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Rusal punta sull’alluminio verde per conquistare l’Europa del Green deal

Il gruppo russo lancia il manifesto Aluminium Green Vision, promuovendosi – a due anni dalla bufera delle sanzioni Usa – come «partner ideale» della Ue per l’economia sostenibile. Lord Barker, ex ministro britannico e presidente della holding En+, presenta l’iniziativa al Sole 24 Ore

di Sissi Bellomo

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Il gruppo russo lancia il manifesto Aluminium Green Vision, promuovendosi – a due anni dalla bufera delle sanzioni Usa – come «partner ideale» della Ue per l’economia sostenibile. Lord Barker, ex ministro britannico e presidente della holding En+, presenta l’iniziativa al Sole 24 Ore


3' di lettura

I tempi sono maturi per l’alluminio verde. E Rusal inaugura una campagna in grande stile per promuovere – partendo dall’azzeramento dei dazi di importazione nella Ue – il metallo a basse emissioni di CO2: una specialità in cui il gruppo russo, grazie alle ricche risorse idrolettriche della Siberia, è campione.

L’iniziativa, che spera di cavalcare l’onda del Green Deal e della ripresa sostenibile dopo il coronavirus, si fonda sul nuovo manifesto Aluminium Green Vision che viene lanciato (non a caso) proprio nel giorno del passaggio della presidenza europea alla Germania: potenza industriale sensibile ai temi ambientali e al tempo stesso benevola nei confronti di Mosca.

A farsene portavoce, lasciandosi intevistare dal Sole 24 Ore e da poche altre testate internazionali, è Lord Gregory Barker, ex ministro britannico cui è stata affidata la presidenza (e un ruolo implicito di garante) di En+ Group, la holding che controlla il gigante dell’alluminio: un incarico assunto dopo la disavventura delle sanzioni Usa e il successivo allontanamento dal gruppo del magnate russo Oleg Deripaska, che ha permesso a Rusal di tornare a rifornire i suoi clienti.

In fondo è una sorta di rinvincita dopo l’ostracismo verso l’alluminio russo, che proprio nella Ue aveva provocato le ripercussioni più gravi. «Da allora Rusal ha subito una grande trasformazione: c’è un nuovo board, una nuova struttura azionaria – ricorda Lord Barker – Oggi siamo il partner ideale per costruire in Europa una nuova industria manifatturiera a bassa intensità di carbonio».

Rusal è già da tempo responsabile di circa il 30% delle forniture della Ue, che è costretta a importare 6 dei 7 milioni di tonnellate di alluminio primario che consuma ogni anno. Ma c’è anche parecchio metallo che arriva dalla Cina, dove le fonderie sono alimentate a carbone e ogni tonnellata di alluminio immette 16 tonnellate di CO2 nell’atmosfera, contro le appena 2,6 tonnellate vantate da Rusal. «Non ha senso spegnere le centrali a carbone in Europa per poi comprare prodotti realizzati con questo tipo di energia», afferma il presidente di En+.

Piuttosto che imporre una carbon tax alla frontiera il gruppo russo propone di esonerare dal dazio del 6% tutto l’alluminio qualificato come sostenibile: «Sarebbe la soluzione più facile – spiega Barker – La mia esperienza da ministro mi ha insegnato che quando si crea qualcosa di nuovo è meglio non introdurre eccessive complicazioni».

Il passo preliminare è istituire un sistema di certificazione europeo: una sorta di bollino verde, su cui si sta già lavorando in vista del lancio il prossimo anno di una piattaforma per il trading di alluminio low carbon al London Metal Exchange, che all’inizio potrebbe distinguere il metallo con un’impronta di CO2 inferiore a 4 tonnellate, in modo da includere una fetta più ampia di forniture. Oltre a Rusal sono produttori virtuosi, per motivi analoghi, anche i norvegesi di Norsk Hydro e per gli impianti in Canada la statunitense Alcoa.

«Speriamo vivamente di coinvolgere anche loro e che le idee che proponiamo, molto semplici e sensate, possano guadagnare un largo appoggio, perché è più facile parlare con una voce sola».

Quanto all’Italia, Lord Barker la considera un mercato particolarmente promettente (oltre che meta delle sue prossime vacanze, in barca al largo di Amalfi): «Il vostro Paese è tra i maggiori consumatori di alluminio in Europa, ci sono migliaia di piccole e medie imprese che ne fanno uso, ma non c’è più produzione primaria».

Potenzialmente potremmo essere proprio noi a favorire la ripresa delle operazioni in Sardegna, ma per ora non ci sono le giuste condizioni di mercato: il prezzo dell’energia in Italia è alto e quello dell’allumina (materiale intermedio, che veniva prodotto alla Eurallumina di Portovesme, ndr) oggi è troppo basso».

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