analisiL’ANALISI

Rottura Fca-Renault, un fallimento di sistema

di Paolo Bricco

Fca-Renault, ecco perché è saltato l'accordo sulla fusione

5' di lettura

Nel cuore della notte la Fca ha dunque ritirato la proposta di fusione alla pari con Renault . Questa operazione, sulla cui opportunità strategica e sulla cui effettiva realizzabilità esistevano peraltro significative criticità industriali finanziare e tecnologiche, si è rivelata prima di tutto un fallimento di sistema. Fca ha ritirato la proposta imputando, nella sua nota formale, questa scelta alle mutate “condizioni politiche”: «Non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo».

Concentriamoci dunque, a caldo, sul rapporto fra Fca e il sistema francese. La variabile principale è la sottovalutazione della natura profondamente statalista e nazionalista della pancia francese. Renault, dopo la caduta di Carlos Ghosn, ha visto la mano pubblica di nuovo stringersi su Renault.

Dunque, è evidente che tutta la prima fase della operazione è stata concordata con Macron. Il quale ha una formazione e una carriera da banchiere d’affari. Non a caso Senard, espressione di un Cda in cui lo Stato francese è il primo azionista con il 15% del capitale e che non ha mai avuto la forza e le velleità di uomini dell’auto come Ghosn, Sergio Marchionne e Carlos Tavares, si è detto favorevole all’operazione. Soltanto che, mano a mano che i giorni passavano, è montata una ostilità verso l’operazione dalla pancia del Paese, che è una pancia sia popolare che elitaria. Il vantaggio di fare l’operazione nel vuoto della politica, provocato dalle elezioni comunitarie, si è trasformato nello svantaggio di una generale crescita dell’onda populista alle urne, che in Francia e in tutta Europa conferisce una cifra nazionalista in economia.
Quando i sindacati – che anche in Francia sono i punti di collegamento fra sinistra classica e nuovi populismi - sono partiti con i dubbi e le richieste, a quel punto il quadro politico è mutato. Tutto questo non è stato previsto. Così l’operazione Fca-Renault è andata a infrangersi contro la natura più rocciosa dell’identità francese. Le condizioni politiche sono, in Francia, più stabili che mutevoli, più fissate nel tempo della storia che sottoposte ai rapidi cambiamenti della cronaca: la Francia – Macron o non Macron, Ena ibridata con le banche d’affari o no – è e si è rivelata anche in questo caso uno Stato interventista, colbertista, protezionista, che ha una struttura industriale e finanziaria che, senza la mano pubblica e lasciata esclusivamente agli animal spirits degli imprenditori e alla razionalità costruttrice dei banchieri, sarebbe poca cosa. Questo Stato è, peraltro, proprietario diretto per il 15% della Renault. Lo Stato francese da secoli suona la stessa musica. E chi in Francia vuole andare, quella musica deve ballare. Quando le condizioni politiche sono mutate, ecco la richiesta di nuovi concambi azionari. Nuovi concambi azionari che, peraltro, avrebbero riequilibrato una offerta che, come ha scritto per prima Marigia Mangano sul Sole 24 Ore , attribuiva alla Renault in sé e per sé - al netto delle sue partecipazioni, in particolare Nissan – un valore negativo di 300 milioni di euro.
Peraltro, in tempo di populismi incipienti, le mutate condizioni si sono anche espresse nel fastidio, trapelato in particolare sul quotidiano parigino Les Echos, per la spremitura di 3 miliardi di euro di extradividendo da parte degli azionisti di Fca. Le mutate condizioni consisterebbero nella richiesta di una supervisione da parte del governo francese, che appunto è il primo azionista di una impresa sostenuta in tutti i modi dalla mano pubblica, sui tempi della operazione? Queste mutate condizioni hanno soltanto riportato il tutto nell’equilibrio classico francese: appunto così si fa a Parigi, con la politica che sovrasta costantemente l’economia. Dalle urne europee è uscita una Francia in cui il Rassemblement National di Marine Le Pen è il primo partito. Il nazionalismo economico appunto è il punto di contatto fra i nuovi populismi, i vecchi socialismi così forti in Francia e gli eterni statalismi.

Gli Agnelli-Elkann hanno dovuto prendere atto di che cosa è quel Paese: hanno negoziato tutto con i suoi vertici istituzionali, ma poi l’operazione è stata travolta dalla sua pancia. Probabilmente gli Agnelli-Elkann sono stati condizionati anche dalla significativa tradizione dei rapporti apicali fra Torino e Parigi, che fin dagli anni Sessanta e soprattutto per il tramite di Umberto Agnelli sono stati fra i principali canali economici e politici, culturali e diplomatici fra l’Italia e la Francia. Ho detto Italia. Ma, dicendo Italia, ho avuto un riflesso condizionato errato. Fca non è una impresa italiana. E il fallimento di Fca rivela anche la sua debolezza costitutiva di gruppo apolide. Fca non è, appunto, una impresa italiana. Gli azionisti fisici di controllo della Fca – o meglio di Exor, anch’essa non più italiana - sono italiani. Fca e tutto il gruppo Agnelli-Elkann da almeno dieci anni ha costruito una architettura societaria e fiscale che è tutta fuori da questo Paese.
Fa sorridere che, in questi giorni, sindacalisti e politici che non hanno detto una parola su questa architettura in questi dieci anni abbiano invocato l’intervento dello Stato italiano. Il quale Stato italiano avrebbe dovuto fungere da controparte politica di una parte che non è più italiana o che, addirittura, avrebbe dovuto diventare azionista. Ha fatto davvero ancora più sorridere che l’attuale Governo – pericolante nella sua conformazione, in un contesto generale segnato dalla risorgenza di uno statalismo parossistico e a fronte di un debito pubblico che rischia a ogni minuto di andare fuori controllo - abbia prima con Borghi e Geraci, entrambi della Lega, tirato fuori la possibilità che lo Stato (quale Stato?) entrasse nella holding (olandese!) che avrebbe dovuto controllare il nuovo gruppo.
A caldo, mentre Fca ritira la proposta per un progetto industriale, vale quindi la pena fare una riflessione sul tema delle mutate condizioni politiche. Che in Francia, nonostante la modernizzazione di Macron, sono sempre quelle dai tempi di Colbert. E che in Italia – al di là delle uscite di neopolitica industriale del governo attuale che fanno quasi tenerezza – sono rimaste le stesse da dieci anni, da quando Fca per ragioni di convenienza fiscale e di vantaggio degli azionisti di controllo su operazioni straordinarie non è più – nemmeno allo zero per cento - italiana. Mentre, invece, Renault è al cento per cento francese. Di una Francia eterna, che alla fine – dopo che Macron ha messo la faccia sull’operazione – anche per mano dei tatticismi del ministro dell’Economia Bruno Le Maire, che per ironia della sorte non è un vecchio socialista di Marsiglia ma un giovane centrista liberale, ha fatto finire sugli scogli l’operazione.

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