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Rossella Miccio: l’impegno di Emergency anche sul lungo termine

Oltre al soccorso immediato, l’organizzazione punta a costruire la stabilità e la crescita nei luoghi di conflitto

di Eliana Di Caro

4' di lettura

«La prossima settimana vado in Uganda perché, esattamente un anno fa, abbiamo inaugurato un ospedale di chirurgia pediatrica: il primo del Paese, voluto dal ministero della Sanità che ha contribuito economicamente sin dalla fase progettuale»: la soddisfazione trapela dagli occhi di Rossella Miccio, 48 anni appena compiuti, presidente di Emergency.

Quello del Paese africano è uno dei tanti tasselli dell’«Asl distribuita su tre continenti», come lei definisce con un sorriso la Ong nella quale lavora da oltre 20 anni, «che gestisce circa 70 progetti sanitari con tremila collaboratori nazionali nei Paesi in cui lavoriamo, 300 collaboratori annuali, 1.700 volontari in Italia, 150 colleghi a Milano, poi altre due sedi a Roma e a Venezia». Nel colloquio con «Il Sole 24 Ore», Rossella Miccio racconta quali emergenze affronti l’organizzazione nella sua quotidianità, ma anche il lavoro sul lungo termine - meno visibile e altrettanto importante - condotto in quelle realtà il cui sviluppo va promosso e accompagnato nel tempo.

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La prima volta a Kabul

Nata a Nola (Napoli), laureata in Scienze politiche all’Università Orientale del capoluogo campano, un master in assistenza umanitaria con specializzazione in peace building fatto tra la Sapienza e Uppsala (in Svezia), la storia di Rossella a Emergency comincia nel 2000 quando viene chiamata per uno stage e Gino Strada le chiede, alla fine, “che cosa vuoi fare da grande?”. A lei che sognava di andare in Afghanistan, non pare vero di volare a Kabul un mercoledì del febbraio 2002, accanto al maestro: «Ricordo le case distrutte, le strade piene di buche, il freddo, pochissime persone in giro. Andammo subito in ospedale, con un ingegnere afghano che ne aveva supervisionato la costruzione: “Ora - ci disse - è tutto tranquillo, bisogna vederlo domani che è giovedì, giorno di visite... si riempirà di adulti e bambini”. Capii presto perché: nell’ospedale di un Paese in guerra i piccoli vanno a giocare perché è l’unico posto sicuro e pulito, un luogo che restituisce la speranza di pace e di una vita normale».

L’esperienza in Sudan

A quella prima volta ne sono seguite tante altre, l’anno dopo è stato il momento del Sudan, con l’ospedale cardiochirurgico di guerra, il primo progetto interamente avviato da Rossella: «Bisognava trovare il terreno, firmare gli accordi con le autorità, seguire i lavori in un contesto completamente diverso, in cui c’era moltissima diffidenza: era un Paese sotto embargo, non ci conoscevano, ci guardavano male. E invece, nel 2004 eravamo operativi in Darfur, tre anni dopo era pronto il centro di cardiochirurgia Salam. Oggi vi sono pazienti che arrivano da oltre 30 Paesi, e non è mai venuto meno il contributo del governo sudanese». Non solo: alla domanda se sia stato più difficile lavorare essendo donna, Miccio dice di no, «anzi, è stato un valore aggiunto perché le donne non vengono viste come competitor e quindi le difese si abbassano, le posizioni sono meno rigide». Il Salam, a Khartoum, è diventato un centro di formazione per i medici e gli infermieri africani ed è stato il modello che si è replicato in altri Paesi del continente, a partire proprio dall’Uganda, il più giovane dell’Africa (oltre il 50% della popolazione ha meno di 18 anni): l’ospedale di Entebbe, disegnato da Renzo Piano, è costato 22 milioni di euro, 5 dei quali stanziati dal governo locale e il resto frutto di donazioni.

Non solo soccorso immediato

«La risposta nell’emergenza è necessaria ma l’abbiamo sempre offerta avendo in mente anche il dopo - sottolinea Miccio - perché realizzare un ospedale può essere un motore di crescita, di rafforzamento sanitario: in Afghanistan abbiamo 24 nuovi specializzandi nelle nostre strutture che, con il 20% di donne (a dispetto del regime talebano!), sono anche uno strumento di empowerment ed emancipazione».

Naturalmente, nella vita di Emergency, non mancano i momenti critici, «come quando nel 2010 tre nostri uomini, italiani, furono arrestati con l’accusa di voler attentare alla vita del Governatore di Helmand: rimasero in carcere nove giorni e dovemmo chiudere l’ospedale» fino a che la cosa non si risolse. Né mancano luoghi in cui non è possibile agire, «come la Somalia: Mogadiscio è il posto in cui ho avvertito più forte il senso di pericolo, con una guerra civile di tutti contro tutti senza alcuna possibilità di sicurezza anche in una piccola parte del Paese».

Guerra nel cuore dell’Europa

Quella in Ucraina, sostiene Miccio, è una guerra «molto diversa, banalmente perché è in Europa. L’Ucraina parte da una situazione molto più strutturata, ci sono gli ospedali e il personale, ma c’è un bisogno crescente di materiali e farmaci perché l’aumento dei feriti è costante. Abbiamo un rapporto diretto, quotidiano, anche sul fronte dei profughi, sia a Milano sia in Moldavia dove con un ambulatorio mobile garantiamo il supporto sanitario. Il flusso è enorme, almeno 5 milioni di persone sono uscite dal Paese: è bello vedere che, quando la politica decide di essere umana e di accogliere, lo sa fare».

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