ELETTRODOMESTICI

Sabaf, 4.0 come antidoto al dumping contrattuale

di Matteo Meneghello


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4' di lettura

È venerdì pomeriggio, e lungo le linee produttive della Sabaf di Ospitaletto, in provincia di Brescia, nessuno pensa all’aperitivo. All’interno di questi capannoni, pulitissimi, a due passi dalla autostrada A4, si sente solo il rumore dei robot che, si sa, hanno esigenze di tipo diverso. Queste isole automatizzate (i robot sono 115) non si fermano per la sigaretta, non si distraggono, e «sputano» un rubinetto ogni quattro secondi; sono grado di produrre tra i 6mila e gli 8mila rubinetti a turno. Le macchine transfer (allestite e customizzate in un’officina interna) torniscono, i robot assemblano, spostano, preparano. Senza sosta.

«Abbiamo investito molto nella robotica, 15 milioni di euro solo negli ultimi cinque anni - spiega l’amministratore delegato della società, Pietro Iotti -. Quando devi lavorare sul centesimo di euro per vincere una commessa che vale 5 milioni di fatturato, ogni dettaglio è importante. L’automazione ti esonera però dal ricatto del costo del lavoro e permette di concentrarsi sui volumi e sull’affidabilità». La componente umana resta ancora importante, Sabaf – il presidente è Luca Saleri, Gianluca Beschi è il direttore e investor relations manager – dà lavoro a circa 550 persone in Italia (800 in tutto il mondo), ma la maggior parte di questi oggi programma e sovrintende: «Non ci mettiamo certo a tornire un rubinetto alla volta, come si faceva trent’anni fa – spiega Iotti –. Oggi cerchiamo soprattutto ingegneri e informatici, e facciamo pure fatica a trovarli».

Il confine tra un’azienda di componentistica per l’elettrodomestico come Sabaf – che ha saputo ritagliarsi una posizione di leadership nel mercato – e tra chi invece può ancora scivolare nella tentazione di un trasloco in est Europa per motivi legati al costo del lavoro passa da qui. Sabaf nasce come una delle tante aziende di rubinetteria del distretto bresciano della lavorazione dell’ottone. Negli anni non solo è scesa dalla Valletrompia (da Lumezzane, capitale del distretto) a ridosso delle principali vie di comunicazione, ma è stata in grado di avvicinarsi anche agli investitori, quotandosi in Borsa e managerializzando la società, scelta pioneristica in una provincia ancora molto legata al controllo famigliare dell’azienda. E soprattutto ha saputo interpretare mercato e prodotto fino a diventare un brand di riferimento per gli addetti ai lavori.

Il rubinetto (insieme ai bruciatori e ad altre componenti realizzate da Sabaf) è un prodotto all’apparenza povero, ma oggi fa fruttare agli azionisti un invidiabile ebitda del 18,3 per cento. L’ottone è quasi sparito dal processo produttivo. Oggi gli operai (e i robot) della Sabaf partono generalmente da una barra d’alluminio («costa meno, è più leggero, è riciclabile» spiega Iotti), la fanno a fettine, poi la torniscono, inseriscono i componenti e il rubinetto è pronto.

«Le tolleranze richieste a un oggetto di questo tipo – dice Iotti prendendo in mano un rubinetto grezzo – non sono uno scherzo. Un piccolo errore può avere conseguenze molto pesanti». Oggi i rubinetti si dividono in due macrocategorie: quelli provvisti del meccanismo di sicurezza termoelettrica (obbligatorio in Unione europea dal 2010) e quelli che ne sono sprovvisti perché i mercati di riferimento, come per esempio quelli nordamericani, non prevedono l’obbligatorietà. L’azienda presidia entrambi i mercati con posizioni di leadership: «I clienti sono le grandi multinazionali, i principali sono poco più di un una decina in tutto il mondo – spiega Iotti –: la concentrazione è spinta, è un settore che richiede volumi per ridurre costi di produzione. Ogni anno investiamo circa l’8-10% del nostro fatturato in sviluppo, quest’anno abbiamo messo a budget diversi milioni per adeguare il sistema informativo e l’interconnessione di dati tra le macchine, sfruttando gli incentivi di Industria 4.0: chi in questi anni non ha fatto queste scelte, condividendo il nostro stesso percorso, ha ormai perso il passo».

Il gruppo fattura circa 150 milioni. Ora l’imperativo è crescere ulteriormente. «Piccolo non è bello – dice Iotti per sgombrare il campo da ogni dubbio –. C’è stato un periodo in cui alcuni fattori hanno trainato la crescita di Sabaf; negli ultimi dieci anni questa progressione si è arrestata, anche a causa della frenata del mercato dell’edilizia. Ora dobbiamo ripartire: c’è spazio, è realistico pensare a una crescita a doppia cifra». L’azienda pensa a una nuova dimensione. «Non escludo una crescita per acquisizioni – spiega l’amministratore –. Sabaf è essenzialmente un’azienda metalmeccanica: potremmo per esempio rafforzarci nelle componenti elettroniche». Il gruppo immagina una possibile integrazione anche in altre aree oggi non presidiate, come l’heating e la componentistica-base in metallo (come per esempio le maniglie): in questi anni ha già condotto in porto due piccole acquisizioni, rilevando Faringosi (cerniere) e Arc (bruciatori per cottura professionale).

Altra direzione di crescita è quella geografica. L’azienda è ben posizionata in Europa (controlla il 50 per cento del mercato), presidia l’area turca (è il player di prossimità europeo più importante, qui Sabaf controlla una fabbrica), è operativa in Brasile, e vede possibilità di crescita in Usa, Cina, e India. Lg, Haier, Midea, Samsung: sono questi i player emergenti. «Abbiamo già una struttura in Cina con una decina di persone – spiega Iotti –, anche i coreani producono in Cina. C’è interesse per il nostro brand, che sul mercato è sinonimo di grande affidabilità»

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