L’AZIENDA DI ANCONA

Rosanna Taglio si riconverte alla produzione di mascherine

La piccola impresa familiare produce coppe per reggiseno destinate a brand del lusso

di Michele Romano

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Azienda di famiglia.  A sinistra la fondatrice Rosanna Taglio e a destra la figlia Anna Maria Ciampichetti

La piccola impresa familiare produce coppe per reggiseno destinate a brand del lusso


3' di lettura

L’idea è nata in una notte di cattivi pensieri, «quando si fanno i conti con il mercato che si ferma e il futuro che sembra non esserci». La parola chiave, come per tanti imprenditori resilienti, è stata riconversione: passare dalla produzione di coppe di reggiseno per conto di alcuni dei più importanti brand mondiali dell’intimo e dell’abbigliamento mare, a quella di mascherine in Tnt a tre strati, anche in questo caso all’interno di una filiera corta, localizzata tra le province di Ancona e Macerata. Dietro il nuovo progetto imprenditoriale ci sono una piccola azienda artigianale e terzista di Fabriano, Rosanna Taglio, che porta il nome della sua fondatrice; l’entusiasmo e la voglia di osare della figlia, Anna Maria Ciampichetti, che a 35 anni la guida dopo un passaggio generazionale avvenuto nel 2004 («mamma è in pensione, ma ha sempre l’occhio vigile»); 14 addetti, tra le quali 12 donne, che oggi lavorano su due turni invece che uno, e soprattutto una dotazione tecnologica molto spinta per essere un laboratorio artigiano. «Abbiamo software e macchinari 4.0 integrati con i processi aziendali - spiega l’imprenditrice -, alcuni dei quali adottano algoritmi di intelligenza artificiale e ci consentono massima efficienza ed efficacia operativa», come per il taglio robotizzato per le coppe dei reggiseni. A gennaio, poi, è arrivata una terza linea di taglio, dotata di telecamera e laser per lavorazioni più particolari, che permette la ricostruzione di fantasie e l’incontro di motivi e stampe sul capo finito. La crisi sanitaria, invece, è scoppiata nel bel mezzo del cambio del software gestionale, «un ulteriore investimento, necessario per far dialogare meglio le nostre linee di produzione».

Il passaggio da una coppa di reggiseno (in tulle o lycra) a una mascherina protettiva non era per nulla semplice, come pure lasciavano immaginare le migliaia di fotografie ironiche che hanno affollato la rete nelle prime settimane del contagio: le coppe passavano attraverso una macchina chiamata ‘preformatrice a sei teste', che a una determinata temperatura e con tempi collaudati dava forma al tessuto; il Tnt è simile, «ma non ha la stessa elasticità ed è difficile da preformare, anche per la presenza di colla all'interno dei tre strati». C’è voluta una settimana intera di prove continue, passata a smontare gli stampi, per arrivare alla soluzione giusta. «Non è quella definitiva, anche se preformare le mascherine con la nostra tecnica le rende molto più confortevoli – spiega Ciampichetti –. Il prossimo obiettivo è migliorare il prodotto e industrializzare il processo, oggi è ancora troppo manuale e artigianale». Nel frattempo, però, l'azienda ha postato sul suo sito un tutorial per creare in cinque mosse una mascherina ‘fai da te', scaricando il cartamodello e «utilizzando il Tnt con cui sono realizzate le comuni shopper o i panni per pulire i pavimenti».

Piccola iniezione di marketing, mentre dal laboratorio escono 6mila mascherine al giorno (contro le 1.000 coppe di reggiseno, 300 mila in un anno, ndr.), primo anello della filiera che passa attraverso Arte Tessile a Corropoli (Teramo), dove vengono inseriti gli elastici, per tornare alla Serafini di Civitanova Marche, azienda che produce tessuti tecnici industriali per il Tac e la nautica, e che si occupa sia di realizzare la materia prima (il trilaminato di Tnt, con melt-blown) sia della commercializzazione del prodotto finito.

Si tratta dello stesso stabilimento nel quale, «in tutta sicurezza e con solo un turno di lavoro», si lavorano ogni giorno 15 mila metriquadrati di trilaminato, quantitativo con il quale si possono realizzare circa 500 mila mascherine. In questo caso l'ambizione è diversa: «Siamo in attesa della certificazione, perché la nostra mascherina può andare in categoria Ffp2 – spiega il titolare, Marco Serafini -, ma la burocrazia per ora ci costringe a passare da un ufficio all'altro».

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