su base annua le retribuzioni sono aumentate del 12,5%.
Ma questa è solo una media perché in alcuni casi gli incrementi sono molto più elevati. «Nell'ultimo anno nella mia azienda c'è stato un aumento del 27%», spiega Roccon. Nel 1994 gli stipendi in media viaggiavano intorno ai 75 euro al mese. «Oggi nella mia azienda toccano anche gli 800-1.000 euro. Il mio capo magazzino prende 1.100 euro», afferma Roccon.

«Anche qui gli stipendi si sono elevati – racconta Giovanni Favaron, titolare del calzaturificio Donna Shoes di Timisoara -, sebbene nelle zone più interne della Romania i salari sono più bassi. Nel mio altro stabilimento di Ramnicu Valcea c'è una differenza di 220-230 euro per dipendente».

IL COSTO DEL LAVORO

Il confronto 2016/2017 tra il dato medio dello stipendio lordo. Dati in euro.

Il filo della tradizione

Camminando per il centro storico di Timisoara – che sarà capitale europea della cultura nel 2021 insieme alla città serba di Novi Sad – ci si imbatte in un laboratorio artigianale. All'interno Maddalena Console ha avviato una sartoria italiana, la Ac Croitorie Italiana, dopo una lunga esperienza maturata nel settore tra Palermo e Rimini. «L'idea è anche quella di aprire una scuola di sartoria italiana e insegnare ai giovani romeni un mestiere che in Italia ha difficoltà a trovare nuove leve», spiega Console.
È anche questo un segno del cambio dei tempi. Venticinque anni fa sarebbe stato impossibile anche solo pensare di impiantare un laboratorio del made in Italy a pochi chilometri dalla Transilvania.

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