la letteratura circostante/2

Romanzi ad alta velocità

di Gianluigi Simonetti

6' di lettura

Molte trasformazioni recenti della narrativa italiana riguardano il tempo del racconto; una delle categorie più utili per descrivere il romanzo contemporaneo è indubbiamente la velocità. Generalizzare è lecito perché i controesempi sono relativamente pochi: da almeno venticinque anni a questa parte scrivono veloce autori diversi per età, formazione e gusti. Vediamo alcuni esempi, accostando nomi di autori in piena attività ad altri oggi meno noti di qualche anno fa, o addirittura scomparsi da poco: non ci interessa mettere a fuoco la strettissima attualità, ma i fenomeni più rilevanti manifestatisi tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio.

In primo luogo hanno scommesso su ritmi serrati molti giovani esordienti, da cui era logico aspettarsi, per forza d’anagrafe, un senso veloce del montaggio (si pensi a gente come Scarpa, Brizzi, Santacroce, Covacich, Lagioia, Santoni). Ma il racconto fila spedito anche negli ultimi libri di autori affermati da tempo, bene educati ai classici e radicalmente novecenteschi, come Pontiggia o La Capria. Da sempre sono sbrigativi i tempi del romanzo rosa – oggi Volo, ieri Moccia, ieri l’altro Melissa P.; più curioso è che scelgano la rapidità figure aristocraticamente lontane dal consumo come Pintor o Arbasino. Sincopato, per definizione, è il tempo del noir, uno dei generi più frequentati dal romanzo italiano recente: sia il thriller di importazione statunitense, alla Faletti, sia il neonoir di ricostruzione storica e sociale (i romanzi di Carlotto e Lucarelli, Romanzo criminale e tutti i suoi spin off ). Ma i tempi lunghi del romanzo tradizionale vengono tagliati con le emozioni forti del reportage anche da autori non di genere: Saviano, naturalmente, e prima di lui Franchini ( L’abusivo ), Pascale ( La città distratta ), Balestrini ( Sandokan ), Rea ( Mistero napoletano, Napoli Ferrovia ) - appartenenti a generazioni diverse, tutti impegnati a inoculare nella parola letteraria un po’ dell’energia e della rivolta del giornalismo d'inchiesta. Sul piano tematico celebrazioni recenti ed esplicite della velocità sono state, per limitarsi a qualche esempio, Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Brizzi, A perdifiato di Covacich, Tu non c’entri di Muratori, Ti prendo e ti porto via di Ammaniti. Più o meno contemporaneamente, scritti da autori più stagionati e affermati, sono apparsi libri come Questa storia di Baricco (dedicato a Valentino Rossi) e Staccando l’ombra da terra di Del Giudice (una raccolta di racconti sul fascino del volo aereo). Un libro che punta al successo ha tutto da guadagnare se comunica al lettore, fin dalla copertina, una impressione di rapidità e immediatezza: lo ha capito ad esempio Chiara Gamberale, che sforna titoli come Per dieci minuti o Adesso . Ed è sempre più importante l’attacco: iniziare un romanzo a pieno ritmo serve a conquistare i lettori più pigri, a facilitare l’ingresso in un percorso narrativo che poi potrà rallentare e distendersi (così Occhi sulla graticola di Scarpa, Caos calmo di Veronesi, Resistere non serve a niente di Siti , L’addio di Moresco). Si concede un inizio spedito anche chi a parole dice di preferire la flemma: è il caso di Camilleri, che apre La voce del violino con una corsa in auto a folle velocità. Siamo così abituati a ritmi rapidi che ci spiazza quello volutamente compassato di un romanzo anomalo come La scuola cattolica , di Albinati, che torna a usare la noia come ingrediente di un apparato formale coerente e fluviale. La lunghezza comunque non è un problema, il problema è la lentezza: se la narrativa degli anni Zero ha spesso preferito schemi esili e formati medio-brevi - telai più adatti a una comprensione immediata e a un consumo veloce del testo – fortunate saghe romanzesche come quelle di Ferrante o De Cataldo, per non parlare di singole opere quali Come Dio comanda di Ammaniti, dimostrano che si può andare avanti per centinaia di pagine e insieme conservare la rapidità di montaggio che associamo al racconto audiovisivo: infatti da queste opere vengono tratti serie o film. Ormai non sono rari libri, come gli ultimi di Raimo e Viola, fatti di brani che provengono direttamente da quella autofiction di massa che sono i social network: in un mondo in cui la comunicazione aumenta e va sempre più veloce forse è fatale che acceleri anche la comunicazione letteraria. E a proposito, l’estetica della velocità risente anche, tra l’altro, di un tempo di lettura più contratto. Visto che leggiamo più in fretta che in passato, l’editoria preferisce libri compatti, linguisticamente semplici, da sfogliare rapidamente e senza sforzo. Non tutti, certo, ma molti scrittori si adeguano - magari senza accorgersene, o senza farlo apposta. Se va bene, evitano di disperdere energie narrative in inutili lungaggini; se va male, prendono l’abbrivio di una trama senza ostacoli, evitando di impegnare il lettore con domande troppo ostiche. La velocità in letteratura può essere insomma sia un pregio sia un difetto, dipende da come viene gestita e quanto consapevolmente. Il che significa, tra l’altro, che non c’è solo un modo per scrivere veloci, e che perfino lo stesso scrittore può correre seguendo stili differenti. Chi ama Ammaniti sa che il ritmo sostenuto di Fango o Branchie non è quello di Io non ho paura o di Io e te ; con Vite di uomini non illustri e Nati due volte Pontiggia consegue in modo diverso un analogo effetto di rapidità espressiva (mentre lo stesso Pontiggia, nel ‘68, era stato tutt’altro che veloce in un libro come L’arte della fuga ).

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Resta da chiedersi quando, esattamente, la nostra letteratura ha deciso (se lo ha deciso) di cambiare marcia. Colpisce la sincronia tra un mutamento industriale e uno stilistico, databili entrambi all’inizio degli anni Novanta. Se poco prima di allora per ogni lettore italiano uscivano in media tre libri all’anno, oggi, a sostanziale parità di lettori, i libri pubblicati pro capite sono diventati dieci, con un aumento concentrato in gran parte nella narrativa (più 1.800% rispetto a venticinque anni fa). Velocità significa anche molti più libri sul mercato, presenti in libreria per un periodo più breve, rapidamente sostituiti da altri libri. Nel momento in cui questa abitudine al consumo si consolida, aumenta sul piano stilistico il ricorso a narratività più spiccate, più scorrevoli e più lineari; più ricche di contenuti forti e di collegamenti con la cronaca. Libri che si moltiplicano, libri che si somigliano: è negli anni Novanta che la velocità diventa, nella nostra letteratura, una dominante formale. Qualcuno ricorderà Gioventù cannibale, una raccolta di racconti che nel 1996 divenne un caso letterario, di fatto inaugurando «Stile libero», una collana di narrativa esemplare dello spirito del tempo. Gli scrittori cosiddetti cannibali hanno poi preso strade diverse, né è più di moda la loro maniera di scrivere violenta e antisentimentale (al contrario, adesso è di moda l’impegno). «Stile libero» in compenso è viva e vegeta; ma soprattutto si è rafforzata, al di là delle apparenze, la cultura che testimoniava nel momento in cui nacque; e cioè una cultura pop, postumanistica, alimentata soprattutto dalla comunicazione di massa, che è frenetica per definizione. Col senno di poi va rilevato che i cosiddetti cannibali testimoniavano, da scrittori, di una crisi della letteratura come arte autonoma: i loro libri non derivavano principalmente da altri libri, ma soprattutto da stimoli cinematografici, televisivi, giornalistici, fumettistici, canzonettistici, videoludici. E il loro stile era fondato sulla quantità, l’interconnessione e l’orizzontalità del sapere molto più che sulla sua profondità. Ora che la violenza pulp non è più egemone nella nostra estetica, lo resta l’idea che la qualità di un’opera e la sua capacità di imporsi in campo artistico dipendano non tanto dai suoi spessori, quanto dall’energia che è in grado di ricevere da altre narrazioni e subito riversare in narrazioni ulteriori.

In un suo saggio del 2006, I barbari, Baricco rifletteva su quanto è diventato importante, per un’opera contemporanea, la capacità di farsi «sistema passante»: ricettore e trasmettitore istantaneo del maggior numero possibile di informazioni. Sempre nel 2006 usciva Gomorra, di Saviano: libro difficilmente classificabile, in ogni caso lontanissimo dall’estetica cannibale di dieci anni prima. Ma come i cannibali, sia pure per altre vie, anche Gomorra punta su una scrittura intensa e veloce, a contatto col presente, incline a svilupparsi in orizzontale più che in verticale. Il caso Saviano dimostra tuttora che i libri più capaci di trovare un pubblico sono quelli più abili a partecipare al flusso veloce dell’informazione, a entrare in sequenza con molti messaggi (possibilmente non letterari). In quel che resta del Novecento, del resto, si riscoprono modelli come Parise, Tondelli, o l’ultimo Pasolini: maestri ante litteram di una letteratura in continuo movimento, povera di mediazioni e di cautele. Così una scrittura che sia «sistema passante» sembra oggi capace di coinvolgere, almeno potenzialmente, scrittori di tutti i tipi; e di tutte le età.

Secondo di una serie di articoli.
Il precedente è stato pubblicato
il 30 luglio 2017

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