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Rubiera sfida le false Dop: il big dei mangimi Gima investe 20 milioni

L’azienda reggiana entra nella filiera suinicola con 140mila capi l'anno allevati direttamente in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Marche e potenzia gli impianti hi-tech

di Ilaria Vesentini

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L’azienda reggiana entra nella filiera suinicola con 140mila capi l'anno allevati direttamente in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Marche e potenzia gli impianti hi-tech


2' di lettura

Parte da Rubiera, nel cuore della food valley emiliana, un nuovo progetto che mira ad arginare il dilagare dell’italian sounding e delle contraffazioni alimentari e a valorizzare la filiera made in Italy controllata direttamente, sia per i latticini sia per i salumi. A lanciarlo è la reggiana Gima Spa, tra i primi tre player nazionali nella produzione di mangimi – 120 dipendenti diretti, 130 milioni di euro di fatturato 2018 - che sta portando a regime un investimento di 20 milioni di euro tra macchinari 4.0 e immobilizzazioni per entrare direttamente nell'allevamento di suini, controllati quotidianamente, dalla nascita alla macellazione.

Pronti per il mercato

«Abbiamo iniziato la sperimentazione cinque anni fa, ora siamo pronti per immettere sul mercato 140mila suini l’anno di 170 kg di peso vivo, cresciuti qui in Italia, tra le stalle di proprietà e quelle di allevatori in partnership con noi tra Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia e Marche. I capi vengono nutriti con i nostri mangimi studiati ad hoc, curati dalla rete di nostri 12 veterinari e diventano poi materia prima per Dop come il Prosciutto di Parma e i salami», spiega il presidente Alfredo Ettore Mignini, uscito nel 2000 dalla società di famiglia, l’umbra Mignini & Petrini, e trasferitosi nel Reggiano per entrare nel grande mercato del Nord, con mangimi certificati (Uni En Iso 9001:2015) per bovini e suini a marchio Gima (Gruppo italiano mangimi).

Gima ha oggi quattro stabilimenti di mangimi, attorno ai quali si sviluppa il progetto di filiera dell’allevamento - a Rubiera, Longiano (nel Forlivese), Cavallermaggiore (Cuneo) e Ripalimosani (Campobasso) – che producono ogni giorno 11mila quintali di podotto, per quasi il 60% destinato a vacche da latte, in particolare per quelle super-certificate del Consorzio del Parmigiano reggiano. Numeri e standard qualitativi che fanno di Gima uno dei tre più importanti operatori del mercato libero in Italia.

«Per arrivare a regime nel progetto di suinicoltura abbiamo investito 1,5 milioni in due nuove linee di lavorazione 4.0 nei mangimifici di Rubiera e Cavellermaggiore, e poco meno di altri 20 milioni di euro sono immobilizzazioni necessarie per allevare nove mesi 140mila capi da vendere e per la proprietà o l’affitto dei capi e delle 6mila scrofe da riproduzione», afferma Antonio Mignini, Ad e Dg di Gima, subissato di richieste di allevatori che vogliono inserirsi nel progetto di filiera controllata, a difesa del made in Italy di altissima qualità e della salute del consumatore. «Il business è redditizio e ha ampi margini di crescita. Chiuderemo quest'anno con 140 milioni di euro di fatturato e non escludiamo in futuro di scendere ancora più a valle lungo la filiera, entrando anche nella lavorazione delle carni», conclude l’ad.

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