potere e finanza

Russneft, la giostra delle quote e i sospetti delle spie

di Claudio Gatti

Dmitrij Medvedev. Il primo ministro della Federazione russa è in carica dall’8 maggio 2012; in precedenza, dal maggio 2008 al maggio 2012, era stato presidente del Paese

5' di lettura

Arricchirsi grazie ai rapporti con il potere politico è da decenni cosa consueta per gli oligarchi russi. Così come le accuse di corruzione contro i leader politici legati agli oligarchi.

Nel marzo scorso, tre settimane prima di essere arrestato per la seconda volta, il dissidente e attivista anti-corruzione Aleksej Navalnyj ha messo in rete un video di 49 minuti in cui accusava l’attuale primo ministro Dmitrij Medvedev di controllare, attraverso una rete di prestanome, un patrimonio societario e immobiliare del valore di oltre un miliardo di dollari.

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Ma le accuse di un cittadino noto per le sue critiche al duo Putin-Medvedev, che da 18 anni domina ininterrottamente la scena politica moscovita, non hanno affatto turbato il primo ministro russo, che le ha completamente ignorate. In quanto propaganda di un avversario politico. Diverso però è quando a parlare di corruzione è un alleato del Cremlino. Soprattutto se questa persona appare addirittura in grado di anticipare un piano di arricchimento illegale specifico.

È quello che risulta aver fatto Ednan Agaev, un ex dirigente dei servizi segreti russi ritenuto vicino a Putin. Ad attestarlo è un rapporto interno della multinazionale petrolifera Shell di cui Il Sole 24 Ore ha copia.

Il documento era nascosto tra le migliaia di carte ed email che la Procura di Milano ha ottenuto in seguito al sequestro della documentazione cartacea ed elettronica relativa al coinvolgimento di Shell nella vicenda dell’Opl 245, il campo petrolifero nigeriano che Shell ha acquisito assieme a Eni dall’ex ministro del petrolio di Abuja Dan Etete con metodi che la Procura ritiene illegali.

Si tratta di un rapporto confidenziale in cui il dirigente di Shell Nigeria Guy Colegate, ex funzionario del MI6 fa il resoconto di un incontro da lui avuto il 24 febbraio 2010 con Agaev, che all’epoca era advisor di Etete. Dopo aver discusso dell’Opl 245, Agaev risulta infatti aver offerto informazioni riservate su un affare interno russo. Si trattava di un piano segreto con il quale, a suo dire, l’allora presidente Medvedev avrebbe pianificato di arricchirsi col supporto di due oligarchi, Mikhail Gutseriev, fondatore della società petrolifera Russneft, e Vladimir Evtushenkov, il leader della holding Sistema.

Ecco cosa ha riportato Colegate ai suoi vertici: «Medvedev avrebbe chiesto a Gutseriev di permettere a un veicolo societario controllato da Medvedev stesso ma surrettiziamente rappresentato da Sistema di acquisire una partecipazione di maggioranza in Russneft, cosa che sta accadendo... Secondo la fonte, il presidente starebbe così preparandosi il suo ‘fondo pensione’ personale».

Il Sole 24 Ore ha contattato prima l’ambasciata russa a Washington, poi quella a Roma e infine direttamente l’ufficio stampa del Governo di Mosca. Alla nostra richiesta di commento non ha però fatto seguito alcuna risposta alla domanda posta nonostante ripetuti e insistenti solleciti.

Un fatto è comunque certo: le evoluzioni societarie registrate da Russneft a seguire dalla data dell’incontro tra Agaev e Colegate documentano passaggi di proprietà con fortissime – e inspiegabili – plusvalenze in linea con lo scenario dipinto dall’ex agente segreto russo. Vediamole insieme.

Nel gennaio del 2010 Mikhail Gutseriev aveva appena riacquisito il controllo della “sua” Russneft da lui perso tre anni prima per via di una di quelle indagini giudiziarie mirate di cui sono stati spesso bersaglio gli oligarchi che per un motivo o per un altro hanno dato disturbo a Putin (che all’epoca era presidente della Federazione russa). Gli analisti locali avevano attribuito il ritorno in sella di Gutseriev a una decisione di Medvedev, che nel 2008 era succeduto a Putin alla presidenza.

Nel marzo del 2010, il mese successivo all’incontro tra l’ex agente segreto britannico e quello russo in Nigeria, la holding Sistema annunciò di aver firmato un accordo per l’acquisto del 49% di Russneft (quindi un filino sotto la maggioranza di cui Agaev aveva parlato). Fin qui, ovviamente non ci sarebbe nulla d’insolito. Agaev sarebbe infatti venuto a sapere prima di quella transazione. Assolutamente anomalo è invece il prezzo pagato da Sistema a Gutseriev: meno di 100 milioni di dollari. Pochi spiccioli per un’importante società di esplorazione e raffinazione di petrolio che nel 2007, nel pieno della sua crisi giudiziaria, lo stesso Gutseriev era stato costretto a vendere per tre miliardi di dollari (il che attribuiva al 49% delle sue azioni un valore di un miliardo e mezzo).

Che quella quota di Russneft valesse molto di più di quanto era stata pagata da Sistema è risultato ancora più evidente nel giugno 2013, quando venne rivenduta. Per 1,2 miliardi di dollari.

«In appena tre anni, Sistema ha ottenuto un impressionante ritorno sull’investimento», fu il commento dell’amministratore delegato della holding di Evtushenkov. E quando un giornalista di Kommersant gli aveva chiesto cosa lo avesse spinto a vendere, la risposta di Evtushenkov era stata altrettanto insolita: «Non era un interesse commerciale. Era piuttosto uno umano». Cosa volesse dire non fu chiaro a nessuno.

Altro aspetto curioso è dato dal fatto che a comprare quel 49% furono due scatole vuote registrate a Cipro legate a doppia mandata allo stesso Gutseriev. La prima era Bradinor Holdings Ltd, il cui beneficiario, Mikhail Shishkhanov, era il nipote del fondatore di Russneft. La seconda, Cromeld Management Limited, aveva invece dietro Felix Dlin, presidente di una sussidiaria di Russneft.

Insomma, è evidente che il fondatore della società petrolifera l’aveva prima venduta a un prezzo incredibilmente basso e poi ricomprata tre anni dopo pagandola 11 volte tanto. Perché mai?

Agaev aveva offerto una spiegazione a quest’apparente assurdità: era stato il prezzo pagato da Gutseriev a Medvedev per tornare in Russia dall’'esilio londinese e rimettersi al timone della sua Russneft.

Il Sole 24 Ore ha contattato Navalnyj per una valutazione sui rapporti tra l’attuale primo ministro e i due oligarchi protagonisti di quest’anomala doppia transazione. E dal suo team di ricercatori ci è stato detto che tra loro «esistono riconosciuti legami storici».

Non solo, nel ricostruire il supposto patrimonio segreto di Medvedev, i ricercatori di Navalnyj ci hanno fatto notare due transazioni in cui il gruppo Sistema avrebbe finanziato soggetti ritenuti parte della rete del primo ministro. La prima è un finanziamento di 1,7 miliardi di rubli, pari all’epoca a circa 25 milioni di euro, fatto da una controllata del gruppo chiamata Onk. Nel bilancio del 2014 questo “prestito” risultava irrecuperabile e per questo Onk lo aveva coperto con riserve di valore equivalente.

Certum è una società immobiliare di proprietà di un ex membro del Cda della Fondazione Dar, la fondazione legata a Medvedev che secondo Navalnyj è al centro della rete di società di facciata e di prestanome che governerebbe il patrimonio segreto del primo ministro, e che è emersa dall’oscurità quando ha acquistato, insieme a Dar, un edificio storico nel centro di San Pietroburgo, lo ha rinnovato e convertito in un palazzo residenziale di extra lusso.

L’altra transazione che ha coinvolto il gruppo Sistema è venuta alla luce nel febbraio del 2015, quando la stessa Onk ha fatto causa alla Ficonsultingf, una finanziaria legata alla solita Dar, per il mancato pagamento di un debito di circa 15 milioni di dollari assunto alcuni anni prima. Secondo i ricercatori di Navalnyj questa transazione è emersa in occasione del trasferimento a una diversa entità pubblica di una quota della controllante di Onk, quando ci sarebbe stato bisogno di “fare ordine” e sistemare transazioni poco trasparenti.

Insomma, ci sono evidenze di “favori”, seppur piccoli, dal gruppo di Evtushenkov alla rete legata a Medvedev. Si tratta senza dubbio di pochi spiccioli rispetto alla plusvalenza di oltre un miliardo creata dalla compravendita del 49% di Russneft. E, che si sappia, nessuno né in Russia né altrove, ha mai trovato traccia alcuna di un trasferimento di denaro di quella portata da Evtushenkov, o il suo gruppo, a Dmitrij Medvedev.

Resta il fatto che Ednan Agaev ha anticipato transazioni e anomalie che poi si sono puntualmente verificate.

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