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S. Raffaele, il laboratorio di biosicurezza svela il lato oscuro di Ebola

L’équipe di Luca Guidotti ha scoperto la causa delle febbri emorragiche. Lo studio apre a nuove soluzioni contro gli effetti collaterali della chemioterapia

di Agnese Codignola

Nei laboratori di livello 3 è possibile studiare i microrganismi più pericolosi. Il personale deve indossare un equipaggiamento apposito con

3' di lettura

La conoscenza dei meccanismi attraverso i quali il temibile virus Ebola provoca le cosiddette febbri emorragiche, cioè la perdita di sangue senza apparenti lesioni dei vasi, ha fatto un passo in avanti, grazie a uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Signalling dai ricercatori dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Lavorando su modelli animali con un arenavirus molto simile a Ebola, chiamato LCMV (da lymphocytic choriomeningitis virus), i virologi milanesi hanno infatti dimostrato che esso provoca, in tempi molto rapidi, un’infezione che colpisce virtualmente tutti i distretti corporei, dando luogo a un’infiammazione molto acuta ed estesa. Quest’ultima, a sua volta, scatena il rilascio di quantità massicce di una molecola chiamata interferone di tipo 1, fondamentale nella difesa contro i virus ma che, se presente in quantità eccessive, può essere molto pericolosa, perché blocca la produzione di piastrine. E poiché queste ultime sono responsabili della tenuta dei tessuti dei vasi, quando qualcosa non funziona come previsto e il loro numero cala il sangue riesce a filtrare verso l’esterno.

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La scoperta, oltre a confermare un principio generale, e cioè che alcuni virus (come Sars-CoV 2) diventano mortali perché causano una reazione sproporzionata dell’organismo, potrebbe essere molto utile anche per situazioni diverse dalle infezioni come le perdite di sangue che si determinano dopo alcuni tipi di chemioterapia, e sarà quindi oggetto di approfondimenti nei prossimi mesi. Ma ciò che è interessante è anche il fatto che essa è stata possibile perché il San Raffaele, unico centro in Italia, da qualche anno ha attrezzato un laboratorio di biosicurezza BSL3. E questo consente di fare esperimenti su organismi viventi, e di verificare quindi che cosa succede in modo molto più fedele alla realtà rispetto, per esempio, alle colture animali.

A volerlo fortemente è stato Luca Guidotti, vice direttore scientifico dell’Ospedale San Raffaele, ordinario di patologia generale presso l’Università Vita-salute, che ha passato 24 anni in California, presso uno dei centri di ricerca più prestigiosi del mondo, lo Scripps Research Institute di La Jolla, dove ha messo a punto il primo modello animale di epatite B. La necessità di attrezzare un laboratorio di questo tipo la chiarisce lo stesso Guidotti: «Nei laboratori di livello 3 è possibile studiare i microrganismi più pericolosi, che spesso si trasmettono (o potrebbero farlo) per via aerea. Tra questi rientrano, per esempio, alcuni virus influenzali, i coronavirus di SARS, MERS e COVID, il micobatterio della tubercolosi, e molti altri. Il personale deve indossare un equipaggiamento apposito con tute, calzari, guanti, maschere e uno spesso casco in grado di filtrare l’aria dell’ambiente. Una volta protetto adeguatamente, può farli moltiplicare, studiare test specifici, terapie e vaccini, e verificarne la genetica. Nel nostro (ma non in tutti), poi, è possibile studiare gli stessi agenti patogeni su alcuni modelli animali, adottando diverse precauzioni aggiuntive. Gli animali, infatti, possono graffiare o mordere, e il rischio di un incidente aumenta esponenzialmente, rispetto a quello dei laboratori che lavorano solo con cellule».

Tutto ciò spiega perché i risultati raggiunti siano così importanti e, da un certo punto di vista, preziosi, e perché siano così pochi, nel mondo, questi laboratori: in Europa ce ne sono una decina in tutto. Sono necessari gli spazi, personale formato adeguatamente e soprattutto i fondi, perché mantenere e gestire questi laboratori ha costi enormi, che aumentano con il livello di biosicurezza. Ma è anche imprescindibile. Come Sars-CoV 2 ha ricordato a tutti, c’è un solo modo per prevenire una pandemia o per cercare di contenerla, una volta che è scoppiata: conoscere l’agente responsabile, studiarne il suo comportamento nei laboratori a elevato grado di biosicurezza, e sperimentare tutte le armi possibili.

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