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Russia alla riscossa nel gas liquefatto: via libera ad Arctic Lng-2

di Sissi Bellomo


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(Bloomberg)

3' di lettura

Il campione russo del gas liquefatto, Novatek, ha dato via libera alla costruzione di Arctic Lng-2: un nuovo maxi-impianto dal costo di 21 miliardi di dollari e da quasi 20 milioni di tonnellate l’anno (mmtpa) di capacità che accelera la corsa di Mosca verso il traguardo di diventare un gigante mondiale anche nel settore del Gnl, oltre che nelle forniture via gasdotto, in concorrenza diretta con gli Stati Uniti dello shale.

La Decisione finale di investimento (Fid) annunciata ieri dal ceo della società Leonid Mikhelson e dal ministro russo dell’Energia Alexander Novak rende inoltre vincolanti contratti da oltre 3 miliardi di euro complessivi assegnati a Saipem per la realizzazione di piattaforme e treni di liquefazione (l’ultimo risale a un mese fa, in seguito a un accordo con Technip France e NIPIgaspererabotka).

Gazprom, che esporta metano soprattutto via tubo, per la prima volta in cinque anni si attende una contrazione delle vendite in Europa e Turchia nel 2019. Ma la Russia, grazie anche alla stessa Gazprom, che possiede il terminal Sakhalin-2, ha già conquistato una posizione di rilievo anche nell’industria del Gnl. E la sua produzione sta crescendo rapidamente.

Se la quota di mercato degli Usa è già arrivata al 10%, gli operatori russi erano all’8% l’anno scorso e quest’anno sono probabilmente saliti ancora. I dati ufficiali dicono che Mosca nel primo semestre ha esportato 29,4 miliardi di metri cubi di gas in forma liquida (+54,5% su base annua). L’obiettivo del governo è di arrivare al 20% del mercato globale entro il 2035, con un totale di 120-130 milioni di tonnellate l’anno di capacità. Oggi il numero uno del Gnl, l’Australia, esporta 80 mmtpa.

Un contributo importante alla crescita verrà da Arctic Lng-2, che dovrebbe avviare l’export nel 2023, quando entrerà in funzione il primo dei tre treni di liquefazione previsti, ciascuno da 6,6 mmtpa.

L’80% della produzione prenderà la rotta dell’Asia, ha affermato il ceo di Novatek, anche se – fanno notare gli analisti di Citi – solo il 50% del Gnl è già stato venduto. Se non si firmano nuovi contratti, il resto dovrà andare sul mercato spot (oggi è molto debole, benchéil consensus preveda che per quell’epoca torni appetibile).

Del resto sono asiatici quasi tutti i partner stranieri coinvolti nel progetto: accanto alla partecipazione del 10% in mano alla francese Total – già socia anche di Yamal Lng , l’altro terminal di Novatek, completato in tempi record a fine 2018 – hanno il 10% ciascuna anche le cinesi Cnooc e Cnpc e il consorzio giapponese Japan Arctic Lng (Mitsui e Jogmec).

Da Tokyo è arrivata una grande manifestazione di sostegno, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico: un aspetto importante, considerate le ripetute minacce di un giro di vite delle sanzioni Usa contro Mosca. La collaborazione in Arctic Lng-2 «unirà in modo ancora più stretto il Giappone e la Russia», ha dichiarato il ministro dell’Industria Hiroshige Seko. «Il governo giapponese garantirà tutta l’assistenza necessaria per la realizzazione del progetto».

Intanto Novatek, che si è da poco aggiudicata nuove licenze di sfruttamento nell’Artico, sta già pensando ad Arctic Lng-3. E anche Rosneft ha deciso di costruire un suo impianto di Lng: l’ha dichiarato, sempre ieri, il ceo Igor Sechin, anche se la sua forse è solo una boutade: il terminal, di cui non ha precisato tempi di costruzione né costi, sorgerebbe in Siberia orientale, nel porto di De Kastri, e sarebbe alimentato dal gas estratto insieme al petrolio a Sakhalin-1, i cui soci principali sono l’americana Exxon e la giapponese Sodeco, entrambe al 30%. Rosneft ha solo il 20%, alla pari con l’indiana Ongc Videsh.

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