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Ross: «Pechino ha più produzioni, ma meno invenzioni. Il mondo non diventerà più cinese»

Eppure, secondo Forchielli, geografia e demografia sono fattori che giocano a favore della Cina. Per Giorgio Prodi è bene non vi siano vincitori e perdenti

di Roberto Da Rin

Ross: “Il futuro non sarà cinese: Pechino produce ma non inventa”

2' di lettura

Una sfida epocale e uno scontro tra titani. Quello tra Stati Uniti e Cina è un rapporto complesso, di competizione e di competitività, di valori rispettati ma non condivisi. All'incontro del 3 giugno, “Usa-Cina: il disordine e del XXI secolo” è andato in scena un confronto aperto tra chi prevede scenari più atlantisti e chi concede ampie chance di predominio al modello cinese. I relatori del panel, coordinato da Riccardo Barlaam, caporedattore del Sole 24 Ore, ( Alberto Forchielli, partner fondatore di Mindful capital partners, Michele Geraci, economista e docente a Nyu di Shanghai, Alec Ross, docente alla Bologna Business school, e Giorgio Prodi, docente all'Università di Ferrara e Bbs Director of Asia and Pacific relations) hanno descritto il delicato intreccio di rapporti sino-americani e raccontato, spesso attraverso esperienze personali, la forza di entrambi i modelli. Occidentale e cinese.

Asia, Africa e Russia saranno più cinesi

Alec Ross, pur riconoscendo l'importanza del competitor Cina, ha scelto una modalità tranchant: «Il mondo non diventerà più cinese, loro sono molto forti nelle produzioni, ma non nelle invenzioni. Pensiamo ai vaccini, al mondo della genomica, alle energie rinnovabili: ecco, i cinesi non hanno fatto grandi invenzioni. L'Europa, in questo confronto tra Stati Uniti e Cina, non deve essere un arbitro, perché nella storia ha saputo coniugare scienza e umanesimo e dunque può proseguire e rafforzare questo modello».
La forza dell'economia cinese, secondo molti osservatori, si spiega con l'implementazione di un modello autoritario coniugato con la forza delle competenze. Con costi inesorabilmente alti in termini di principi democratici: «C’è libertà di parola, non c'è libertà dopo la parola» è più di una gag.

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Tuttavia Alberto Forchielli, profondo conoscitore di entrambi i modelli, dà un giudizio forte: «Il mondo sarà più cinese: l'Asia, la Russia, l'Africa graviteranno sempre più nell'orbita cinese, l'America Latina sarà contesa e l'Europa sarà terreno di conquista. Di certo, noi europei possediamo un modello di democrazia che va preservato, in una logica atlantista, ma mi sento perdente», di fronte alla forza dei numeri. Michele Geraci apporta altre considerazioni che però convergono nel riconoscere la forza straordinaria dei cinesi: “geografia e democrazia sono fattori forti, sicuramente a vantaggio della Cina. E poi il modello che propongono in tempi di guerra, piace a molti Paesi: «Noi cinesi saremo forse imperialisti, con il rilancio della Via della seta, generiamo deficit nelle bilance commerciali altrui, vero. E i nostri social non sono proprio liberi. Però non mettiamo bombe e non partecipiamo a conflitti».

Vincitori e perdenti

Ecco, il messaggio paga. Quella di Giorgio Prodi è invece una posizione che travalica la rivalità: «Non deve esserci un vincitore e un perdente, tra Stati Uniti e Cina. E' una modalità sbagliata, dovremo far convivere questi due modelli».Il dibattito rimarrà aperto ma la forza e l'impegno dei giovani cinesi, al di là della convegnistica, dà un'idea chiara: le biblioteche cinesi, alle 2 di notte, sono piene di studenti.

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