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Rousseau sconfessa la linea Di Maio: M5S nel caos, slittano gli «stati generali»

Il leader sotto assedio cita Beppe Grillo: «Deciso anche con lui di consultare tutti gli iscritti, ora campagna a testa bassa da soli». Entusiasmo tra i parlamentari. Matteo Salvini: «Nella Lega porte aperte»

di Manuela Perrone


Swg, M5S e Fi in recupero, Lega, Pd e Renzi in frenata

4' di lettura

Il voto online su Rousseau è un terremoto, l’ennesimo, per il M5S. È uno dei rarissimi casi (il terzo, nella storia delle consultazioni del Movimento) in cui l’esito sconfessa clamorosamente la linea dei vertici. Con effetti tutti da verificare, al di là delle prime reazioni a caldo, sia sulla tenuta della leadership di Luigi Di Maio sia su quella dei rapporti con gli alleati del governo e dello stesso esecutivo.

La rivolta della base
Non che il risultato fosse inatteso: nonostante un quesito “orientato” («Umiliante», secondo la consigliera regionale del Lazio Roberta Lombardi) che poteva risultare fuorviante - “sì” per aderire alla proposta di una pausa elettorale, “no” per partecipare alle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria - i segnali che avrebbe prevalso la voglia di correre il 26 gennaio nelle due regioni con liste e simbolo erano più che eloquenti. Così come eloquente era stata la levata di scudi davanti alla scelta di affidare l’ultima parola agli iscritti sulla piattaforma Rousseau gestita dall’associazione presieduta da Davide Casaleggio.

Una sfiducia che viene da lontano
La lettura più semplice è chiaramente quella di una plateale sfiducia della base nei confronti dello stato maggiore del M5S. Che arriva dopo mesi di fibrillazioni dei gruppi parlamentari, sempre più insofferenti per lo scollamento con i Cinque Stelle di governo e ieri in maggioranza entusiasti («Urge rivoluzione nel M5S», ha esultato l’ex ministro Danilo Toninelli). Tanti i segnali dell’ormai scarso controllo di deputati e senatori da parte di Di Maio: la fronda sull’Ilva, capitanata dall’ex ministra Barbara Lezzi, che a ottobre ha portato alla cancellazione dell’immunità legale, i documenti interni che chiedono la separazione tra il ruolo del capo politico e quelli di governo, l’impasse sull’elezione del capogruppo a Montecitorio, l’insofferenza per alcune prese di posizione non concordate. Tutti campanelli d’allarme raccolti troppo tardi, che la batosta in Umbria ha amplificato.

Di Maio si blinda, Grillo a Roma
Bisogna leggere tra le righe delle dichiarazioni di Di Maio per capire la sua strategia di reazione. Due le mosse del leader: da un lato ha sfoggiato l’esito del voto come una «grande lezione di democrazia» promettendo che sarà in «prima linea» nella campagna elettorale ed evitando accuratamente di tradurre il risultato come una sfiducia; dall’altro ha dedotto dal parere degli iscritti che «gli stati generali non hanno urgenza». Un modo per rinviare ben oltre la primavera ogni resa dei conti interna. Ma c’è di più: per replicare indirettamente alle critiche di chi contestava la decisione stessa di indire la consultazione su Rousseau, Di Maio ha sottolineato che la scelta è stata assunta «anche con Beppe». Evocare il garante, da cui molti si aspettano un intervento per riportare il capo politico all’ordine (e a un asse più solido con il Pd), è una palese autodifesa. E Grillo si precipita a Roma venerdì 22 per incontrare tutti i big.

Simul stabunt simul cadent
Quello che pare un passo indietro dell’«uomo solo al comando» (l’espressione preferita dai suoi detrattori) è in realtà anche un avvertimento. «Non so quale risultato raggiungeremo» alle regionali, ha messo le mani avanti Di Maio, che qualche ora prima aveva riconosciuto per la prima volta pubblicamente che il Movimento «vive un momento di difficoltà». Ma le sue parole suonano come un monito rivolto a chi, contro la sua volontà, ha scelto di partecipare alla tornata di gennaio. Una scelta rischiosa perché potrebbe portare con sé altre débâcle, ma anche perché indebolisce nel Pd le ragioni per continuare nell’alleanza di governo. Se poi fosse decisiva in eventuali sconfitte dei dem potrebbe diventare un serio motivo per staccare la spina.

I sospetti di un ritorno di fiamma con la Lega
Qui entrano in gioco i rapporti con il Carroccio. Matteo Salvini ha subito soffiato sul fuoco: «I militanti 5Stelle hanno sfiduciato Di Maio e Grillo, e con loro il governo contro natura col Pd. Le porte della Lega sono aperte a chi vuole davvero il cambiamento». Legna sul fuoco di chi dentro il M5S vede le ultime mosse di Di Maio (l’alt a ogni modifica di quota 100, l’attacco anche al premier Giuseppe Conte sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il muro sullo ius culturae rilanciato dal Pd) come un rinnovato asse con Salvini, in vista di accordi futuri. «Il Movimento 5 stelle è la terza via, un’alternativa alla destra e alla sinistra», ha ribadito Di Maio. Liquido, dunque mobile.

Due mesi di fuoco
L’unica certezza è che dicembre e gennaio saranno mesi cruciali per il Movimento e per il Governo, non soltanto per le tempeste Ilva e Alitalia. Entro Natale sarà pronta la nuova segreteria, con i dodici facilitatori eletti su Rousseau e i sei responsabili organizzativi indicati da Di Maio. Poi ci sarà da superare lo scoglio della manovra, partita su cui potrebbero riverberarsi le tensioni tra Pd e M5S, acuite dal clima pre-elettorale. Infine la data del 26 gennaio cerchiata in rosso.

Altri colpi di scena in arrivo?
«Se Luigi è intelligente sapra trarre forza da ciò che sta accadendo», commenta un senatore critico ma responsabile. «Sicuramente il Movimento si è ricompattato dando un messaggio forte e chiaro, che il capo politico per ora sembra aver recepito». E c’è anche chi non esclude un altro colpo di scena in extremis: un voltafaccia sulla decisione di correre da soli, per evitare sgambetti al Pd. Ma è l’auspicio di chi tifa per i giallorossi. Non è chiaro se Di Maio sia seduto sugli spalti insieme a loro.

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