il verdetto dei giudici su cohen

Russiagate: l’ex avvocato di Trump condannato a tre anni di carcere

di Marco Valsania


Usa: 'spia' russa si dichiarera' colpevole

6' di lettura

Tre anni di carcere a Michael Cohen ex faccendiere e avvocato personale di Donald Trump. Il prezzo da pagare dietro le sbarre per nove reati, tra i quali due violazioni delle leggi sul finanziamento elettorale. Due pagamenti per zittire donne che accusavano il futuro presidente di relazioni extraconiugali alla vigilia delle urne. Ma per Trump, con la pena inflitta a Cohen da un giudice su richiesta della procura federale di New York, la cerchia degli scandali che minaccia la sua Presidenza ha soltanto cominciato a stringersi. Lo stesso Cohen ha cooperato, se non pienamente con la procura che lo indagava per truffa meritandosi di conseguenza la condanna, quantomeno con lo Special Prosecutor del Russiagate Robert Mueller, rivelando protratti e oscuri rapporti di business con Mosca attorno alla costruzione di una Trump Tower. E che era stato oltretutto proprio “Individual 1”, Trump stesso, a ordinare e coordinare i versamenti illegali, da reato penale, alle presunte amanti. La magistratura l’ha scritto nero su bianco, indicando così di avere in mano prove che corroborano le dichiarazioni di Cohen.

La Casa Bianca ora trema
Non bastano queste prove per incriminare un presidente in carica, stando alle regole del Dipartimento della Giustizia, ma sono sufficienti a far tremare, oggi e domani, la Casa Bianca. Offrono sicuramente la sponda a nuovi capitoli di indagini “politiche” direttamente in Congresso, dove la Camera da gennaio in mano all’opposizione democratica ha già promesso di fare chiarezza sull’intera vicenda facendo ricorso a mandati di comparizione e di consegna di documentazione. Un procedimento che, se portato fino in fondo, potrebbe portare a tentativi di impeachment.
«Peanuts», noccioline, ha definito Trump il susseguirsi delle sempre più gravi rivelazioni sugli scandali attorno alla sua presidenza, che si intensificano in questi giorni con gli appuntamenti legali e davanti ai magistrati di numerosi personaggi chiave. Queste “noccioline” hanno tuttavia nomi e cognomi difficili da minimizzare per il Presidente, che potrebbero giocare un ruolo nel prossimo e attesissimo rapporto conclusivo del procuratore speciale Mueller. Di Michael Cohen abbiamo detto, ma non è affatto il solo tassello di un misaico preoccupante. Ecco anche Maria Butina, Maria “la rossa”, accusata di essere un agente del Cremlino con stretti rapporto con esponenti repubblicani e della lobby conservatrice della National Rifle Association e che dovrebbe oggi comparire in un tribunale americano e dichiararsi colpevole, potenzialmente gettando nuova luce sulle piste russe. Poi c’è Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, accusato di aver mentito alle autorità sui suoi rapporti con Mosca e che ha avuto con la squadra di Mueller ben 19 proficui incontri: il 18 dicembre arriverà la sua sentenza. Mueller ha già chiesto che non venga condannato al carcere vista la preziosa collaborazione. Una cooperazione che gli avvocati difensori hanno sottolineato nel loro memorandum al giudice che si pronuncerà a giorni.
Sempre ieri notte è arrivata infine la richiesta da parte di un giudice di maggiori informazioni su Paul Manafort, l’ex manager della campagna elettorale di Trump accusato oltre che di truffa a sua volta di relazioni pericolose con Mosca. Mueller ha in questo caso cancellato un accordo di cooperazione affermando che Manafort ha mentito ed è su queste menzogne che il tribunale ha chiesto di vederci più chiaro. Nuove scadenze nel caso, e possibili ulteriori rivelazioni, sono state fissate per gennaio.

L’ombra nera del Cremlino
È però Butina una delle «noccioline» più misteriose e simboliche degli scandali che minacciano di mettere alle corde Trump. Dal suo caso potrebbero emergere ancora sorprese sulle ombre russe sulla campagna di Trump, fin dalla sua comparsa oggi in tribunale. Trent’anni, capelli rosso fuoco e una passione per pistole e fucili, è salita di prepotenza sul palco del Russiagate. Incriminata dalle autorità statunitensi come sofisticato agente del Cremlino, capace di mettere in campo un vasto arsenale - compresa la seduzione di un alto funzionario repubblicano e della potente associazione Nra, National Rifle Association, lega dei portatori d’arma - per insediarsi con regolare visto in America e infiltrare efficacemente circoli conservatori e della destra religiosa. Dietro ordini segreti di mandanti che vanno da un oligarca vicino al Cremlino all’intelligence di Mosca fino al governo di Vladimir Putin.

Il ruolo del fidanzato della «Rossa»
La sua operazione sarebbe durata quattro anni: l’obiettivo era costruire, forte di fondi iniziali per 125mila dollari, una rete di connessioni favorevoli agli interessi russi nel partito repubblicano sotto la direzione di Alexander Torshin, vicecapo della Banca centrale russa e collegato a doppio filo con i servizi di sicurezza moscoviti. «La campagna segreta dell’accusata includeva significativa pianificazione, coordinamento internazionale e preparativi», si legge nell’atto del tribunale che l’ha portata in carcere. Fino a puntare a stabilire diretti contatti con Trump e la sua organizzazione: il «fidanzato» statunitense della Butina, Paul Erickson, veterano funzionario repubblicano che non è chiaro se fosse stato ingannato o si fosse lasciato trascinare nel suo complotto, aveva cercato di promuovere canali tra Trump e Putin sentendo collaboratori del futuro presidente.

La nascita di «Diritto alle armi»
Nata e cresciuta nella lontana provincia russa, nella cittadina siberiana di Barnabul, rivendica di aver sviluppato lì capacità di «sopravvivere» come necessità inevitabile. Secondo quanto ha raccontato, studiò localmente scienze politiche alla Altai State University. Poi lanciò un proprio business di vendita di mobili - House & Home - aprendo sette negozi. Ma sognava di fare politica e a soli 22 anni vendette la società e si trasferì a Mosca, dove lanciò l’associazione «Right to bear arms», Diritto alle armi, con il sostegno di Torshin che ne scoprì il talento, divenne suo grande patrono e nel 2015 la fece anche sua assistente speciale alla Banca centrale.

Il tour degli Usa (per studi)
L’associazione pro-armi fu un ponte ideale per stringere relazioni con gruppi politici cruciali negli Stati Uniti. Due tentativi di Butina di avere visti per gli Usa per partecipare alle conferenze nazionali della Tra fallirono, poi il colpo di genio: invitò nel 2013 i vertici delle lobby statunitensi sul diritto ad armarsi a una propria conferenza a Mosca, orchestrata perfettamente con alcune centinaia di partecipanti. Quello stesso anno Erickson si recò a Mosca per conto della Nra e incontrò lì Butina. L’anno successivo Butina ottenne miracolosamente il visto fino ad allora negato per recarsi alla grande riunione della Nra a Indianapolis, come una Vip. Nel 2016, ormai legata anche sentimentalmente a Erickson, fondò con lui una società nello Stato di origine del repubblicano, il South Dakota, chiamata Bridges. Butina arrivò pochi mesi dopo con un visto da studente ufficialmente per frequentare la American University e la società avrebbe dovuto servire a sostenere i suoi studi. Ma il focus della sua azione era ben altro (Torshin le aveva detto chiaramente che la mandava negli Usa a lavorare, non per turismo): in piena campagna elettorale partecipò a influenti eventi conservatori e promosse cene e incontri a inviti per stimolare l’amicizia con Mosca.

Quello strano messaggio alle 3 di notte
Da studente alla School of International Service della American University, fece svolgere in realtà il lavoro accademico anzitutto a Erikson che vanta una laurea a Yale, anche se la sua successiva carriera è stata meno brillante e segnata da svariate accuse di truffe. «Sembra aver trattato la relazione come un aspetto necessario delle sue attivita», ha sentenziato la procura nella sua accusa. Butina era oltretutto solita denigrare con altri l’amante assai più anziano di lei. Compagni di classe la ricordano soprattutto per le sue strenue difese di Putin - che aveva come sfondo sul computer e come effige sulla custodia dello smartphone - e per la compagnia degli strani personaggi ultrasessantenni di cui si circondava. La notte delle elezioni vinte da Trump, stando alle ricostruzioni, Butina scrisse a Torshin senza alcuna remora: «Vado a dormire, sono le 3 di notte. Sono pronta per ulteriori ordini».

Tra Mata Hari e Anna Chapman
Le loro manovre sembrarono pagare sempre maggiori frutti: Butina e Torshin furono nel febbraio 2017 ospiti della National Prayer Breakfast a Washington, un esclusivo evento religioso e conservatore. Ma i riflettori di inquirenti e media, a questo punto, cominciavano però a essere puntati sull’ascesa e il ruolo della novella Mata Hari e dei suoi mandanti. Tanto che Torshin scherzò: «Hai ormai superato in popolarità Anna Chapman», riferimento a un’altra spia russa catturata negli Stati Uniti un decennio prima. Tutto finì con un raid dell’Fbi a casa di Butina e Erickson e con l’arresto.

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